L’Europa sembra diventata
un’unica piazza dove manifestare il dissenso. Che significa tutto ciò? Io credo
che circoscrivere la critica ai governi in carica – pure estremamente
responsabili del disastro – significhi cedere alla comoda illusione che la struttura
del mondo coincida con l’esecutivo del momento. La griglia reale che determina
la forma dell’esistenza travalica ciò che rimane della democrazia
rappresentativa; si radica nell’asse stretto tra vertici geopolitici, apparato
finanziario e governance algoritmica
del tecnocapitalismo.
In Italia, gridare contro il governo Meloni
equivale a guardare il dito mentre la luna sposta i propri assi. Questa
focalizzazione miope funge da sonnifero collettivo: permette di scaricare tutta
la rabbia su un bersaglio di superficie, risparmiando i veri centri/motori
dell’oppressione. Anche sui mezzi di comunicazione, la rissa politica
quotidiana si riduce così a un palcoscenico di cartapesta dove la
contrapposizione tra forze di governo e opposizioni risponde solo alle logiche
interne al sistema.
Questa finzione politica ha conseguenze materiali
dirette e brutali. La casa è stata trasformata da diritto primario a bene
speculativo, consegnata alle logiche delle rendite e dei grandi aggregatori
digitali; nelle città e nei centri universitari il costo degli affitti diventa
un setaccio sociale che respinge ai margini chi non ha risorse. Il lavoro è
segnato da una precarietà strutturale che produce un’ampia fascia di lavoratori
poveri, costretti al ricatto dell’occupabilità costante pur di rimanere nel
circuito. Intanto, la sanità e l’istruzione pubblica subiscono uno
smantellamento progressivo che privatizza le tutele e scarica sui singoli il
peso della sopravvivenza.
La trasformazione della protesta in sfogo rituale
si scontra con la riproduzione inconsapevole delle logiche dominanti.
Concentrare gli slogan su un singolo esecutivo, mentre si tace di fronte allo
strapotere delle Big Tech, alle dinamiche dell’Unione Europea o all’impianto
bellico e finanziario globale, svela un’incapacità di lettura o la paura di
nominare il vero nemico.
Quando poi, nel cuore di quella stessa piazza, un
manifestante invoca il ritorno al “merito”, è il trionfo definitivo
del tecnocapitalismo, ossia la colonizzazione totale dell’immaginario. Il merito,
liberato dall’astrazione etica, e dalla questione della ridistribuzione delle
risorse, è la misura neoliberista della vita. Chiamare “merito” il
successo di chi parte da una posizione di vantaggio e “incapacità” la
fatica di chi deve lottare contro disparità enormi serve solo a legittimare
l’ingiustizia, trasformando la sofferenza in una colpa individuale.
Finché la piazza continuerà a scagliarsi contro l’amministratore di condominio di turno anziché contro la struttura del palazzo, ricorrendo persino al vocabolario del dominatore, non ci sarà alcuna rottura. In un quadro simile, l’opposizione manifestante rimarrà un semplice ingranaggio di stabilizzazione dell’esistente. Possibile che non abbiamo ancora imparato che esiste una distanza enorme fra una protesta di facciata e quella indirizzata contro i veri centri di potere?