Una lettura critica di “E-city. Antropologia della tecnica”, di Antonio Martone

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

La città contemporanea è il prodotto del definitivo tramonto della civiltà occidentale. Quello del tramonto è certamente un tema non nuovo (l’opera di Oswald Spengler, Der Untergang des Abendlandes, fu scritta tra il 1918 e il 1923) ma, nell’opera di Antonio Martone (Ecity. Antropologia della tecnica, Rubbettino, Catanzaro 2018), presentata presso il liceo classico “Pietro Giannone” di Benevento qualche settimana fa, esso viene affrontato in una prospettiva suggerita dalle profonde, radicali  metamorfosi che stanno attraversando il nostro tempo.

Il libro rappresenta lo sviluppo d’un nuovo modello di città – che Martone definisce post-urbano – non innervato in alcuno spazio determinato o definito ma coglibile ad un livello “atopico” e globalizzato. L’elemento caratterizzante della città contemporanea nella quale tutti viviamo – immersa totalmente nella tecno-scienza, guidata dai grandi potentati economico-finanziari – va individuato nel fatto che, pur avvolgendo ormai l’intero pianeta, essa finisce per negare il concetto stesso di luogo. Quando tale processo raggiungerà la sua pienezza, gli uomini avranno reciso tutte le radici possibili e vivranno in un luogo del tutto astratto dove le fenomenologie delle loro tristi esistenze saranno l’impersonalità, l’atomizzazione individualistica e l’anonimato.

Il libro di Martone, che insegna Filosofia politica e Antropologia politica all’Università di Salerno, ci pone una serie di domande che appaiono non più rinviabili. Del resto, la funzione della filosofia, fin dalla sua nascita, ha sempre posto tra le principali questioni del suo farsi, i destini della polis. Socrate, nell’Apologia, rivolgendosi ai suoi concittadini che stanno per condannarlo a morte con una serie di accuse surrettizie, li provoca affermando che non a morte dovrebbero condannarlo ma, oltre a ringraziarlo per essere stato la loro coscienza critica, dovrebbero pensare piuttosto di erigergli una statua nel Pritaneo, e questo proprio per avere svolto, con impegno costante ed onore, la funzione di chi interroga i suoi simili sui temi forti della vita comunitaria alla maniera di un tafano, un insetto non certo gradito – così come – appunto – non è gradita la funzione del filosofo. Come ben sapeva Giordano Bruno, filosofare non è affatto comodo – e, del resto, la vicenda biografica di quest’ultimo lo dimostra assai chiaramente.

Ecco, allora, le domande di Martone. Come  siamo giunti alla città elettronica? Quale relazione si instaura tra la nuova città e le nostre istituzioni? Sono nella modernità – nella sua stessa essenza – le premesse di tale situazione? Ci sono buone ragioni, infatti, per ritenere che le premesse siano già moderne: si pensi anche soltanto al sogno di Bacone, il “profeta della società industriale”. Il sogno utopico della “nuova Atlantide”, infatti, era quello di edificare una città nella quale la tecnica sarebbe servita all’uomo per dominare la natura.

E, ancora, che tipo di uomo è l’uomo del nostro tempo? La tesi di partenza si ricollega a molte tematiche presenti nella riflessione del Novecento – si pensi al secondo Heidegger –  ma Martone le  rinnova reinvestendole, confrontandole con i più inquietanti fenomeni dei nostri tempi. L’A. intende analizzare le svolte simboliche che hanno condotto alla nostra realtà. Esse si costituiscono come vere e proprie “visioni del mondo”. Martone è convinto che, senza un tentativo di ricostruzione della genealogia storica del moderno, non sia possibile nessun confronto fruttuoso con la contemporaneità – di questo, del resto, siamo convinti tutti, o almeno sarebbe necessario che tutti ce ne convincessimo. In questo orizzonte, pertanto, il libro tenta di aprire lo spazio ermeneutico che si nasconde tra diversi campi d’indagine. Martone prende le mosse dall’analisi del contemporaneo, ben consapevole che tale analisi richiede lo sforzo d’una ri-elaborazione lessicale che si rende tanto più necessaria in quanto le nuove contingenze storiche abbisognano di  parole nuove, non disponendo già di termini in grado di spiegare pienamente ciò che è accaduto nel mondo che ci è dato da vivere. Occorre render conto delle metamorfosi, dei cambiamenti simbolici e dei passaggi di senso significativi.

La modernità è giocata nell’opposizione tra due poteri speculari. Il primo a delinearne la forma è Thomas Hobbes: nel grande autore inglese, alla potenza del Leviatano si contrappone la potenza dell’individuo: anzi, è proprio per bilanciare quest’ultima che emerge il grande potere “assoluto” dello Stato. Con la nascita di quest’ultimo, tuttavia, si rende necessario la costruzione d’un individuo astratto e omologato. Proprio in tale edificazione – appunto – si viene determinando la rottura dell’ethos comunitario e delle radici. Nel nostro post-moderno, si assiste ad una radicalizzazione di alcune delle premesse moderne: una delle più influenti comporta l’ulteriore sradicamento dell’individuo che cogliamo nella Ecity, il “prodotto meglio riuscito” della tecnologizzazione del mondo. Ma, attenzione: il  nostro virgolettato cela, ben si comprende, un sottofondo che si nutre di amara ironia.

L’arte ha profeticamente anticipato tanti fenomeni storici. Anche nel caso della tecnologizzazione, possiamo dunque vedere nell’omino senza nome (e, quindi, senza individualità) di Modern Times, il capolavoro di Chaplin del 1936, una dura critica del mondo moderno e delle sue derive antropologiche. L’omino, inghiottito, divorato ed espulso dai freddi ingranaggi della macchina, è l’immagine paradigmatica d’un mondo che oggi ha manifestato interamente la propria essenza burocratico-tecnocratica. L’omino senza nome di Chaplin anticipa, peraltro, di qualche anno il dramma di quegli uomini che, in cambio di un numero tatuato sull’avanbraccio, andranno in fumo nel campo di sterminio di Auschwitz.

Nella nostra contemporaneità, a fronte di un apparato tecno-finanziario sempre più invadente e spersonalizzante, ci si ritrova in una fase storica nella quale si impone un eterno presente che espropria l’uomo dalla memoria e dall’attesa, espellendolo, pertanto, dalla storia stessa. In questo quadro, si comprende dunque quanto sia importante una ridefinizione dell’idea e della prassi della libertà.

Nell’attuale organizzazione della scuola, per esempio, tutto ciò si esplica nella necessità di riconsiderare l’antico “tempo libero” dei Greci in contrapposizione ad una idea della scuola verticistica ed aziendalistica. Il rischio è quello di assistere alla trasformazione di una scuola nella quale  la tecnica applicata freddamente alla didattica possa segnare la fine della stessa libertà di insegnamento.

In questo quadro generale, in definitiva, ben vengano libri come Ecity. Opere, cioè, in grado di squadernarci davanti ciò che siamo diventati e che cosa potremmo ancora diventare. Ben vengano altresì le discussioni su tali libri nelle Università e nelle scuole: forse l’ultimo spazio libero, laddove “l’inutilità” della poesia, dell’arte e della filosofia, corroborano un  pensiero che non si arrende e possono far sperare nel recupero di una città in grado di ritrovare finalmente la sua agorà.

 

 

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