Ancora su Negri e i post-operaisti

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Come spessissimo mi succede, nel rispondere ad un amico che poneva delle obiezioni durante un dibattito su facebook, ne è scaturito un vero e proprio articolo, che pongo alla vostra attenzione:

“Caro Marco, ero sicuro che avresti citato il Marx (e l’Engels) del Manifesto per, come dire, corroborare o supportare, le posizioni di Negri. Ma ne ero sicuro perché è la stessa cosa che è venuta alla mente anche a me non appena ho ascoltato quell’intervista. E in effetti Negri si muove su quel binario, cioè in quella sorta di fiducia (ideologica) nel “Progresso” che era tipica dei tempi in cui Marx ed Engels vivevano, anzi, era il vero e proprio “spirito dei tempi”. Uno “spirito dei tempi” che era figlio dell’Illuminismo e del Positivismo e della fiducia nel Progresso illimitato, che nei fatti è diventato nel tempo una sorta di nuova religione secolarizzata che ha sostituito o in parte sostituito quella precedente. E per quanto fossero naturalmente dei rivoluzionari non potevano non essere condizionati da quello “spirito dei tempi”. In fondo si usciva relativamente da pochissimo tempo dall’era e dall’oppressione feudale e semifeudale, c’era stata la Rivoluzione francese, e poi i moti del ’21, del ’30 e poi del ’48, ed era assolutamente ovvio che Marx ed Engels sposassero quella visione “progressiva” e “progressista, figlia di quell’epoca storica. Il mondo non era stato ancora globalizzato dal capitalismo, e soprattutto quest’ultimo non era ancora giunto a quella dimensione assoluta (non a caso si parla di “capitalismo assoluto”) che ha assunto nel tempo, capace di colonizzare ogni aspetto non solo dell’agire umano ma addirittura dell’umano stesso, così come è oggi.

Marx era un grande filosofo, scienziato e rivoluzionario ma non era un Dio e non poteva prevedere (o prevedere del tutto) lo sviluppo del capitalismo nei termini in cui questo è accaduto. Non poteva pre-vedere fino a che punto si sarebbe sviluppata la Tecnica e quale rapporto si sarebbe intessuto fra questa e il Capitale, non poteva pre-vedere che oggi il “Tecnocapitalismo” (cioè l’attuale dominio del Capitale e della Tecnica, in una relazione simbiotica) sarebbe arrivato addirittura a manipolare l’umano. Non poteva prevedere la capacità di questa sofisticatissima forma di dominio sociale di controllare e colonizzare l’immaginario psichico, di costruire una sorta di “psicosfera” dove ogni aspetto del vivere umano (quindi non solo il lavoro e la sfera sociale ma le relazioni umane, la sessualità, il  desiderio) è sottoposto alle dinamiche e alla ideologia capitalista dominante, cioè una miscela di razionalità strumentale e di logica dell’illimitatezza, che poi si traduce nella ideologia della riproduzione illimitata e in linea teorica infinita del capitale stesso e della “forma merce”. E’ importante sottolineare che, in questo caso, quando parlo di forma merce non mi riferisco ovviamente alla produzione e al mero scambio delle merci ma al famoso processo di “mercificazione” assoluta di ogni spazio dell’umano e dell’umano stesso.

Tutto ciò NON poteva essere previsto da Marx e da Engels, semplicemente perché le condizioni per poter prevedere questo successivo sviluppo della società e del dominio capitalistico non esistevano. Ho già scritto molto su questo e non ci torno per ragioni di tempo e spazio.

Oggi, quindi, la situazione è completamente diversa rispetto a quella di allora. Oggi la questione vera è quella di operare una ROTTURA con questa logica dello sviluppo illimitato e infinito del dominio capitalistico, nelle forme e nelle modalità che questo ha assunto (e che ancora non aveva ai tempi di Marx ed Engels). Si tratta di inserire dei cunei, degli ostacoli a questo processo, di creare delle “interferenze”, di varia natura e in ogni campo di azione, a partire da quello politico, naturalmente, a quello sociale, culturale e ideologico. Si tratta di spezzare, di creare dei corto circuiti e NON di ASSECONDARE il processo capitalistico, quello che oggi chiamiamo in parte impropriamente “globalizzazione”.  E questo va fatto, ripeto, ovunque, in ogni settore, in ogni aspetto. La finalità di questo processo (mi scuso per la banalizzazione ma è inevitabile), cioè della “globalizzazione capitalista”, è quello di trasformare il pianeta in un immenso Mac Donald  e quindi trasformare la gran parte dell’umanità in una massa di consumatori passivi, rimbecilliti, atomizzati, mercificati, privi di ogni coscienza e identità (di classe, culturale, ora perfino sessuale…) che hanno interiorizzato fin nel midollo l’ideologia capitalista, e naturalmente in una massa di manodopera ultra precarizzata e ultraflessibile, “individualistizzata” (mi si passi il termine improprio…) e priva di qualsiasi capacità di contrattazione (e quindi di sviluppare conflittualità). Ma, ripeto, oltre che sul piano economico e politico, è su quello psicologico e ideologico che il dominio capitalista ha dimostrato la sua grande potenza, la sua grande efficacia, cioè la sua capacità di controllare, colonizzare, penetrare il foro interiore delle persone arrivando addirittura a condizionarne e a determinarne i desideri. Proprio quei “desideri” che i post-operaisti vorrebbero “liberare“ (e io con loro, ma da un punto di vista completamente diverso…) e che considerano come un fattore potenzialmente rivoluzionario (e io con loro, ma sempre da un punto di vista diverso…) sul quale il dominio capitalistico ha dimostrato di saper lavorare alla grande; anzi, ha dimostrato di sviluppare ed esercitare un dominio pressochè assoluto. Ed è quel dominio che va SPEZZATO. E per spezzarlo dobbiamo inserire degli elementi di ROTTURA, a tutti i livelli (politici, economici, sociali, ideologici, psicologici, culturali e comportamentali), e NON, ripeto, ASSECONDARLO, in virtù di non si sa bene quale processo rivoluzionario mondiale, dal momento che i post-operaisti hanno completamente eliminato la possibilità di un processo politico che riguardi un singolo stato (e quindi la possibilità teorica del controllo di quello stato, con tutto ciò che ne consegue…) per le note ragioni che sappiamo e che abbiamo sia pur parzialmente spiegato.

Ma – e mi scuso sempre per la banalità dei miei esempi – siccome si è fatto riferimento a Marx e ad Engels, vorrei provare a fare una sorta di gioco. Ai loro tempi l’UE non esisteva, però esistevano gli USA. Ora, ammettiamo, ipotesi per assurdo, che in uno degli stati degli USA ci fosse stato un processo politico che avesse portato al comando (quindi alla guida dello stato) una forza socialista e che tale governo avesse dichiarato la propria indipendenza, autonomia e sovranità rispetto agli altri stati dell’Unione, secondo voi Marx ed Engels, come avrebbero commentato e interpretato? Avrebbero risposto che era sbagliato, che avrebbero dovuto restare nell’Unione perché era necessario accelerare il processo di sviluppo capitalistico perché questo avrebbe favorito nel tempo l’esplodere delle contraddizioni?

La risposta è fin troppo ovvia. Avrebbero appoggiato quel processo (cioè la conquista del potere politico, e quindi il controllo dello stato) da parte di quella ipotetica forza socialista.

Di esempi, forse altrettanto banali, ne potrei portare tanti altri, a partire naturalmente dalle esperienze della Rivoluzione sovietica e di quella cinese (e di tutte le altre, cubana, vietnamita ecc.). Mi si potrà rispondere che queste esperienze sono fallite, ed è vero, ma questo non ci garantisce certo che invece sia corretta la strada (che a mio parere contiene anche una forte componente deterministica oltre a quella di una fede ideologica nello sviluppo illimitato…) del portare alle estreme conseguenze il processo di mercificazione capitalistica del pianeta, in attesa  che le “moltitudini” (concetto a dir poco assai vacuo…) invertano, anzi capovolgano, come d’incanto, non si sa bene con quali mezzi, con quali modalità, entro quali spazi, la logica del dominio capitalista e lo trasformino in una sorta di gigantesco meccanismo di redistribuzione della ricchezza al fine di soddisfare i desideri di tutti/e. A mio parere in questo modo di procedere c’è anche una concezione che potremmo definire “materialistica volgare” che null’altro è se non una sorta di capovolgimento gestaltico, potremmo dire, usando una metafora, della logica, o meglio, dell’ideologia capitalista, mercificante e consumista. La differenza è che con il capitalismo consumano solo alcuni, o comunque si consuma in misura diversa a seconda della propria condizione all’interno della scala sociale, mentre nel “comunismo” dei post-operaisti consumano tutti…

La mia idea di superamento del capitalismo, francamente, è un’altra e non si limita a questa sorta di redistribuzione dei consumi e della ricchezza prodotta ma ad una diversa concezione del vivere e dello stare al mondo, che non mi pare di scorgere nelle tesi post-operiste. Anzi, quando li ascolto, provo – ma questo è un fatto del tutto personale – un senso di grande tristezza, di desolazione, di vuoto e miseria esistenziale.

Chiudo e rispondo all’obiezione sullo stato-nazione.

Chiarisco subito un punto fondamentale. NON ho NESSUNA nostalgia né dello stato-nazione né di chissà quale ordine sociale e ideologico pre-globalizzazione capitalista. Questo possono averlo i “sovranisti” di destra e i reazionari di ogni risma, e certamente lo hanno, cioè quelle forze politiche che rappresentano gli interessi e la volontà politica di una certa borghesia autoctona che ha perso l’egemonia politica che aveva prima perché scalzata dal grande capitale transnazionale e che cerca di recuperarla. Ma è un problema loro che non riguarda certo il sottoscritto.

La mia opinione è ben altra. Io credo che sia importante riconoscere nell’UE, cioè in una superpotenza capitalista che fa il suo gioco nello scacchiere internazionale, una delle strutture di comando del dominio capitalistico, e che quindi bisogna necessariamente chiudere con questa per lavorare ad una rottura e quindi in linea teorica all’affermazione di una coalizione democratica (mi piacerebbe dire socialista o comunista ma non posso dirlo perché non ci sono al momento le condizioni) che sulla base di un programma democratico, ad esempio la difesa della Costituzione Repubblicana, ponga la questione del rifiuto dei diktat dell’UE e, ad esempio (è solo uno fra i tanti), dica a chiare lettere che NON si accetta il Fiscal Compact perché lo si considera antipopolare e antidemocratico e che in caso di rifiuto da parte dell’UE di accettare tale determinazione, decida di uscire da quest’ultima.  E questo può essere fatto solo da un governo, ovviamente sostenuto da una maggioranza (come stava avvenendo in Grecia, prima dello sbragamento di Tsipras) e da uno stato. Senza attribuire a questo stato chissà quali significati ideologici (nazionalisti, di destra ecc. ), ovviamente, ma semplicemente (si fa per dire…) individuarlo come il luogo dove i conflitti e la Politica trovano in qualche modo un’agorà, una dimensione politica fattuale e anche spaziale. E non mi pare di dire chissà che di nostalgico o tanto meno di anticomunista (al contrario…), nel modo più assoluto. Dopo di che si può ragionare sulla estinzione dello stato, come orizzonte in senso marxiano, e per ciò che mi riguarda sono sicuramente d’accordo, ma questo è un altro discorso. Nel frattempo c’è la Politica e c’è soprattutto la realtà, fatta anche di stati, peraltro ormai tutti o quasi (con rarissime eccezioni) capitalisti, con i quali bisogna fare i conti, e io credo che li faremo ancora per molto tempo, in attesa di arrivare all’autogoverno mondiale dell’umanità, in seguito alla spinta delle “moltitudini”…

Forse che gli USA non sono uno stato, con il loro apparato militare, burocratico, mediatico, poliziesco, di intelligence, e via discorrendo? Forse che non lo sono la Russia e la Cina (e tutti gli altri stati del mondo…)? Forse non lo è ancora del tutto l’UE (a trazione tedesca) ma il progetto è quello: un superstato capitalista e imperialista, con il quale, a mio modesto avviso, bisogna necessariamente rompere. Come, in che modo, con quali tempi, con quali forze, non è purtroppo dato saperlo. Ma è già molto aver prodotto un’analisi corretta delle cose e indicato con chiarezza la direzione di marcia. Negri e compagni vanno invecec in tutt’altra direzione…

Un’ultima osservazione sul “populismo”. Non sono affatto un populista, né di destra né di sinistra. Sono però convinto che se oggi si vuole prosciugare il brodo di coltura della destra, bisogna farlo sul suo stesso terreno, quello dove questa sta crescendo, proliferando e purtroppo diventando egemone. E va fatto senza nessun atteggiamento snobistico e/o spocchioso, che non dovrebbe appartenere alla tradizione comunista e di una Sinistra autentica, degna di questo nome. Se non si farà questo, le possibilità di indirizzare la rabbia popolare montante “antisistema” in direzione di una prospettiva democratica e socialista, sono pressochè nulle.

Mi pare di poter dire che anche in questo caso (come in altri…) Negri e i post-operaisti non solo non ci diano una mano ma facciano del loro meglio per complicarci un lavoro già di per sè, dato il contesto, estremamente complicato.

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8 commenti per “Ancora su Negri e i post-operaisti

  1. 25 Gennaio 2017 at 17:26

    Giacomo era irriso perché non credeva molto a quel progresso…la “sinistra in varie sue versioni ne è rimasta affascinata … dal nuovo…dalla tecnica…ancora oggi e più di ieri…il trionfo del positivismo nel pci di Togliatti…Gramsci ucciso da Stalin pensatore positivista…il marxismo italiano nasce così positivista in tutte le sue diramazioni…sono pochi i marxisti in Italia che non farebbero sbellicare dal ridere Karl Marx (non dico Engels perchè non era esente dai virus positivisti)…la stessa grande capacità dialettica del Timoniere trasformata dai marxisti-leninisti in un abbecedario gesuita…devo ripetere ciò che Antonio Gramsci pensatore imbalsamato dal pci diceva ossessivamente: studiare studiare studiare

  2. Savino.as
    27 Gennaio 2017 at 18:31

    È una ricostruzione del marxismo e del dominio totalmente errata.
    (Non ho modo di spiegare qui, e non so neppure se vi interessa.)
    Pongo solo una domanda metafora.
    Se domani supponiamo, un virus uccide tutti i capitalisti. Allora (stante alle vostre interpretazioni di Marx) saremmo avviati nel comunismo?

    • Fabrizio Marchi
      27 Gennaio 2017 at 18:51

      A chi rivolgi questa domanda? A noi o a Toni Negri e compagni? Non ho ben capito…
      Se la porgi a noi, per quanto mi riguarda la risposta è no, non credo affatto che se un virus uccidesse tutti i capitalisti si darebbe automaticamente il passaggio ad una società comunista. Anche perché il capitalismo si riformerebbe subito dopo non essendo stato estirpato ideologicamente…
      Magari fosse così facile…E invece le cose sono molto più complicate…Resta il fatto che anche il capitalismo, come tutte le vicende umane, non è eterno e non è una dimensione ontologica, come vorrebbero farci credere, appunto per eliminare alla radice l’idea stessa di concepire il suo superamento. Il capitalismo non è eterno, quindi ha avuto un inizio, e naturalmente così come ha avuto un principio avrà anche una fine. Come quando, in che modo, non è dato saperlo. Comunque, tranquillo, qualsiasi età tu possa avere, non accadrà finchè tu sarai in vita…Rassegnati (si fa per dire, non bisogna rassegnarsi affatto…) o rasserenati, a seconda dei punti di vista…

  3. savino.as
    27 Gennaio 2017 at 19:30

    “(Marx)..Non poteva prevedere la capacità di questa sofisticatissima forma di dominio sociale di controllare e colonizzare l’immaginario psichico, di costruire una sorta di “psicosfera” dove ogni aspetto del vivere umano ”
    E allora perchè segui Negri su queste cavolate?
    Hai risposto bene alla mia domanda, perchè “il capitalismo è un rapporto sociale”(Marx!). Quindi è cognitivo, linguistico, informa il nostri sistema di relazione. In altre parole viviamo in una “civiltà capitalista”. Il capitalismo lo sorreggiamo (tutti) con i nostri piccoli gesti quotidiani. Anche semplicemente scambiandoci il denaro.
    Il capitalismo NON E’ MAI STATO (negli ultimi centinaia d’anni), una cosa esterna a noi. Quindi “bio capitalismo”, “neuro capitalismo”, “colonizzazione delle menti”, sono CAZZATE!
    Dalla rivoluzione francese che il sistema borghese ci ha “colonizzati”, ha occupato tutta la nostra vita, i nostri sistemi di relazione, il nostro modo di pensare, ed è da allora che l’economia è la nostra forma di pensiero il sistema di relazionarci! (l’economia era l’oggetto appunto lo di studio di Marx!)

    • Fabrizio Marchi
      27 Gennaio 2017 at 20:01

      Savino, a Roma si dice:”O ce fai, o ce sei”…Decidi tu…
      Non seguo affatto Negri su queste cavolate, lo critico infatti, e radicalmente, così come critico tante altre cose. E proprio perché riteniamo che siano cavolate pericolose, le critichiamo. Se è per questo critichiamo l’universo mondo. Qual è il problema? Siccome non le condividiamo non dovremmo seguirle? E allora cosa stiamo a fare qui? Che bisogno c’è di fare un giornale?
      A volte non riesco a capire certi atteggiamenti polemici gratuiti…

  4. savino.as
    28 Gennaio 2017 at 9:48

    Forse un problema di virgolette, ho attribuito a te la frase del tuo amico.
    Se conveniamo nelle critiche a Negri, meglio, siamo in due!
    P.S. Negri è un leninista puro, e pensa teleologicamente che l’avanguardia del capitalismo sia la migliore premessa per il comunismo. Quindi la globalizzazione, il lavoro digitale e l’impero (senza imperialismo) siano i migliori vaticini per il comunismo.
    Se ci fai caso non nomina mai l’economia come struttura portante del capitalismo (e neppure l’alienazione), Negri lascia intatta la struttura, l’essenza capitalista, ma la vuole senza i capitalisti.
    Come Lenin lodava il fordismo e il modernismo del positivismo (lo stesso positivismo che è stato al centro della cultura capitalista e ne ha permesso l’espansione).
    Considerare la tecnica e la scienza (o le strutture statali) come NEUTRE rispetto al dominio sociale è un GRANDE errore!

    • Fabrizio Marchi
      28 Gennaio 2017 at 11:14

      Abbi pazienza ma non sono d’accordo.
      Se Negri è un leninista, allora io sono una giraffa…
      Dopo di che Lenin guardava certamente alla classe operaia delle grandi città, sia pure molto minoritaria rispetto alla maggioranza della popolazione russa (e faceva bene perché è stata fondamentale nel processo rivoluzionario di cui ha costituito l’avanguardia) ma era ben cosciente della necessità di guadagnarsi l’appoggio delle grandi masse contadine e non a caso le prime due parole che pronunciò non appena sceso dal treno che lo portava in Russia furono:” Pace e terra”. Gli altri protagonisti della rivoluzione, insieme agli operai, sono stati i soldati e i marinai che si sono ribellati alle gerarchie militari, e questi erano tutti contadini e figli di contadini. Lo stesso simbolo della falce e martello simboleggia appunto l’alleanza fra operai e contadini.
      Attenzione anche a questo discorso sul positivismo. Tutta la tradizione socialista e comunista è dentro il solco dell’idea del Progresso che è figlio dell’Illuminismo e poi appunto del Positivismo (che è a sua volta figlio dell’Illuminismo).
      Ora, noi siamo in grado di osservare (ma lo hanno già fatto autorevolissimi pensatori come Adorno, Horkheimer e Marcuse, e in Italia Barcellona, Tronti e Preve) i limiti di questa impostazione e anche le sue degenerazioni. Tuttavia attenzione a non farci risucchiare da una sorta di nostalgia per chissà quali fasti delle società precedenti a quella borghese. Perché come i danni li fa il postmodernismo tecnicista, scientista ed eugenetista (e capitalista) che non vede limiti di nessun genere alla sua azione fino alla possibilità di manipolare e modificare l’umano stesso, nella stessa misura li ha fatti per secoli e secoli anche l’ “ancient regime” che si fondava sul dogmatismo religioso (utilizzato come falsa coscienza), sulla negazione delle possibilità umane, e quindi della scienza stessa e della possibilità di trasformare la realtà.
      Poi sono d’accordissimo sul fatto che è un errore considerare la scienza e la tecnica come neutre rispetto al dominio sociale. Ma questo non significa negare la loro funzione positiva in se (saremo d’accordo sul fatto che trapiantare un cuore o un fegato è un fatto positivo; un fatto che non sarebbe potuto accadere in contesti sociali e culturali dove fare un’autopsia era considerata una profanazione…) o rimpiangere un passato in cui si spiegava che i monarchi erano diretta emanazione divina.
      E credo che questo atteggiamento, in estrema sintesi e necessariamente banalizzando, sia ciò che fa la differenza. Oggi l’attuale dominio sociale è criticato da diversi punti di vista, alcuni anche dichiaratamente neo tradizionalisti. Noi andiamo in un’altra direzione.

  5. armando
    1 Febbraio 2017 at 14:12

    Direi che la discussione è istruttiva per dimostrare quante contraddizioni esistono nel campo marxista (come, intendiamoci, anche nel campo antimarxista). Negri e l’operaismo non sono leninisti quanto a concezione della classe e della coscienza di classe, e quindi rispetto ai compiti del partito rivoluzionario, non c’è dubbio. Ma anche Lenin pensava che il socialismo dovesse far proprie le <> del capitalismo moderno in termini, anche, di organizzazione del lavoro, progresso tecnologico etc. Lenion non si riferì mai al marx che ipotizzò il passaggio al socialismo direttamente dall’obscina, l’antica comunità rurale russa di cui esistevano ancora alcune forme nei tempi in cui scriveva, negli anni settanta dell’ottocento. Non le ho con me in questo momento, ma le sue dichiarazioni e i suoi scritti in merito abbondano. Se necessario li riproduco. Ed anche la parola d’ordine “terra ai contadini”, era eminentemente tattica: dividere i contadini dai latifondisti ed egemonizzarli nell’ambito del suo progetto rivoluzuionario. Quindi, in certo senso, anche Lenin era un “accelerazionista” (uso le virgolette appositamente) .
    Non se ne esce. Non si tratta, ovviamnte, di rimpiangere l’ancien regime con tutti suoi guai e ingiustizie, ma di afferrare il fatto che per ipotizzare una società non capitalistica è necessario rivalutare e trasmutare in valori sociali qualcosa che il capitalismo ha distrutto. Concezione del mondo e dei rapporti fra persone e fra persone e cose, usi, tradizioni e costumi popolari in via di scomparsa. Il che implica una profonda rivisitazione del tema del rapporto fra struttura e sovrastruttua, compresa la concezione certo non volgare o meccanicistica di Gramsci.

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