La Germania nazista fra economia (di guerra) e ideologia

Engels dice che il fattore economico impone il suo predominio in ultima istanza. Il capitale finanziario (sintesi dell’alta finanza e dell’industria monopolistica), non solo tedesco, ma internazionale, appoggiò Hitler perché garantiva una crescente spesa militare, una subordinazione totale della classe operaia e della piccola borghesia. Se Hitler fosse stato un vero nazionalista e avesse nazionalizzato le proprietà industriali americane, non sarebbe durato a lungo. Poiché il flusso continuo di plusvalore era garantito, si poté dare carta bianca a Hitler, assecondarlo persino nelle sue manie. La IBM lucrò, mettendo le sue macchine a disposizione per la schedatura degli ebrei, la Opel non ebbe nulla da temere, la Coca cola presentò la Fanta. Era il vantaggio di un mercato controllato, dove le industrie monopolistiche avevano mille vantaggi, compreso il lavoro forzato. Come un allibratore gestisce le scommesse sui cavalli, ma non si dispera se un fuoriclasse si azzoppa e viene mandato al macello, così il capitale puntò sulla Germania, pronto a ritirare l’appoggio quando le cose inevitabilmente si misero male.

La nazificazione della Germania eliminò ogni opposizione, anche interna alla classe dominante. I militari che arrestavano le SS per delitti comuni, o concedevano l’onore delle armi agli avversari sconfitti, o rifiutavano di sterminare i civili, vennero emarginati o destituiti, in molti casi fucilati o impiccati.

Il capitale assegnò alla Germania nazista la funzione di stato massacratore, ma anche di kamikaze. La distruzione di forze produttive, in macchinari, materie prime, ma anche soprattutto in esseri umani, è un’esigenza periodica del capitale. Hitler garantiva la continuazione della guerra, i generali prudenti, che volevano una pausa dopo la conquista della Polonia, no, ed è questa la ragione del suo enorme vantaggio. La loro prudenza era funzionale agli interessi specifici della Germania, la continuazione della guerra, quali che fossero le motivazioni ideologiche, era nell’interesse del capitale internazionale, di cui Hitler era uno strumento cosciente solo fino a un certo punto. La guerra alla Russia era ben vista a Londra e a Washington,  lo scopo non era eliminare un socialismo inesistente, ma ridurla a colonia, rendendo disponibile per il capitale europeo e americano l’enorme ricchezza in materie prime e schiavizzando la popolazione. Si inaugurò il secondo fronte soltanto quando si profilò la sconfitta tedesca.

L’indipendenza del capitale dai singoli stati la vediamo altrettanto bene in altre situazioni. Prima della I guerra mondiale, i Dillinger avevano la proprietà di imprese metallurgiche sia in Francia che in Germania. Finanziavano la stampa sciovinista francese gridando al pericolo tedesco, e contemporaneamente sulla stampa tedesca additavano il nemico ereditario francese. Risultato: una corsa al riarmo, la costruzione di costose corazzate, anche se  ormai erano facile preda dei siluri, guadagni enormi.

Nelle guerre recenti, si vede che ormai l’imperativo non è vincere. Il divario tra le esigenze militari e quelle del profitto sono sempre più evidenti. Gli F 35 sono un cumulo di difetti, ma i politici che vi si sono opposti sono morti in strani attentati o incidenti.  Negli anni ’40 e ’50, Germania, Giappone e Italia furono ricostruite con capitali americani, e le forze di occupazione garantivano l'”ordine”. Oggi, gran parte dei popoli arabi, di quelli africani, il Pakistan e l’Afghanistan sono  costretti al disordine permanente, subiscono cioè quella colonizzazione a cui era destinata la Russia se avesse vinto Hitler, o la Cina, se avesse vinto il Mikado.

In Afghanistan, l’imperativo non era vincere la guerra, ma perpetuarla come pretesto per l’occupazione, per controllare il mercato dell’oppio e portare avanti speculazioni continue sulle cosiddette ricostruzioni. Abbiamo talmente fatto l’abitudine a queste cose, che ormai notiamo soltanto le chiassate di un governante coreano o di Trump, prendiamo sul serio le incredibili dichiarazioni pseudoreligiose dell’ISIS e  non teniamo più in considerazione l’economia.

Per concludere: se un individuo con le caratteristiche di Hitler, invece che nella seconda potenza industriale del mondo, si fosse presentato in Montenegro, non avremmo avuto un’immane tragedia, ma un’operetta. L’economia è determinante, e come.

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Fonte foto: Vanilla Magazine (da Google)

 

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