La Scienza può sostituire la Natura?

Chiacchiere in libertà dalla legge di gravità alla teoria del gender passando per l’equazione di stato dei gas perfetti.

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Il titolo di questo mio articolo è volutamente paradossale, è insomma come chiedersi se gli occhiali possono sostituire la vista o se la cucina può sostituire il cibo, vale la pena però partire da questo paradosso, in quanto è esattamente quello che propugna un certo pensiero scientista … La faccenda diventa ancora più interessante se pensiamo che questo stesso pensiero è una nostra vecchia conoscenza (la parola eugenetica vi ricorda qualcosa?) che si ripropone ferocemente in questi nostri tempi tormentati sotto abili travestimenti.

Ma, andiamo con ordine.

Cosa pensereste di un referendum volto ad abolire la legge di gravità? Sicuramente (almeno spero) pensereste ad una burla, e fareste senza dubbio bene. Immaginate però che qualcuno vi faccia riflettere sul fatto che gli aeroplani permettono all’uomo di volare e quindi che un’applicazione della scienza è in qualche modo un primo passo verso la definitiva liberazione dell’uomo da questa iniqua legge che nessuna assemblea elettiva ha votato. Il referendum rimarrebbe una follia, ma forse qualche domanda potrebbe far capolino … se non altro vi verrebbe il dubbio che scopo precipuo della scienza sia proprio quello di farla finita una volta per tutte con i noiosi limiti che il nostro appartenere al mondo naturale impone al nostro spirito, alla nostra immaginazione, alla nostra anima (insomma scegliete voi secondo i vostri gusti).

Allora è bene capire che gli aeroplani volano grazie alla legge di gravità (da cui dipendono portanza, vortici, peso e consistenza dell’atmosfera) e non sfidando la legge di gravità (come spesso si sente dire anche per magnificare il gesto atletico di un danzatore o di un atleta).

La scienza non studia la natura per superarla ma solo per conoscerla più a fondo, la tecnica (che è cosa completamente diversa dalla scienza, il moderno acronimo tecno-scienza è molto fuorviante) utilizzando delle verità scientifiche può, se mai, cercare di ovviare a delle limitazioni della nostra vita quotidiana, prendendo saggiamente in considerazione le leggi di natura.

E’ notevole ricordare come in piena epoca positivista, buona parte del mondo scientifico fosse profondamente sollevato da una supposta imminente “fine della scienza speculativa” per sopraggiunta “conoscenza completa di tutti i principi” tanto che il giovane Max Planck, che da lì a poco avrebbe completamente rovesciato questo oscuro sogno della morte della scienza, fu consigliato verso la fine dell’800 di lasciar perdere la sua inclinazione per la fisica “tanto non c’era più nulla da scoprire”. Insomma la vena “diabolica” di una scienza indipendente dalla natura sognava il superamento definitivo delle frontiere dell’ignoto per la trasformazione della scienza in puro utilitarismo.

Come Godel, Poincarè, Heisenberg e Planck abbiano ridicolizzato l’ipotesi di “morte della scienza per esaurimento di cose da conoscere” è storia affascinante e degna di essere conosciuta a fondo ma su cui non possiamo indugiare in queste righe. Bisogna però ricordarsi che l’idea dell’eliminazione della necessità di una scienza che esplori l’ignoto è però rimasta (e come, si dia un’occhiata alle pagine scientifiche di Repubblica o dell’Espresso per gustarsi continui proclami sul disvelamento di ogni mistero e l’imminente fine di dolore, malattie e morte) nella politica e nella propaganda in quanto perfetto instrumentum regni per il capitalismo … ma non divaghiamo e torniamo alla legge di gravità.

Di cosa parliamo quando parliamo di leggi per descrivere la Natura?

Si tratta di qualcosa di molto diverso dalle leggi fatte dall’uomo che implicano una mediazione tra interessi contrapposti e comunque una “scelta” più o meno libera e condivisa da una collettività. Le leggi umane sono un mezzo con cui si cerca di mantenere un ordine sociale, sono insomma uno sforzo della volontà umana per evitare la completa anarchia e quindi a ben vedere l’imporsi di un’altra legge, quella del più forte, del più prepotente, del più ricco e, anche se su questo ultimo aspetto si preferisce lasciar correre, del più colto e informato. Le leggi umane insomma hanno l’ordine come scopo ultimo.

La vera lotta politica e sociale sarà legata alla desiderabilità di un tipo di ordine rispetto a un altro, ma sempre di “ricerca di un ordine” si tratta.

Al contrario le leggi di natura sono una conseguenza di un ordine che noi troviamo già dato e che comunque esisterebbe anche senza che noi fossimo in grado di riconoscervi alcuna “legge”.

Insomma non è che se noi cadiamo dalla finestra ci facciamo male ‘a causa’ della legge di gravità, ma semplicemente la ‘legge di gravità’ è un modo molto efficiente per capire come mai ci siamo fatti male.

Le leggi della Natura insomma le scrivono gli uomini contemplando la Natura e solo la coscienza dell’esistenza di una natura ordinata può permettere di dar ragione degli eventi in termini di leggi.

La cosa meravigliosa è che le leggi di natura “funzionano”, il che non è affatto scontato, di fatto una legge di natura è un “vincolo che ci spinge alla libertà e alla conoscenza”.

Come può un vincolo spingerci verso la libertà piuttosto che limitarla?

Rimaniamo nell’ambito della legge di gravità: nella sua formulazione più acritica (ogni corpo tende a cadere verso il basso) la legge sembra essere contraddetta da innumerevoli esperienze quotidiane, basta accendere un fuoco e notare che il fumo si dirige verso l’alto. Evangelista Torricelli, il più geniale degli allievi di Galileo faceva notare come una ipotetica “Accademia delle Scienze di Naiadi e Sirene” posta nei fondali marini avrebbe potuto immaginare due diverse direzioni per il moto spontaneo dei corpi: verso l’alto per materiali come sughero, legno, pomice, ecc.; verso il basso per pietre, ferro, bronzo. Allora a cosa servirebbe un tale, apparentemente ingiustificato, vincolo come la legge di gravità? La risposta è: serve a comprendere come anche l’acqua (o l’aria nel caso del fumo che va verso l’alto, ricordiamo che Torricelli fu il primo a misurare la pressione atmosferica anche se la formulazione definitiva si deve a Pascal da cui l’unità di misura della pressione prende appunto il nome) sia soggetta alla legge di gravità, abbia cioè un peso e che il suo peso specifico è maggiore di sughero, legno e pomice e minore di pietra, ferro e bronzo.

Il vincolo ci ha insomma permesso di allargare il nostro punto di vista, di arrivare a una conoscenza più profonda della natura, di andare oltre le apparenze, di avvicinarci alla verità che unica, come sottolineava San Paolo ci può rendere liberi. Da questo semplicissimo esempio comprendiamo come la scoperta di una legge non sia solo la registrazione di una regolarità (altrimenti avrebbe avuto ragione l’Accademia della Naiadi a ipotizzare due versi possibili per la gravità) ma la ricerca di un ordine “superiore” che ci permetta di andare oltre. La possibilità di andare oltre è garantita dalla nostra fiducia in un Universo ordinato, di un cosmo piuttosto che di un caos.

Se confondessimo le leggi con le regolarità statistiche, fermandoci quindi alla superficie dei fenomeni, prenderemmo degli enormi abbagli. Esiste un sito internet divertentissimo, in cui degli statistici americani si sono divertiti a elencare alcune correlazioni molto forti esistenti fra variabili del tutto eterogenee fra loro. Accedendo al sito (tylervigen.com) scopriremo l’esistenza di correlazioni praticamente perfette (r=0.99, essendo l’indice r il coefficiente di correlazione che misura la forza del legame tra due variabili che ha come massimo il valore 1.00) tra gli investimenti in ricerca e il numero di suicidi per soffocamento o tra la frequenza di divorzi nel Maine e il consumo pro-capite di margarina. E’ una lettura illuminante, che consiglio di cuore a tutti i lettori in quanto fonte di sano scetticismo verso la (quasi) totalità delle montagne di statistiche che vengono sparate a raffica per convincerci della inevitabilità di certe scelte politiche.

Ma se non possiamo equiparare leggi e correlazioni empiriche, allora come facciamo a definire una legge di natura?

Albert Einstein teneva la termodinamica in grande stima, così infatti si esprimeva riguardo a questa scienza:

«Una teoria è tanto più convincente quanto più semplici sono le sue premesse, quanto più varie sono le cose che essa collega, quanto più esteso è il suo campo d’applicazione. Per questo la termodinamica classica mi fece un’impressione così profonda. È la sola teoria fisica di contenuto universale che sono certo non sarà mai sovvertita, entro i limiti in cui i suoi concetti fondamentali sono applicabili».

Vediamo qui ripreso il concetto di teoria (che, non dimentichiamocelo viene da ‘θεος’ e ‘οραω’ e quindi significa “vedere dal punto di vista di Dio”, il che ci fa comprendere come quasi tutto ciò che chiamiamo teoria usurpi di gran lunga il suo nome) e quindi di legge da essa derivata, come allargamento della conoscenza (quanto più varie sono le cose che essa collega, quanto più esteso è il suo campo d’applicazione).

L’equazione di stato dei gas perfetti, che nella sua formulazione più generale è espressa come:

PV = nRT

con P=pressione, V=volume, n= numero di moli, T=temperatura, R=costante universale dei gas,

è il punto di partenza della termodinamica classica. La legge è in qualche modo “cresciuta da sola” integrando osservazioni empiriche eseguite da Boyle, Avogadro e Charles nel corso di circa due secoli. Lo sforzo di questi tre pensatori (e di tanti altri scienziati che si sono succeduti nei secoli) è stato quello di arrivare a una sistemazione sempre più generale, più semplice (la semplicità come suggello della verità, Simplex Sigillum Veri, è una eredità preziosa della cultura occidentale che dovremmo sempre tener presente) e quindi più veritiera.

Per arrivare alla potenza esplicativa che suscitò l’ammirazione di Einstein gli scienziati percorsero una strada apparentemente contro-intuitiva consistente nel vincolare al massimo le “condizioni di osservazione” necessarie per garantire della validità della legge. L’equazione di stato dei gas si applica solo ai gas perfetti, di cui in natura possiamo solo osservare delle buone approssimazioni (per questo si parla di gas perfetti o ideali): gas molto rarefatti, lontani dal punto di fusione e in cui non esistano (in pratica sono trascurabili) interazioni tra molecole. Questi rigidi vincoli hanno permesso una formulazione semplice (l’equazione di stato riportata sopra) con cui esplorare la natura e con cui stabilire dei principi (si pensi al primo e al secondo principio della termodinamica) universalmente validi e guida preziosa nei campi più disparati, dall’ecologia, alla biochimica, all’ingegneria.

La cosa stupefacente è che la termodinamica classica, che tratta essenzialmente di scambi di calore e lavoro tra un sistema e l’ambiente che lo circonda, è stata fondata da persone che avevano delle idee completamente errate sulla natura del calore. Si pensava infatti che il calore fosse un liquido (il flogisto) e non, come solo molto più tardi venne scoperto, una misura statistica dell’energia cinetica delle componenti microscopiche del sistema.

Come è possibile che una legge funzioni se le sue premesse sono profondamente errate?

E’ possibile proprio per quello che ci fa balenare Einstein nell’ultima parte della sua frase:

“È la sola teoria fisica di contenuto universale che sono certo non sarà mai sovvertita, entro i limiti in cui i suoi concetti fondamentali sono applicabili”

La termodinamica classica infatti, e Einstein lo sapeva bene, aveva resistito a una completa ridefinizione della natura di uno dei suoi attori principali il calore, che però evidentemente non era un “concetto fondamentale” della teoria. A vedere bene i concetti fondamentali della teoria derivano da esperienze materiali comuni a tutti gli uomini come quella che per far scivolare giù dal pendio una pietra si fa molta meno fatica che a tirarla su (così un corpo caldo trasferisce spontaneamente calore a un corpo freddo e non viceversa, se il calore fosse stato un liquido questo sarebbe coinciso con il fatto che l’acqua viene giù dalle cascate verso valle). Queste esperienza materiali condivise, indipendentemente da ideologia, religione, cultura sono il vero fondamento della scienza. Credere nella sensatezza di queste esperienze è condizione necessaria per la ricerca scientifica. Tornando alle Naiadi, Torricelli non nega la sensatezza delle loro esperienze, non dice che sono illusioni, al contrario le sfrutta per allargare la portata della legge di gravità indicando la necessità di ipotizzare un peso per l’aria. Questo è un punto importantissimo per decidere sulla buona (che abbiamo visto ci libera) e sulla cattiva (e opprimente) scienza.

L’osservazione della divisione fra i sessi e quindi della complementarietà tra i ruoli maschile e femminile nei mammiferi è una talmente sensata esperienza, che essi derivano il nome dalla parola mamma e dalla sua funzione nella gestazione e nell’allattamento. Il mammifero a cui siamo più interessati è chiaramente l’essere umano e l’abbondare di studi sulle differenze tra i sessi a tutte le scale di indagine, da quella molecolare a quella sociale è una normale conseguenza di questo interesse.

Aldilà di ogni elucubrazione della teoria del gender, il fatto che noi siamo qui a scrivere degli articoli e a leggerli implica che un maschio e una femmina, attraverso un processo di riproduzione sessuata, ci abbiano generato. Il fatto che un maschio possa provare attrazione erotica per un altro maschio e una femmina per un’altra femmina non ha chiaramente nulla a che vedere con la riproduzione. Notiamo comunque che atti di accoppiamento tra individui dello stesso sesso sono piuttosto comuni nei mammiferi, ma chiaramente non hanno nulla a che vedere con la riproduzione e la continuazione della specie.

Il fatto che lo scienziato sia anch’esso un essere umano (e non un cilindro a chiusura ermetica riempito di un gas in condizioni quasi ideali) comporta alcuni pericoli per la scienza. Già il fatto di usare indifferentemente la parola scienza per il secondo principio della termodinamica e per la più strampalata teoria di psicologia sociale è a mio avviso una perversione gravissima. Sicuramente l’osservazione al microscopio del dimorfismo sessuale a livello dei cromosomi è considerabile una “sensata esperienza”, come una “sensata esperienza” è la diversa morfologia dell’apparato scheletrico tra uomini e donne o l’incontrovertibile fatto che siamo tutti nati da una donna, quando però entriamo nel mondo dei pensieri allora … allora come scriveva Chesterton nel 1905:

“L’ovvia verità è che nell’istante in cui una questione ha attraversato la mente umana, è definitivamente e per sempre inutilizzabile a scopi scientifici. E’ diventata una cosa incurabilmente misteriosa e infinita: pur essendo mortale assume un’aura di immortalità. Persino quelli che consideriamo i nostri desideri materiali sono spirituali perché sono umani. La scienza può analizzare una braciola di maiale ma non può analizzare il desiderio di braciola di maiale. Il desiderio umano di braciole di maiale rimane letteralmente mistico ed etereo come il desiderio umano di paradiso”.

Quando si cerca di “fare scienza” sulla base del desiderio si entra nella cattiva scienza, al posto delle sensate esperienze materiali, entra il ‘cattivo infinito’ dell’ideologia e ciò che ‘si ritiene giusto’ prende ahimè il posto di ciò che è materiale e quindi vero. Non si cada nell’equivoco di confondere materialista con ateo, i cristiani, e in special modo cattolici e ortodossi sono super materialisti per questo a volte degeneriamo (da credente uso il noi) in fanatici cercatori di reliquie, cioè di prove materiali e, per tornare a Chesterton:

“Chi crede nei miracoli li accetta (a torto o a ragione) perchè per lui hanno la forza dell’evidenza. Chi non crede nei miracoli li nega (a torto o a ragione) perché ha una dottrina contro di essi”.

In questo senso io mi ritengo un doppio materialista in quanto insieme cristiano e scienziato.

Insomma, per farla breve, se mettiamo una ideologia come ‘faro di giustizia’ a cui cercare di piegare la realtà, non ci mancheranno correlazioni spurie (quelle del sito internet citato in precedenza) a cui affibbiare il falso nome di scienza.

Se però ci fondiamo sul dato reale che ci vuole tutti sessuati alla nascita (e la presenza di rarissime sindromi di sessualità incerta come alcune anomalie cromosomiche non fa che rafforzare la naturalità del sesso) e da lì partiamo per decidere avremo una base reale per discutere. Altrimenti arriveremo agli orrori del dr. Money (è la tristissima storia del bambino cresciuto come una donna dopo l’accidentale ablazione del pene, forse il caso più paradigmatico e semplice da comprendere di cosa accada quando la (sedicente) scienza pensa di poter fare a meno della natura).

La tecnica, in quanto capacità dell’uomo di agire sulla natura, a differenza della scienza (che quando persegue il suo obiettivo specifico di conoscenza verace della natura è sempre buona) ha uno statuto morale neutro. Essa può perseguire il bene ma anche il male, in entrambi i casi essa fa uso delle conoscenze scientifiche, ma sia il mio nemico che il mio amico hanno interesse a conoscermi bene.

Ciò che è sicuramente dimostrato da tantissime prove (dai disastri ecologici ai casi alla dr. Money) sicuramente non è un buon affare andare contro l’armonia della Natura in quanto, anche se in una posizione sicuramente privilegiata, ne facciamo parte. E della Natura fa parte anche l’inclinazione erotica verso lo stesso sesso, non la generazione monosessuale nei mammiferi.

Concludendo, la scienza (quella vera) ci aiuta a conoscere la Natura e quindi sicuramente ci aiuta a decidere per il meglio, ma può anche aiutarci a decidere per il peggio, anche un assassino si informa delle abitudini della sua vittima. Io lo chiamerei Libero Arbitrio, altri lo chiameranno in altro modo ma è qualcosa che pertiene le nostre scelte, dire che il sesso è solo un costrutto sociale è come organizzare un bel referendum per abolire la legge di gravità. Dire che anche se il sesso ha a che vedere con la Natura ma che oltre che sui nostri genitali non ha influenza su niente altro in quanto noi siamo qualcosa di indipendente dal nostro corpo è del tutto legittimo (di nuovo la scelta) ma è una forma di spiritualismo insopportabile per qualsiasi sano e robusto materialista….


7 commenti per “La Scienza può sostituire la Natura?

  1. davide
    14 giugno 2014 at 0:07

    Carissimo Fabrizio, la tua approfondita analisi filosofica su scienza e scientismo, non mi convince per vari aspetti, ma fondamentalmente per uno: metti l’uomo (homo sapiens) al centro del sistema/universo, in realtà ne rappresenta un irrilevante effetto. La sua/nostra ricerca di conoscenza é ancestralmente legata alla sopravvivenza e solo molto recentemente alla speculazione filosofica. Il primo movente é stato la sopravvivenza, quindi l’analisi per trovare le soluzioni di contrasto alle avversità ambientali (la pressione ambientale comunque é determinante per l’evoluzione delle specie biologiche sul pianeta terra). Poi, molto di recente nella scala temporale del NS. pianeta, ha capito che “misurando” ed enumerando i fenomeni intorno a lui, poteva modificare profondamente l’ambiente adattandolo alle sue esigenze (caldo-freddo-malattie-…). Oggi la ricerca scientifica (conoscenza) e tecnologica sono elementi di totale emancipazione della NS. specie (a differenza delle altre) dai fattori ambientali e naturali, quindi, perché limitare la genetica se può affrancarci da altre contingenze legate alla NS. naturalità? Non siamo più una specie sottoposta alla pressione e selezione ambientale e, pertanto, possiamo progredire svincolati da tale inutile necessità.

    Scusa i molti errori dovuti alla digitazione sul cell. Avrei molto di più da esprimere ed in maniera maggiormente articolata, ma sono limitato dal mezzo e dal tempo, di cui dispongo pochissimo.

    • Roberto
      14 giugno 2014 at 1:04

      “… metti l’uomo (homo sapiens) al centro del sistema/universo, in realtà ne rappresenta un irrilevante effetto”.
      Non ci sarebbe una via di mezzo tra antropocentrismo e irrilevanza? Irrilevante è una cosa che mi deprime, significa che la mia esperienza umana è totalmente inutile.
      Non so cosa sia vero o falso, troppo grande per me, ma in questo caso mi preoccupa di più la potenziale strumentalizzazione politica: a chi giova gestire una massa di individui convinti della propria inutilità esistenziale?
      Con quale autorità l’individuo irrilevante si pone in rapporto dialettico col potere?
      Qual è la base inamovibile della legittimazione politica dell’individuo e del suo diritto a una amministrazione che lo metta al centro degli interessi?
      Ammesso che sia possibile un uomo riprogrammabile come una macchina, egli può ancora chiedere al potere di essere considerato qualcosa di diverso rispetto al braccio meccanico a controllo numerico?
      Quando nelle catene di produzione non servirà più la forza lavoro umana, sulla base del principio di irrilevanza, potremo rivendicare una redistribuzione della ricchezza, senza fare niente, solo perché siamo degli inutili riprogrammabili sostituibili costosi essere umani?
      Su quale base dovremmo ancora avere un diritto di esistere?
      A me pare, da ignorante, che la questione abbia implicazioni talmente profonde da non poter essere trattata in maniera riduzionistica, confinati nel campo della fattibilità senza avere voce sul fine. E non possiamo avere voce sul fine se quel fine non lo abbiamo immaginato, se non pensiamo a una forma vivente umana autonoma, depositaria di una propria unicità, insostituibilità, e infine, dignità.
      Per questo credo che una parte dell’etica tecnoprogressista, anche della sinistra, sia in perfetta (spesso inconsapevole) armonia col capitalismo.

    • Fabrizio Marchi
      14 giugno 2014 at 1:39

      Caro Davide, l’articolo non è mio ma di Alessandro Giuliani, scienziato ma non scientista…:-) è a lui che devi rivolgere le tue obiezioni oltre al fatto che in materia è senz’altro infinitamente più preparato del sottoscritto che non lo è per nulla…

    • alessandro giuliani
      15 giugno 2014 at 19:27

      Caro Davide la scienza è attività umana in quanto gli scienziati sono esseri umani quindi direi che sia scontato mettere al centro l’uomo nel parlare di scienza. Lo stesso vale ovviamente per la musica, l’arte, il calcio ecc.

      • davide
        15 giugno 2014 at 21:20

        Egregio Alessandro,
        mi occupo professionalmente di scienza (farmacologia) e, pertanto, applico l’approccio del riduzionismo; necessario alla enumerazione e descrizione di qualunque concetto scientifico.
        Poi, si può procedere con analisi filosofiche, epistemologiche, ecc. Non meno qualificate, ma metodologicamente diverse. Almeno per quanto concerne la conoscenza “del fare”. Il riduzionismo non vuole essere nè buono nè cattivo, non necessita di valenze etiche, serve al progresso e al ben-essere.
        L’analisi filosofica é straordinariamente importante per il progresso dell’umanità. Molto cordialmente.

        • alessandro giuliani
          16 giugno 2014 at 0:13

          Riduzionsimo metodologico appunto, chiunque scelga di fare una misura lo applica, ma questo non significa che abbia con ciò esaurito ogni aspetto del fenomeno che studia. Il fatto che noi giustamente consideriamo i pianeti come punti materiali per prevederne le orbite non significa che i pianeti siano SOLO dei punti materiali, lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di analisi. Allo stesso modo (ma procedendo dal lato opposto) non ha senso fondare la termodinamica studiando le singole traiettorie di un numero di Avogadro di particelle, è molto più conveniente utilizzare parametri statistici come pressione e temperatura.
          Arrivato a un certo punto, un tipo di riduzionismo smette di essere utile e si passa ad altro, per cui gli studi GWAS (Genome Wide Association Studies) che mirano ad associare singoli polimorfismi genetici a stati patologici hanno grattato il fondo del barile e ora sono stati abbandonati per altri aspetti, lo stesso dicasi per la farmacologia ricettoriale classica per andare verso farmaci di rete e indagare possibili usi dell’effetto allosterico. Niente di strano. Lo scopo delle applicazioni della scienza è quello del ‘fare’ e si spera sia per il benessere ma non sempre è stato così e ne abbiamo avuto varie prove (eugenetica, armi varie ecc.). Lo studio della natura con lo scopo di averne una rappresentazione sempre più ricca ha come scopo la conoscenza e basta, o, come diceva Poincarè, la natura si studia perchè è bella’. Il che alla lunga può anche avere delle applicazioni, Maxwell studiava il campo elettromagnetico per comprendere la Natura, poi si dà il caso che senza le equazioni di Maxwell non avremmo il televisore.
          Anche io mi occupo professionalmente di scienza come puoi vedere:

          http://scholar.google.it/citations?user=s8GLbMoAAAAJ&hl=it&oi=ao

          e infatti nel mio intervento parlo di scienza, filosofia significa amore per il sapere e anche la scienza è una branca del sapere. Come scienziato vedo con sospetto (è successo tante volte sempre con risultati catastrofici) chi si affanna a dire che ‘ormai sappiamo tutto’ e che la scienza ‘serve solo a produrre oggetti (è cioè solo tecnica)’. In realtà viviamo proprio di questi tempi un momento di passaggio verso altri paradigmi e quindi abbiamo un gran bisogno di scienza teorica.
          Da farmacologo conoscerai certamente la grave crisi che ha colpito la farmacologia dagli anni ottanta a questa parte con il crollo di nuove molecole immesse sul mercato.

          http://www.nature.com/nrd/journal/v5/n12/abs/nrd2199.html

          il che non è una cattiva notizia in sè, ci serve a essere più umili e a cercare nuovi paradigmi:

          http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0163725813000284

          che vuol dire nè più nè meno che prendere sul serio la Natura e studiarla con amore e attenzione senza pretendere di sapere già tutto.
          Trovo il nascere, fare l’amore, il dar vita a dei figli, mangiare, bere una cosa meravigliosa per cui vale anche la pena di ammalarsi e morire…da ciò ne deriva che non abbia molta voglia di ‘emanciparmi’ dalla natura che di solito porta a guai grossi…è stato lo scopo di tutti i totalitarismi e sinceramente non direi che siano andati molto in là. Piuttosto la natura dovremmo iniziare a non dargli tanto fastidio, prima che si ribelli e faccia a meno di noi….sono ahimè un inguaribile materialista e come ‘puro spirito’ ..almeno su questa terra non mi ci so vedere…

  2. 27 giugno 2014 at 2:43

    Non per essere lessicalmente pignolo ma non tutti i totalitarismi sono identici – o perlomeno non hanno avuto la stessa origine. Ci sono totalitarismi nati per conservare il privilegio e totalitarismi nati da un genuino desiderio di opporsi a certe estreme condizioni sociali – a partire dai Levellers della guerra civile inglese, arrivando poi ai rivoluzionari francesi e alla rivoluzione di Ottobre.
    Peraltro il termine ‘totalitarismo’ è di manica larghissima, nonché gemello di ‘democrazia’ in quanto a nebbia di significato. Il neo-liberismo, l’economia di mercato sono sistemi brutalmente totalitari, guerrafondai, promotori di criminalità e di corruzione impunita all’ingrosso, anche se, passano allegramente per ‘democrazia’. America docet e Italia ai piedi dell’altare, con incenso e turibolo.
    http://www.yourdailyshakespeare.com

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