Lezioni elettorali

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La valanga populista

Poteva andare molto peggio di così. Potevamo svegliarci con un Pd al 25%, Forza Italia al 20 e passa, +Europa in Parlamento e Liberi e Uguali sopra il 5. Il fronte euro-liberista, detto altrimenti, avrebbe potuto dare le carte anche stavolta, blandire l’Europa e rassicurare i mercati. E invece il blocco politico della stabilità è uscito sonoramente sconfitto. La governabilità liberista tenterà di procedere col pilota automatico, ma sarà inevitabile fare i conti con la valanga populista. Altrimenti, al prossimo giro di giostra il M5S rischia di arrivare al 50%. Questa, in buona sostanza, la ragione della chiusura renziana ad ogni ipotesi di collaborazione governativa col “populismo”. Nonostante ciò, da due giorni imperversa uno strano lamento a sinistra, quella stessa sinistra scomparsa dai radar elettorali perché eclissata da una realtà confusa con la sua proiezione twitteristica. E’ certo che non c’è nulla di “recuperabile” dal Parlamento uscito fuori dal voto di domenica. Nonostante ciò, l’ingovernabilità manifesta si presenta come terreno più favorevole della serrata euro-liberista. Eppure gli strepiti di questi giorni mascherano il tavolo già apparecchiato del comodo ritorno all’antiberlusconismo, anzi: al “renzusconismo”. La zona di comfort della sinistra, quella di complemento, supina alle strategie politiche del suddetto euro-liberismo.

Sperare che il significato di un voto simile venga minimamente compreso a sinistra è auto-lesionismo. Alle 23.01 di domenica è partito il solito refrain vittimistico: “è colpa degli elettori!” Senza concentrarsi sull’origine sociale e le fratture di classe che un voto di questo tipo cela dietro le apparenze accomodanti (“sono tutti fascisti”!). Un vero e proprio voto di classe. Di una classe alienata, smobilitata, incattivita, razzista: certo. Ma che utilizza parole e concetti presi dal campo avverso pur di esprimere dissenso. Sperare che nel vuoto cosmico della sinistra, nell’assenza di idee progressive comprensibili, di presenza sociale, di riferimenti culturali, quella stessa classe magicamente esprima un rifiuto cosciente e indipendente dal mainstream politico vuol dire confondere la realtà per la propria rappresentazione immaginaria. E’ in questa merda che dobbiamo nuotare, non altrove. Scansarsi, tentare di giustificare ideologicamente la propria aristocratica altezzosità, non farà altro che moltiplicare geometricamente la forza “populista”, nelle elezioni ma soprattutto nella società.

A mente (leggermente) più fredda, dunque, possiamo valutare questo voto nel suo valore generale. Un voto che incrocia disagio sociale e offerta politica reale, che esprime un’insofferenza generalizzata e maggioritaria. Un’insofferenza espressa male, malissimo, serve specificarlo? Un’alienazione elettorale che non fa che replicare il grado di alienazione sociale che subisce il proletariato del paese: non è un’ovvietà?

Chi sperava nel meno peggio pur di non fare i conti con la realtà, è rimasto giustamente sconvolto. Ma una fase di dissenso generalizzato e ingovernabilità politica è il luogo naturale entro cui i comunisti dovrebbero trovarsi a proprio agio. E’ per questo che il voto è andato male, ma poteva andare molto peggio. Avremmo potuto avere il Pd, ancora, al governo.

 

La scomparsa della sinistra

Esistono nel nostro malandato paese due presidi sociali di eccezionale importanza, da tempo abbandonati dalla sinistra d’ogni colore: i bar e le edicole. Nei primi si apprende empiricamente la vox populi; nelle seconde si scorge la straordinaria complessità del quotidiano. Né i primi né le seconde bastano per capire la realtà. Ma senza i primi e senza le seconde è matematicamente certa l’incomprensione dell’esistente. Ed è solo in base a questa incomprensione totale del mondo attuale che la sinistra – parliamo qui della sinistra “radicale”, non la destra camuffata di Pd e Leu – procede soddisfatta verso la sua estinzione. Il primo grande equivoco di cui è vittima la sinistra elettorale è più o meno questo: credere, anzi: essere fermamente convinti, che nella società esista una “domanda di sinistra” a cui basta solo dare lo strumento elettorale per esprimersi. Da un quindicennio a questa parte, due mesi prima del fatidico appuntamento elettorale, riparte allegro il ragionamento inappuntabile: diamo agli elettori la possibilità di votare un cartello elettorale “veramente di sinistra”, e loro accorreranno in massa. Purtroppo, un ventennio di batoste non sono state sufficienti a capire l’errore di fondo di un’interpretazione simile. Sinistra, oggi, è sinonimo di globalizzazione, capitalismo 4.0, share economy, Unione europea, liberalizzazioni e privatizzazioni. In Italia la sinistra non è la soluzione, è il problema.

Crediamo, da tempo, che l’unica possibilità per la sinistra di recuperare internità nella classe sia quella di occupare lo spazio aperto dal cosiddetto “populismo”, interagire con quell’universo di sentimenti, percezioni e rancori ambivalenti, provando materialmente a “spostarlo a sinistra”, sottraendolo alla pacificazione populista per riconvertirlo in lotta di classe. E’ un percorso a ostacoli, difficilissimo, nessuno lo nega. Ma è l’unico modo, almeno fino a oggi, per rompere i ponti con la sinistra del capitale, presentandosi in forma originale e riacquisendo credibilità. Per fare questo è però necessario spezzare il cordone ombelicale che ci lega tutt’ora all’idea mainstream (e, purtroppo, popolare) di sinistra. Significa essere disponibili a sporcarsi le mani e la testa. Le mani, perché un compito del genere passa attraverso il ritorno materiale nella società, e soprattutto nelle periferie metropolitane – quelle vere, non le zone gentrificate della città consolidata confuse per margini della metropoli. E la testa, perché il marxismo, oggi, dev’essere veicolato attraverso parole, concetti, idee diverse, originali, dirompenti, ambiziose e rischiose. Piacerebbe anche a noi un mondo fatto di comitati centrali e cellule operaie, ma non esiste più. Bisogna reinventarsi, non replicare – costantemente in sedicesimi – esperienze fallite.

Eppure, da subito, la sinistra radicale, rappresentata in questa occasione da Potere al Popolo, ha replicato esattamente quello che non andava replicato: il calderone ideologico della sinistra arcobaleno. Una sequela ininterrotta di giustissime parole d’ordine, ma che avevano e avranno per anni a venire l’unico pubblico dei già militanti, dei già affezionati, dei già convinti: sempre di meno, peraltro. E’ voto ideologico, per ciò stesso incapace di valicare il confine di chi già avrebbe votato per Rifondazione comunista. Al netto, dunque, di una serie di fattori strutturali che hanno impedito e impediranno nel futuro prossimo di cogliere un qualche risultato soddisfacente, in estrema sintesi: l’assenza totale di mobilitazione sociale nel paese, quello che è mancato è la capacità di occupare, nel proprio piccolo, un posto diverso nella percezione generale della società. Nel calderone indistinto di sinistrismo sociale non solo mancava una scala di priorità, ma una comprensibilità della propria proposta politica. Certo, per chi è già militante il programma risultava, tutto sommato, chiaro. Ma per gli altri 60 milioni di cittadini?

Le sconfitte elettorali hanno però l’effetto perverso di ricadere su tutta la sinistra, non solo su chi decide di candidarsi in prima persona. Questo voto, l’ennesimo, costituisce un passo indietro generale per tutti noi. Finire tra “gli altri”, superati alle regionali addirittura dal neofascismo, certifica la subalternità testimoniale della sinistra rispetto agli eventi politici del paese. Si fotografa la propria residualità, non una propria piccola presenza. E questo perché dalle elezioni, lo ripetiamo spesso, è possibile trarne una fotografia approssimata dell’esistente, non un mezzo per cambiarlo.

Anche stavolta, inevitabilmente, l’assenza sociale si è tramutata in scomparsa elettorale. Ed era inevitabile che andasse così. E andrà così pure in seguito. Perché per quello che abbiamo definito “blocco del dissenso” non interessa nulla della testimonianza ideale dei buoni propositi. Chiede efficacia, possibilità di incidere, tramite il voto, sugli eventi della politica. Non è detto che tutto questo debba passare per forza dalle elezioni. Anzi, è sensibilmente più probabile che la sinistra non riuscirà a scalfire, almeno nel breve-medio periodo, la rendita elettorale del “populismo”. E’ fuori dalle elezioni che va ricostruita un’idea di società, organizzando chi in questi anni ha subito il drastico processo di impoverimento dato dalla crisi economica e dalla gestione ordo-liberale delle relazioni produttive. Ma l’egemonia rifondarola su Potere al Popolo non potrà far altro che reiterare l’errore: prescindere dalla realtà e tentare di volta in volta la “scommessa” elettorale. Alla prossima tornata però ci sarà il problema De Magistris, che ha già lanciato l’Opa sul resto del movimentismo orfano di rappresentanza. A quel punto ritornerà il calderone informe di europeismo e socialdemocrazia “dal basso”. Ben venga, ma non è il nostro percorso.

Fonte: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/11811-militant-lezioni-elettorali.html

1 commento per “Lezioni elettorali

  1. Fabrizio Marchi
    10 Marzo 2018 at 17:54

    Un’altra lucida analisi sul risultato elettorale che condivido pressoché in toto.
    Una sola nota. Militante scrive:”…E la testa, perché il marxismo, oggi, dev’essere veicolato attraverso parole, concetti, idee diverse, originali, dirompenti, ambiziose e rischiose”.
    D’accordissimo. Non sarebbe il caso di andare fino in fondo e di applicare questo concetto a tutti i temi, anche quelli tabù, agli intoccabili?

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