Quale futuro per Gaza?


Mi pare che il piano americano per il futuro della Striscia di Gaza si stia gradualmente delineando. L’obiettivo strategico di USA e Israele, in ultima analisi, è di mettere fuori gioco l’Iran nel quadrante mediorientale. Questo prevede ovviamente la distruzione della resistenza palestinese e di quella libanese (o comunque di indebolirle al punto tale da non costituire più un pericolo), la liquidazione di Hamas e un accordo fra Israele, Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto. La Turchia per ora è occupata a mantenere e rafforzare la sua posizione in Siria, non ha interesse ad inasprire lo scontro con Israele e in ogni caso può essere coinvolta successivamente nell’ambito di una spartizione/ridefinizione complessiva dell’area mediorientale garantendogli, appunto, il controllo di una parte della Siria e la ulteriore smobilitazione dei curdi, sia turchi che siriani (processo già in corso), che da sempre costituiscono una spina nel suo fianco. In fondo la proposta avanzata da Netanyahu va nella direzione sopra indicata e la sostanziale e tutto sommato tradizionale passività se non in taluni casi anche complicità con cui finora gli stati arabi cosiddetti “moderati”, cioè più o meno asserviti agli USA, hanno assistito e continuano ad assistere al genocidio in corso in Palestina potrebbe essere la conferma di un loro altrettanto sostanziale assenso al piano di cui sopra.  

La “pacificazione” della Striscia di Gaza è propedeutica al progetto dell’IMEC (India Middle East Europe Economic Corridor), meglio conosciuto come “Via del Cotone”, cioè una grande rete di infrastrutture e di collegamenti via mare e via terra tra India, Medio Oriente ed Europa alternativa alla BRI (Belt and Road Initiative), cioè la “Via della Seta” promossa dalla Cina.

Il piano ha come obiettivo quello di ridurre la capacità di espansione commerciale della Cina anche attraverso la ripresa totale del controllo su un’area strategica sotto ogni punto di vista (logistico, geopolitico, energetico, vie di comunicazione e tanto altro ancora) come quella mediorientale. Il rinnovato dominio sul Vicino e Medio Oriente costituirebbe per gli Stati Uniti – che vivono una fase di evidente crisi di egemonia a livello mondiale – un successo enorme sotto ogni punto di vista. Non possono però farcela da soli e hanno necessità dell’appoggio delle monarchie del Golfo e dei paesi arabi “moderati”. Queste/ii ultimi non possono perdere totalmente la faccia e, per lo meno formalmente, hanno bisogno che si  trovi una soluzione per Gaza che preveda quanto meno la parvenza di uno sorta di stato fantoccio palestinese, probabilmente con una fase di transizione (i cui tempi sono difficili da stabilire) in cui potrebbero essere loro stessi ad amministrare la Striscia.  Se è vero che il Qatar è forse il principale finanziatore di Hamas è altrettanto vero che le classi dirigenti qatariote che, ricordiamolo, ospitano sul loro territorio la più grande base militare americana in Medio Oriente, sono decisamente (molto) più sensibili agli affari piuttosto che al destino dei gazawi. Se il piano andasse in porto, la ricostruzione di Gaza sarebbe un affare per tutti. L’Iran verrebbe isolato e ridimensionato, l’Arabia Saudita, che ultimamente aveva cominciato a flirtare con i BRICS (e quindi con la Russia e la Cina) potrebbe rientrare definitivamente nell’ovile. Anche molti palestinesi, stremati dalla fame, dalla miseria e dalla guerra, di fronte alla possibilità della fine dell’incubo e di una ripresa economica (che per le classi dirigenti degli stati sopra citati significa affari e profitti e che per i palestinesi potrebbe significare un’opportunità di lavoro, sia pure sfruttato, ovviamente) potrebbero cedere a quello che è un sostanziale ricatto.

Come vediamo, i vantaggi per gli USA sarebbero diversi e di diverso genere.

Naturalmente questo è il progetto (per lo meno mi pare…) sulla carta ma i conti non si fanno mai senza l’oste. Intanto è tutto da vedere che Hamas possa essere debellata e se è vero che molti palestinesi potrebbero per disperazione essere attratti dalla prospettiva della ripresa di una vita “normale”, è altrettanto vero che sono centinaia di migliaia quelli che in questi due anni hanno perso parenti, madri, padri, figli, figlie, fratelli, sorelle, mogli, mariti, amici ed amiche. E non credo che tutta questa gente possa dimenticarsi di quanto è accaduto e sta ancora accadendo, e moltissimi fra questi andranno sicuramente ad ingrossare le fila di Hamas e delle varie formazioni combattenti palestinesi. Non si può quindi escludere, direi anzi che è altamente probabile al di là degli accordi che possono essere stipulati dagli “attori” sopracitati, la prosecuzione di una resistenza armata e di una guerriglia palestinese così come di quella libanese di Hezbollah, decapitata ma non distrutta.      

Nello stesso tempo bisognerà capire quale sarà l’atteggiamento della Russia e soprattutto della Cina che negli ultimi anni si è affacciata sul versante mediorientale con una azione sia diplomatica che economico-commerciale riuscendo addirittura a ricucire le relazioni fra i due storici nemici, cioè Iran e Arabia Saudita. Peserà su tutto ciò l’andamento della guerra in Ucraina e la sua eventuale risoluzione politica. Le due questioni non possono infatti essere separate anche se si tratta di due quadranti geopolitici (solo) apparentemente distanti. Ma qui entriamo in un’altra questione ancora di cui ci occuperemo in altro momento.

Fonte foto: La Stampa (da Google)

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