Ricordare Dmitri Shostakovich


La sera in cui fu bombardato il Gostinij Dvor, Dmitri Sostakovic invitò alcuni amici – il musicologo Valerian Bogdanov-Berezovskij e i compositori Gavril Popov e Juri Kociurov – nel suo appartamentino al quinto piano. Gli amici lo trovarono immerso nei fogli pentagrammati sui quali componeva la sua Settima Sinfonia. Sostakovic sedette al pianoforte e attaccò a suonare con grande veemenza. Era in un tale stato di tensione emotiva che agli ascoltatori sembrò che lottasse per cavare dal pianoforte fin l’ultimo atomo di suono. All’improvviso suonò l’allarme, e i musicisti udirono su di loro il rombo dei caccia. Sostakovic continuò a suonare. Quando ebbe concluso il primo movimento della sinfonia, invitò la moglie e i figli a scendere in rifugio, ma propose agli amici di continuare l’audizione. Affrontò il secondo movimento, accompagnato dagli schianti delle batterie contraeree. Il terzo movimento non venne eseguito per intero.

Gli amici di Sostakovic ripresero la via di casa dopo il cessato allarme….” “….La musica di Sostakovic, il rombo delle cannonate, il divampare degli incendi, le bombe, le sirene, gli aerei, a Bogdanov-Berezovskij pareva che tutto si fondesse in una cacofonia in cui realtà e arte erano inestricabilmente commiste”[1]

In questo aneddoto, quasi surreale e tragico, durante l’assedio di Leningrado nel settembre 1941 si racchiude la cifra di una vita vissuta nelle intemperie della storia a cui Dmitri Shostakovich attraverso il linguaggio musicale e non solo, ha saputo magistralmente attraversare e raccontare la storia di un lungo secolo, di un paese, l’Unione Sovietica. Ricordare oggi, a cinquant’anni di distanza dalla sua scomparsa, a Mosca il 9 agosto 1975, è un atto dovuto per almeno due motivi. Il primo attiene alla sua grandezza come compositore, come musicista completo, che  attraversa, accogliendo sia la tradizione russa dell’ottocento musicale (basti pensare alla scuola dei Cinque[2]) sia le sperimentazioni che iniziano negli anni venti nella Russia sovietica e che proseguiranno nel dopoguerra, non solo con una geniale contaminazione con il jazz e con le forme sperimentali del secondo dopoguerra, mantenendo sempre un equilibrio con la tradizione musicale russa, non facendosi tentare dalle varie mode musicali che attraverseranno il secondo novecento musicale. La seconda ragione,  forse anche più necessaria nel ricordare oggi Dmitri, è che la sua musica, la sua storia, il suo profilo di grande intellettuale e consapevole cittadino sovietico e russo, è un modo di combattere e contrastare l’isteria russofobica che impera nell’Occidente collettivo, che censura i grandi della musica russa, compositori, direttori d’orchestra, pianisti, perfino i grandi nomi della tradizione letteraria russa, uno per tutti Dostoevskij. Si reagisce anche ricordando, esercizio di resistenza culturale, battaglia per le idee giuste, parte della resistenza politica contro le elitè occidentali guerrafondaie e russofobiche e complici ipocriti e silenziosi del primo genocidio del XXI secolo perpetrato in streaming.

Ma torniamo a Dmitri.

Possiamo dire senza tema di essere smentiti, che il compositore sovietico nato a San Pietroburgo nel 1905, anno della prima rivoluzione, che anticipa con i suoi Soviet, quello che sarà il ’17, è il più grande compositore dell’Unione Sovietica, che attraversa le varie stagioni dell’URSS fino alla declinante epoca brezneviana. Il suo repertorio è vastissimo. Va dal grande ritorno al registro sinfonico, richiamo esplicito alla tradizione ottocentesca, i suoi sono affreschi di grande e mutevole complessità che ricordano in alcune sinfonie, tipo la Quinta, l’influenza mahleriana e della scuola russa di fine Ottocento; e qui come non ricordare le due sinfonie più note.

La Settima di Leningrado iniziata nel fuoco dell’assedio dove la morte incombe e in cui viene epicamente descritta la resistenza del popolo di Leningrado e dell’Armata Rossa. Solo la stesura e le vicende rocambolesche di questa partitura meriterebbero un saggio a parte.

Alla faccia di chi ancora narra Shostakovich come un oppositore di regime e che la sua fosse musica ammaestrata e ordinata dal “regime” sovietico. L’altra sinfonia, a mio giudizio, di grande spessore musicale e storico, è la decima sinfonia scritta alcuni mesi dopo la morte di Iosif Stalin. Questa partitura, segna il ritorno al grande racconto sinfonico di Shostakovich, [3] a cui sarebbero seguite ben altre cinque sinfonie. La Decima nel suo primo movimento rende anche emotivamente il richiamo profondo a un’epoca di tragedie e di speranze, è una sorta di bilancio storico messo in forma musicale, in cui le influenze di grandi compositori sinfonici come Mahler o Ciaikovskij ritornano come reminiscenze autobiografiche. Non c’è in questa sinfonia l’eroismo sinfonico positivo beethoveniano, forse rintracciabile nella quinta, celebratrice dell”epos rivoluzionario dell’Ottobre, c’è la consapevolezza strisciante dii un’epoca che volge al termine, senza derive nostalgiche ma con un senso del destino storico. Certo l’opera di Dmitri non si ferma a questo seppure rilevante ambito del suo registro musicale. Come dicevo il suo repertorio è vastissimo, e tocca la musica da camera, musiche per film, (uno fra tutti la versione sovietica del dramma shakespeariano Hamlet), opere teatrali, spazia e interseca lungo tutta la sua prolifica carriera le varie arti con collaborazioni nella letteratura e nel teatro e sviluppa già negli anni ’30 un’attenzione alle influenze del Jazz che lo portarono a comporre alcune celebri suite, (note ai più grazie a Kubrick) o il pregevole lavoro sui preludi e le fughe omaggio bachiano alla musica. Insomma questo uomo ha saputo sempre dire ed esprimere in musica un linguaggio originale, proprio, ma non distaccato dalle emozioni dell’uomo della strada. Piccolo inciso, questo si lega anche a una cultura musicale che nell’URSS fu pienamente sviluppata nelle masse operaie e contadine, partendo certo da una tradizione musicale pianistica molto importante al pari di quella tedesca, francese e italiana.

Con la differenza, anche questa rivoluzionaria, che la musica “colta”, quella classica, una volta appannaggio delle élite nobiliari e borghesi della Russia zarista, ora diventava veicolo di costruzione di una sensibilità popolare diffusa. Basti pensare che nelle mense delle fabbriche sovietiche non di rado suonavano orchestre di accademie e conservatori per alleviare le fatiche ed educare lo spirito.

Qui in Occidente da molti anni quando si parla di Shostakovich o della musica sovietica, in particolare negli ambienti accademici e degli esperti musicali, si fa la corsa a chi tenta in qualche modo di narrare quanto il regime sovietico usasse le arti come strumento di propaganda e che in questo caso il Shostakovich fosse una vittima del sistema. In questa narrazione tossica e deviante si è chiaramente distinta in particolare la critica anglosassone e in parte anche la letteratura che lo hanno dipinto nella migliore delle ipotesi come un’ambigua vittima. Questa critica è viziata da una profonda e atavica ostilità contro il mondo sovietico e oggi potremmo dire anche russo. Concretamente Dmitri è stato un uomo del suo tempo, un uomo in cui l’impegno sociale e ideologico non si separava dal linguaggio artistico, considerando l’arte uno strumento di educazione alla vita, non semplicemente un riempitivo della realtà, ma uno spazio catartico, sviluppatore di emozioni costruttive e contraddittorie, in un mondo socialista che disperatamente cercava di rendere la vita migliore. E ci riuscì.

Fu un comunista e un patriota, un cittadino e un musicista sovietico, non si tirò indietro mai.


[1]Citazione da Harrison Salisbury “I 900 giorni.Lepoca dell’assedio di Leningtrado” IL Saggiatore 2014

[2]Anche noto come gruppo dei Cinque, è formato da cinque compositori dell’Ottocento russo: M. Balakirev, A. Borodin, C.Cui,,M. Musorgskij e n. Rimskij Korsakov

[3]L’ultima sinfonia l’aveva scritta nel 1945.

Fonte foto: da Google

3 commenti per “Ricordare Dmitri Shostakovich

  1. agata robles
    14 Agosto 2025 at 17:41

    iL WALZER n°2 FU SCELTO DA Visconti a firmare il gran ballo del Gattopardo

    • Dan
      15 Agosto 2025 at 22:09

      No, forse ti stai confondendo con Eyes wide shut di Kubrick. Il valzer in Gattopardo è di Verdi.

  2. Giuseppe Rao
    28 Agosto 2025 at 15:59

    Complimenti: Shostakovich – non sufficientemente rappresentato nei programmi delle istituzioni musicali – merita questo ritratto.

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