Le Terre e il Giardino


Terra! del compianto Stefano Benni è un divertente romanzo di fantascienza colmo di ironia sul futuro. Ma a volte la letteratura, anche quella fantastica, coglie delle analogie col mondo reale inaspettate. Nel libro, in un imprecisato futuro, ma che possiamo porre intorno al 2050, la Terra è divisa in tre fazioni: gli USA sono alleati con la Russia e l’Arabia Saudita; gli Europei con la Cina; il Giappone fa da solo. A parte l’ultimo “impero” che in realtà ha un ruolo più decorativo che altro (i giapponesi inviano nello spazio una micro-astronave comandata da topi geneticamente modificati). Nel romanzo le potenze planetarie si scatenano in una corsa spaziale verso un pianeta che appare simile alla Terra ma vergine, quindi ricco di risorse naturali, una Terra rara!

E’ fantascienza?

Eppure, lo schieramento appare ricordarci esattamente quanto sembra stia avvenendo oggi: gli USA cercano un’intesa con la Russia per contrastare la Cina e tenere ai suoi piedi la seccante colonia UE. Quanto al Medioriente non potrebbe andar meglio di così: Bin Salman è appena stato da Trump e c’è poi Israele che è l’avamposto occidentale in quel luogo.

Tutto questo è anche scritto in un editoriale di Federico Fubini sul Corriere del 3 dicembre 2025. Dopo aver ricordato che la Cina tiene tutti al guinzaglio tramite le batterie e le terre rare (la Terra vergine di Benni), in particolare l’Ucraina, Fubini scrive: “Negli Stati Uniti questo problema è chiaro e spiega in parte — la parte più presentabile — la collusione affaristica degli emissari di Trump con Mosca: gli americani vanno ovunque alla ricerca di accordi che spezzino la presa cinese sui materiali strategici; sono disposti a trovare nuovi equilibri anche con i russi, se questi possono aprire nuove esplorazioni e attività di raffinazione delle terre rare.”

Chissà qual è la parte impresentabile? Ma lasciamo perdere. Fubini prosegue: “L’Europa invece cosa fa? Qui l’inazione, l’ipocrisia e lo scaricabarile delle responsabilità sul Paese o sull’istituzione più vicina sono ormai la regola. Qualunque forma di leadership o pensiero strategico collettivo latitano, mentre le due principali potenze nucleari del pianeta si dividono le spoglie del continente senza di noi…L’ultima sciarada europea va in scena sulle riserve congelate di Mosca…L’architettura del trasferimento delle riserve russe a Kiev non decolla perché tutti gli attori — Ursula von der Leyen, la Germania, la Francia, l’Italia, il Belgio (dove sono i fondi) – cercano solo di ridurre a zero i costi e i rischi per sé. E cercano di farlo a spese del vicino.

Beh, che l’Aia fosse un pollaio era già noto da tempo, quando l’UE era molto meno affollata. Adesso più che un pollaio, coll’ineffabile rischio di prenderci i corrottissimi ucraini in casa, ci avviciniamo ad un porcile con tante belle greppie.

Poi però cede ad un sentimentale ritorno:

Forse semplicemente l’Unione europea non ha in sé il software: non quando in gioco ci sono le invasioni di eserciti sul nostro continente, la vita e la morte, il tentativo degli avversari di distruggere il nostro sistema basato sul diritto, la tolleranza, l’apertura, la composizione pacifica e multilaterale dei problemi.

Oddio! La vita e la morte, invasioni, distruzioni, guerra e (senza) pace. La retorica demenziale del sistema oligarchico liberale per fomentare la paura. Forse i nostri governi sanno benissimo che i russi non hanno alcuna intenzione di invadere l’Europa, forse anche Fubini lo sa, ma insiste nell’elogio del “giardino” assediato dai barbari, un tema che Junger già evocava ne Le Scogliere di Marmo altra letteratura profetica ad uso e consumo di questo mito. Europa che deve difendersi col Riarmo apparentemente per difendersi dall’invasione, nella realtà per il rilancio di una economia in chiara difficoltà dopo aver scoperto in ritardo come USA e Cina siano tecnologicamente avanti di almeno dieci anni se non di più.

Ma poi quali soluzioni invoca per ovviare a questa incapacità europee?

Però non è vero che non avremmo gli strumenti per far provare ai rivali che anche l’Europa può muoversi da potenza. Nell’area euro (non in Cina) si trova la gran parte del debito pubblico statunitense detenuto all’estero. Permettiamo alle Big Tech americane di eludere le tasse su quote enormi dei loro utili attraverso l’Irlanda, in un modo che sostiene il loro valore di Borsa per centinaia di miliardi di dollari.

Bravo, e i dazi? E l’accordo scandaloso sul 15% con la Von der Leyen piegata ad angolo retto davanti al “padrone” Trump? Forse l’ha dimenticato? Poi continua:

Continuiamo a non imporre alla Cina di investire di più e meglio da noi, condividendo la sua proprietà intellettuale, se vuole avere l’accesso al mercato europeo di cui ha tanto bisogno.

Certo, ma proprio noi italiani abbiamo mandato a quel paese la Cina rinunciando alla Belt and Road Initiative che nel resto di Europa è stata snobbata (sebbene alcuni singoli paesi mediterranei come Grecia e Spagna, oltre all’Ungheria, hanno buoni rapporti commerciali con la Cina). Se vogliamo l’aiuto cinese, dobbiamo concedere qualcosa in cambio, non esistono pasti gratis, invece che imporre dazi a nostra volta o prendere posizioni ambigue. E’ una normale prassi di geopolitica che se due nazioni, due superpotenze si alleano contro di te, tu fai accordi con la terza per non restare schiacciato. Nella sua fantasia Benni ci vedeva bene, molto più dei retori del “giardino” alla Junger.

Immagine da Google

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