Totalitarismo digitale

Fascismo digitale

L’esperienza del covid-19  e lo stato di emergenza che ne è conseguito sta svelando  le strutture culturali sedimentate nel corso dei decenni: ogni problema sociale e sanitario può essere risolto secondo prospettive e soluzioni diverse, il caso italiano se analizzato con distacco e memoria storica sta mostrando la compresenza di vecchie strutture paternalistiche, al limite del fascismo, in connubio con la fede nel progresso tecnologico tipico degli stati che con la loro ipercinetica tecnologia hanno l’obiettivo di presentarsi dinanzi alle plebi come assolutamente “nuovi”.

Gli studi di Renzo De Felice sul  regime fascista dimostrano che il regime voleva attuare una autentica rivoluzione antropologica, l’uomo fascista doveva essere assolutamente nuovo, bisognava spazzare via ogni residuo del passato. La tradizione classica, i valori cristiani erano giudicati un limite all’affermazione coloniale ed imperiale. Si pensi al piccone demolitore di  Marcello Piacentini, l’architetto di regime, che in nome della modernità ha demolito i quartieri medioevali di Roma nel 1937.

In questi giorni concitati in cui si sperimenta la riduzione della vita a nuda vita, è necessario porsi domande, valutare i dati, inseguire i nomi eccellenti che tracciano il potere per poterlo decodificare. Il vecchio paternalismo reazionario si è associato con l’esperienza digitale al fine di controllare, sorvegliare e punire. Il vecchio ed il nuovo fascismo nella forma del capitalismo assoluto hanno lo stesso fine: controllare e conservare il potere. Sindaci e Presidenti di Regione intervengono mediante dirette o concretamente per le strade per rappresentarsi nella forma del “pater familias” che rimprovera e redarguisce i suoi concittadini in nome della difesa della salute pubblica. Il linguaggio come i comportamenti sono volgari, per potersi presentare come parte del popolo, ne imitano i peggiori comportamenti, per cui le parole come i gesti sono muscolari. Escono dalle sacre stanze del potere e camminano tra la gente per poter mostrare loro che da soli non ce la fanno, devono obbedire all’uomo forte che li protegge, altrimenti nessuno si salva. Nel contempo fioccano multe che divorano in un attimo quanto basta per sopravvivere in un mese. Nessun cenno alle responsabilità della politica dei tagli al settore pubblico, ed all’esempio che in questi decenni è stato dato dalla politica. Il senso civico, il rispetto per il pubblico è stato assente in toto, ma l’emergenza consente di dimenticare i “dettagli” per colpevolizzare e saccheggiare il popolo, ovvero i più deboli. Ancora una volta riemerge il dubbio, l’uso massiccio delle tecnologie, la pubblica umiliazione dei disobbedenti potrebbe, forse, essere tollerata se fosse stata applicata in questi decenni agli evasori fiscali, ai parlamentari disonesti ed ai corruttori ecc. Il  potere contemporaneo è antico, mentre si autocelebra come moderno è forte con i deboli, debole con i forti.

 

Piattaforma Rousseau archetipo della “nuova democrazia”

Si sta attuando un esperimento di controllo digitale consolidato dalla diffusione dell’ignoranza spacciata come progresso. Il modello piattaforma Rousseau lo si vorrebbe estendere ad ogni ambito della vita pubblica. La piattaforma è controllata notoriamente da privati, non garantisce la trasparenza e l’identità dei votanti. Similmente la scuola “sta subendo” la digitalizzazione. E’ d’obbligo la didattica a distanza e la valutazione formativa. Naturalmente in tal modo si sta affermando il principio che il merito, lo studio impegnativo sono ricordi del passato. “COPIARE E’ UNA VIRTU’”, la scuola digitale lo consente, pertanto si materializza l’istituzionalizzazione delle disuguaglianze. Coloro che appartengono ai ceti più elevati possono usufruire in casa degli aiuti famigliari e delle tecnologie, i meno privilegiati delle sole tecnologie fino ad arrivare a coloro che non possono usufruire della didattica a distanza.

Si è uguali in una nuova virtù di Stato: copiare. A scuola già in tempo convenzionale gli alunni copiano, spesso sono scoperti e le conseguenze sempre minime, perché bisogna dare sempre un’altra possibilità, con l’effetto che nessuno crede nell’istituzione e nella verità. Ci si trova dinanzi ad un nuovo ateismo digitale che dichiara la morte della verità ed onora il falso. Risuonano le parole di Platone per il quale solo la distinzione tra la verità e l’opinione, tra l’originale e la menzogna può educare al senso civico ed alla comunità, ora se si perdono questi ideali eterni, c’è da chiedersi che vita sarà quella che verrà? La risposta è palese solo nuda vita, perché se un essere umano non è educato a distinguere il vero dal falso non resta di lui che un fascio di pulsioni su cui il mercato digitale può agire secondo necessità. Per poter crescere e diventare cittadini necessitiamo di verità, e non dell’ateismo di stato, ebbene ricordare le parole di Platone sull’educazione:

“A questo punto il fratello di Glaucone disse: «Sì , io credo proprio che questa indagine sia utile al nostro scopo». «Per Zeus», feci io, «allora, caro Adimanto, non è da lasciar cadere, neanche se viene ad essere piuttosto lunga!». «No di certo». «Su allora, tracciamo in un discorso teorico l’educazione di questi uomini, come se raccontassimo delle favole e avessimo tempo a disposizione». «Non c’è altro da fare». «Ma quale sarà l’educazione? Non è forse difficile trovarne una migliore di quella scoperta già da tanto tempo? Essa consiste in sostanza nella ginnastica per il corpo e nella musica per l’anima». «Sì , è così ». «Ma nella nostra educazione non cominceremo prima dalla musica che dalla ginnastica?» «Come no?» «Nella musica», chiesi, «includi le opere letterarie oppure no?» «Certo». «Ed esse sono di due specie, l’una vera, l’altra falsa?» «Sì ». «Allora l’educazione deve svolgersi in entrambi i campi, ma prima in quello falso?» «Non capisco cosa vuoi dire», rispose. «Non capisci», ripresi, «che ai bambini raccontiamo innanzitutto delle favole? Ciò nel suo complesso è una menzogna, che però contiene anche un fondo di verità. E noi insegniamo ai bambini le favole prima che la ginnastica». «è così ». «Ecco perché dicevo che bisogna praticare la musica prima che la ginnastica». «Giusto», disse. Platone La Repubblica 26 «E non sai che in ogni opera l’inizio è di fondamentale importanza, tanto più se si tratta di una creatura giovane e delicata? E soprattutto a quell’età che ciascun individuo viene plasmato e segnato con l’impronta che gli si vuole imprimere». « Proprio così ». «E permetteremo così , a cuor leggero, che i bambini ascoltino favole di bassa lega plasmate da persone qualsiasi e ricevano nell’anima opinioni per lo più contrarie a quelle che, a nostro giudizio, dovranno avere quando saranno divenuti adulti?» «No, non lo permetteremo in nessun modo». «Perciò, a quanto pare, dobbiamo innanzitutto sorvegliare i creatori di favole, scegliendo quelle composte bene e scartando quelle composte male. Poi convinceremo le balie e le madri a raccontare ai bambini le favole che abbiamo approvato e a plasmare le loro anime con le favole molto più di quanto plasmino i loro corpi con le mani; ma bisogna rigettare la maggior parte delle favole che si narrano ai giorni nostri». «Quali?», domandò. «Nelle favole maggiori», risposi, «vedremo riflesse anche le minori. Infatti sia le une sia le altre devono avere la stessa impronta e produrre lo stesso effetto. Non credi?» «Sì », disse. «Ma non capisco che cosa intendi per favole maggiori». «Quelle che ci hanno cantato Esiodo, Omero e gli altri poeti. Sono loro che hanno composto miti falsi e li hanno narrati, e li narrano tuttora, agli uomini». «Quali sono», chiese, «e che cosa critichi in essi?» «Ciò che bisogna criticare più d’ogni altra cosa», risposi, «tanto più se le menzogne narrate non sono neanche belle». «E cioè?» «Quando nel racconto si dà una cattiva rappresentazione della natura degli dèi e degli eroi, come un pittore che dipinge immagini per nulla simili a quelle che voleva riprodurre». «è giusto muovere una tale critica», disse. «Ma in che senso, e in riferimento a quali miti la esprimiamo?» «In primo luogo», risposi, «la menzogna più grave riguarda argomenti della massima importanza ed è stata proferita ignobilmente da chi ha attribuito a Urano le azioni che compì secondo Esiodo, e a Crono la vendetta che riportò su di lui. Quanto poi a ciò che Crono fece e subì da parte dì suo figlio, (20) neanche se fosse vero riterrei opportuno raccontarlo con tanta facilità a persone giovani e senza giudizio, anzi sarebbe preferibile passarlo sotto silenzio; e se proprio ci fosse una necessità di parlarne, dovrebbe udirlo in gran segreto il minor numero possibile di persone, dopo aver sacrificato non un porco, (21) ma una vittima grande e difficile da procurarsi, così da ridurre al minimo i possibili ascoltatori». «In effetti», disse, «questi racconti sono imbarazzanti». «E non sono da narrare nella nostra città, Adimanto», continuai. «Né bisogna dire in presenza di un giovane che non farebbe nulla di strano se commettesse le peggiori ingiustizie, e neppure se punisse con ogni mezzo un padre ingiusto, ma seguirebbe l’esempio degli dèi più antichi e più grandi». «No, per Zeus», fece lui, «anche a me sembra che non sia opportuno narrare simili storie.» «Come non lo è affatto», incalzai, «dire che gli dèi si fanno guerra, si tendono insidie e si combattono tra loro (il che tra l’altro non è vero), almeno se i futuri custodi della città devono ritenere che la peggiore vergogna sia l’odio reciproco dovuto a futili, motivi[1]”.

 

Verità e democrazia

La democrazia vive della verità; l’uso pubblico della ragione è finalizzato a discernere il vero dal falso, se a tale tensione dialettica si sostituisce l’uniformità dell’opinione, l’indistinzione tra il vero ed il falso non resta che di essa il guscio vuoto che genera mostri.

Vi è il rischio di una autentica regressione generale, il pericolo che incombe è notevole, poiché le vecchie strutture autoritarie  con l’ausilio delle tecnologie possono strutturare un sistema in cui l’ateismo digitale può consolidare forme di violenza e negazione dell’altro assolutamente nuove. Si incita all’uso delle tecnologie, ogni livello gerarchico preme ed opprime il sottostante livello nell’obbligo all’uso, ma nessuno si pone il problema delle logiche che fluiscono con i mezzi ed il loro progetto politico e specialmente economico.  Obbedire è diventato una virtù, mentre pensare in senso critico e divergente pare sia “fortemente sconsigliato”. A noi la scelta del percorso da intraprendere.

Puntare sulle nuove generazioni non è necessariamente segno di un potere emancipativo come ci ricorda Renzo De Felice :

 

“Largo ai giovani», appunto. Mussolini aveva indubbiamente praticato un trattamento di favore per i giovani, ma, quando comincia la guerra, tutto si riduce al «credere, obbedire, combattere». Ciò avviene principalmente per una questione di facciata, per dare cioè all’estero l’impressione di un paese monolitico. Ma non è solo questo: è proprio che Mussolini ha una visione carismatica del suo potere;

tutti devono immedesimarsi nella sua politica, nella sua persona, devono essere partecipi del mito Mussolini, perché solo il suo mito è in grado di tenere serrate le fila nei momenti di difficoltà. Questo è il sintomo di un’enorme sfiducia, anche nei confronti dei fascisti della giovane generazione, che vengono esclusi da ogni partecipazione attiva, responsabile, pensata, al grosso problema della guerra d’Africa – un problema che non è solo di guerra guerreggiata, ma principalmente di progettazione del nuovo fascismo dopo la conquista dell’impero. Quel poco che era stato ottenuto prima è ormai reso vano. Si crea un profondo senso di sfiducia, che poi si aggraverà con la guerra di Spagna, con la politica verso la Germania, ecc.; tutto ciò contribuirà a rendere la crisi delle nuove generazioni – quelle che avrebbero dovuto essere le generazioni del futuro – ancora più grave, quantitativamente ma soprattutto per le sue ripercussioni sulla politica fascista, e sulla stessa crisi più generale del regime[1]”.

Senza studio, contenuti e dialettica, non vi è che  mito della giovinezza, tra le cui pieghe si possono celare nuove forme di totalitarismo non riconosciute.

 

[1] Platone Repubblica libro II Acrobat edizioni a cura di Patrizio Sanasi pp. 25 26

[2] Renzo De Felice Intervista sul Fascismo Laterza Bari pag. 53

BIZZARRIE E STUPIDITÀ DEGLI ALGORITMI

Fonte foto: Casa della Cultura (da Google)

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