Il green pass e la lotta dei portuali

Segniamoci la data di venerdì 15 ottobre 2021: a partire da l’altroieri una percentuale non irrilevante di cittadini italiani per poter lavorare pagherà – non il pizzo al caporale di turno, bensì il costo dei tamponi necessari a munirsi del famigerato Green pass (costo, fra parentesi, eccezionalmente elevato rispetto agli standard europei).

Cosa pensano i diretti interessati della novità introdotta dal decreto legge settembrino? La mia impressione, basata su colloqui quotidiani, battute e ammiccamenti è la seguente: c’è un’esigua minoranza che approva l’obbligo introdotto dal governo nazionale e attribuisce al certificato verde doti taumaturgiche – quasi l’amuleto cartaceo potesse sconfiggere da solo il virus; la maggioranza, invece, manifesta dubbi e perplessità, ma appare rassegnata a obbedire. Non pochi si stanno vaccinando in extremis: per niente persuasi si adeguano, mentre altri prenotano il test in farmacia. Tutte queste persone non meritano alcun biasimo: chi vive del proprio impiego ha una libertà di scelta puramente teorica. Non mancano tuttavia i ribelli, molti dei quali solamente a parole: sono stati loro a inscenare le manifestazioni che, da alcune settimane, riempiono strade e piazze dei centri urbani. Alla base del rifiuto troviamo le motivazioni più varie: accanto a quelli che aborriscono le vaccinazioni (i no vax doc) sfilano, sempre più numerosi, cittadini vaccinati e attenti alla propria salute, ma critici nei confronti dell’operato dell’esecutivo. Per screditare i dimostranti il giornalismo nostrano dà voce di preferenza ai fanatici (meglio se di estrema destra…), ma resto convinto che a infoltire i cortei siano soprattutto esseri umani pensanti e privi di preconcetti. Che non si tratti di esagitati lo attestano la frequenza delle marce, il numero – massiccio e stabile, se non in crescita – dei partecipanti e il carattere pacifico delle dimostrazioni. L’episodio di Roma, che i media di servizio hanno ingigantito, prova soltanto quel che è già universalmente noto: quando un movimento spontaneo acquista credito e forza non mancano mai “mosche cocchiere” che aspirano ad assumerne il controllo, di solito senza alcuna possibilità di riuscirci. Forza Nuova, un gruppuscolo (ben organizzato) di bigotti maneschi e reazionari ha colto l’occasione propizia per mettersi in mostra e – questo era l’evidente obiettivo – fare proselitismo a spese altrui: c’è riuscita, e al prezzo di qualche sanzione penale per i leader (forse…) sfrutterà il dibattito su un eventuale futuro scioglimento per accreditarsi come formazione politica perseguitata per i “valori” espressi.

Al governo della trojka fatta in casa i tafferugli avvenuti nella capitale possono solo recare giovamento, anche se dubito che gli eventi siano stati pianificati in qualche segreta stanza: in situazioni tese come l’attuale non c’è necessità di perdere tempo a complottare, essendo più comodo e sicuro lasciare che le cose accadano “naturalmente”. L’assalto alla CGIL, un’organizzazione pienamente integrata nel sistema, non andrebbe comunque letta come un richiamo all’ordine: al limite potrebbe essere interpretata come un memento, un imperioso invito a non abbandonare la retta via della “responsabilità” (e a non esprimere più alcun distinguo sull’obbligo di Green pass per i lavoratori – d’altra parte Landini, dopo aver reso in estate dichiarazioni anche condivisibili, si è rimesso in riga da sé). Vedremo come si comporterà il sindacato nei prossimi mesi di fronte a una macelleria sociale ampiamente annunciata, che sarà insaporita da una nuova, massiccia privatizzazione dei servizi pubblici (ce lo chiede l’Europa, cioè la finanza…)

Mi preme a questo punto sottolineare che l’opposizione al lasciapassare verde non va assolutamente confusa con lo scetticismo nei confronti dei vaccini generosamente donatici, in regime di monopolio, dalle multinazionali farmaceutiche USA, anche se la propaganda sistemica seguita a presentarci il Green pass come una misura sanitaria. Quali esigenze hanno ispirato la stesura del Decreto legge n. 127? Imbeccandosi a vicenda, politici e giornalisti ribadiscono a ogni piè sospinto che l’obbligo serve ad aumentare la sicurezza sui luoghi di lavoro e – prima ancora – a invogliare i cittadini più recalcitranti a vaccinarsi (per questa ragione il governo si rifiuta di calmierare il prezzo dei tamponi). Si sottintende che la diffusione dello smart working costituisce un ostacolo all’auspicata crescita economica (a proposito del lavoro pubblico il ministro Brunetta lo afferma espressamente), e dunque i lavoratori devono tornare ad affollare gli uffici. Tenuto conto che la doppia dose abbassa il rischio di contagio e di sviluppare una patologia grave senza azzerarlo il possesso del Green pass a fini lavorativi è nient’altro che una precauzione in più, che si aggiunge all’uso della mascherina, al distanziamento ecc. – misure che rimangono infatti in vigore.

La domanda che dobbiamo porci è se il beneficio previsto e promesso sia proporzionato al sacrificio anzitutto economico richiesto a milioni di cittadini, sempre tenendo conto che non esiste in Italia alcun obbligo vaccinale. La risposta va formulata a partire dalla situazione attuale e concreta: nel nostro Paese la percentuale di vaccinati fra gli ultradodicenni raggiunge l’80%, una soglia da record per il Vecchio Continente e comunque assai più alta di quella che si stimava ottimale all’inizio della campagna. In sostanza gli italiani si sono dimostrati più ligi e obbedienti di quasi tutti gli altri popoli UE, e questo è un dato di fatto. Quanto all’andamento dell’epidemia l’arrivo dell’autunno e dei primi freddi non sembra per fortuna aver aggravato il quadro: che sia per merito del vaccino o per altri motivi i numeri sono ovunque da “zona bianca” benché bar e ristoranti siano pieni, i centri delle città pure e la stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici e privati abbia ripreso mesi fa a timbrare il cartellino in entrata. Non va infine dimenticato che la decisione di lasciare a casa a tempo indeterminato (senza stipendio) alcune centinaia di migliaia di dipendenti potrebbe inceppare il tessuto produttivo, visto che molti enti e aziende (specie quelle di piccole dimensioni) si troveranno in oggettiva difficoltà. Il paradosso, infine, è che le cassiere ad esempio dei supermercati, quotidianamente esposte al pericolo di ammalarsi nei mesi più critici, cioè prima che fosse disponibile il vaccino, da venerdì scorso non possono accedere al luogo di lavoro se prive di un pezzo di carta… magari perché le farmacie dei dintorni non sono in grado di soddisfare la domanda in crescita. Giova rimarcare che in vista di un vantaggio assai modesto se non addirittura teorico il legislatore incide pesantemente su un diritto – quello al lavoro – che è il fondamento della Repubblica: sotto il profilo logico-giuridico il bilanciamento non pare essere stato eseguito correttamente e tocca allora chiedersi quali siano i reali obiettivi di un governo che, non avendo dovuto affrontare la fase più calda della pandemia ed essendo formato da “eccellenze” (come giorno e notte ci ricordano i media mainstream) non può essere tacciato di fare le cose a casaccio. Un indizio delle reali intenzioni dell’esecutivo è desumibile dalla lettura del decreto di Brunetta, che rende di fatto impossibile il c.d. lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni a partire dal 31 ottobre prossimo: la tesi di fondo è che lo smart working sia stato un regalo ai “fannulloni”, ma se colleghiamo l’introduzione dell’obbligo di certificazione con il venir meno della possibilità di operare da remoto ci rendiamo facilmente conto che l’operazione nel suo complesso nasconde (si fa per dire…) un intento punitivo, se non addirittura ricattatorio, e si inserisce a pieno titolo nelle politiche neoliberiste di inasprimento dei doveri e riduzione dei diritti legati al lavoro. Che poi la campagna contro i renitenti, descritti sprezzantemente in blocco come no vax dai giornalisti devoti al sistema (quasi tutti), serva anche a mettere i cittadini gli uni contro gli altri non è cosa che possa sorprendere l’osservatore attento.

Stavolta però assistiamo a delle reazioni che vanno al di là dello spontaneismo protestatario e, a sorpresa, stanno avendo il loro epicentro in una città abitualmente sonnacchiosa quale è Trieste. La mobilitazione dei portuali non può essere semplicemente imputata a “voglia di Territorio Libero”, né tantomeno a macchinazioni fasciste che gli esponenti della sinistra “da passeggio” intravedono dietro qualsiasi iniziativa non sia organizzata da loro. Proiettare ombre nere sui muri cittadini non è impresa ardua per i regimi neoliberisti e per l’apparato mediatico, ma i comunicati stampa dei portuali giuliani si imperniano sui concetti di solidarietà e diritto e le azioni poste in essere non giustificano fino ad ora sospetti e dietrologie. Perché non prendere in considerazione l’ipotesi che la ribellione sia genuina e che, indipendentemente dalle posizioni politiche dei singoli, il Clpt stia oggettivamente combattendo una battaglia non meramente corporativa e dunque dal sapore socialista? Forze come il PC di Rizzo e L’Alternativa c’è sostengono meritoriamente la lotta, e da essa potrebbe rinascere o rafforzarsi una coscienza collettiva che al momento appare assopita. Ma perché non si sono svegliati prima ‘sti benedetti portuali, si domanda qualcuno, quando veniva cancellato l’articolo 18, ad esempio, perché non hanno alzato la voce contro le delocalizzazioni selvagge? Può stupire e persino contrariare che si sia scelta, per una contrapposizione di principio, una questione in apparenza marginale come il Green pass, ma a ben vedere questa imposizione tanto insignificante non è, anche perché può dare il la a futuri interventi restrittivi delle prerogative dei lavoratori: è in atto da tempo una sorta di mitridatizzazione e che qualcuno se ne accorga può essere reputato positivo. Inoltre la saggezza popolare ammonisce che l’aggiunta di una minima goccia può, alle volte, far traboccare un vaso già colmo (nel nostro caso di frustrata indignazione) e la Storia talvolta si diverte ad affidare a personaggi improbabili – come il pope Gapon – un ruolo di apripista: staremo a vedere, ma una lotta coraggiosa e determinata è pur sempre una rarità nell’asfittico e deprimente panorama odierno.

Portuali di Trieste in rivolta, no al Green Pass e anche ai tamponi:  “Blocchiamo tutto a oltranza” - Il Riformista

Fonte foto: Il Riformista (da Google)

 

 

3 commenti per “Il green pass e la lotta dei portuali

  1. Serena
    17 ottobre 2021 at 19:44

    Sembra che abbiano già perso, ma sono gli unici che si sono schierati dalla parte dei cittadini

  2. Enza
    18 ottobre 2021 at 7:02

    Segniamo Ia data. Mi permetto : ma segniamoci anche che stanno avvenendo cose gravissime con l’assenso o la rassegnazione di molta parte della sinistra radicale. Senza vergogna.
    Aggiungo un link. Ecco dove si è spinto il draghismo. Un domani non si dica che noi non c’eravamo o che ci siamo illusi sulle finalità sanitarie del green pass. Per il presunto bene comune…

    Studio Cataldi: Senza green pass niente Cig.
    https://www.studiocataldi.it/articoli/news/43006-senza-green-pass-niente-cig.asp

    • gino
      18 ottobre 2021 at 23:45

      senti enza,
      ma la nuova ecatombe di covid in israele (che prevedesti 2 mesi fa e avrebbe dovuto provare l´inefficacia del vaccino) quando arriva?

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