Nemesi del femminismo e il racconto dell’ancella.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Se venissero nel nostro tempo le femministe storiche, lo scenario non piacerebbe nemmeno a loro. Non piacerebbe alle femministe del dopoguerra, e forse non piace neppure alle sessantottine. Piacerebbe a disgraziate come Simone de Beauvoir, serva del maschio se mai ve ne fu.

Il progressismo propugna un andamento lineare a cui tutto si annette in modo dialettico, cancellando le contraddizioni e le alternative sacrificate. Così è acquisito al femminismo un merito di civilizzazione e democratizzazione della società, che lo accredita come componente evolutiva; verso cosa? Possiamo solo valutare gli esiti.

Gli scenari odierni svolgendo le pieghe dell’ambiguità, fanno chiarezza. È vano compiacersi dei successi del femminismo, se il suo profilo teorico, già pesantemente ideologico quanto alla conflittualità con il maschio, perviene, attraverso la dissoluzione dell’identità femminile, alla destrutturazione dell’umano.

Non siamo di fronte alla normalizzazione di un processo rivoluzionario, magari imposto per legge come nelle squallide «quote rosa», né al naturale esaurimento della spinta propulsiva. L’involuzione del femminismo e il suo cedimento completo e senza residui alle istanze del capitalismo globalizzato ma- nifesta uno storico fallimento, una nemesi che forse era inscritta nel prevalere in esso di componenti radicali.

Il primo segnale della subordinazione sta del resto nella debolezza teorica del movimento femminista, per lo più disinteressato ai fondamenti strutturali della società, sommariamente liquidata come patriarcale, e quindi puntellato via via su approssimazioni psicanalitiche e miti della modernità: desideri, bisogni, diritti, più che funzionali al consumismo e in effetti approdati ad una mercificazione del corpo senza precedenti nella storia dell’umanità.

Non interessato ed incapace di affrontare le crisi strutturali del postmoderno, il femminismo ha infine travasato la propria ormai frusta ideologia anti-uomo nei contenitori à la page del politicamente corretto, degli studi di genere e del transumanesimo.

Nemesis.

È pertanto conseguente e forse inevitabile che il femminismo sia pervenuto per queste vie all’aggressione finale verso la vita, non più in formazione, come nell’aborto – ma attuale-, nel bambino-merce. Esiti finali, essendo stati nel frattempo erosi e prosciugati i terreni sui quali poteva svolgersi un’autocritica alla luce dei fatti ed un recupero di rapporto con la realtà delle donne, ormai inafferrabile e a cui del resto le teoriche e le loro raccapriccianti testimonials sono indifferenti, non pagando mai in proprio.

Il femminismo è ufficialmente sfociato nella combinatoria LBGT&C., in essa portando le componenti ideologiche dell’aggressività verso l’uomo e verso la famiglia, e la bandiera della libertà di scelta svincolata da ogni problematicità intellettuale ed etica.

Non si tratta solo di una coincidenza di persone, ché non vi è da stupirsi che le varie leaders altre risorse non avessero per le loro carriere universitarie e mediatiche.

La combinatoria dei movimenti, ciascuno con la sua parzialità, fornisce l’ideologia al sistema capitalistico globalizzato. Dà ad esso la copertura patinata ed effervescente, con le vedettes, i riti mediatici, le parate, ad una realtà grigia e disperata, di precarietà economica e solitudine, che penetra sempre più nel profondo per fasce di età, ed accede infine al prenatale. Così il femminismo, ormai col fiato corto per il troppo successo – la femminilizzazione della società1  – torna protagonista, perché solo le donne possono fornire l’ideologia di svolta verso la «soluzione finale»: il bambino-merce mediante GPA (gestazione per altri ovvero utero in affitto) e poi (chissà) generazione extrauterina.

I passaggi precedenti il femminismo li ha già gentilmente forniti, nei suoi tre capisaldi:

  • l’aggressione verso l’uomo, prima come rivendicazione di parità, poi concorrenza, infine demolizione dell’identità maschile;
  • il rifiuto dell’identità femminile materna, bollata come schiavitù biologica e scaricata all’istituzione e all’uomo (pur disprezzandolo in tal ruolo);
  • l’affermazione di un individualismo esclusivo e rapace (la famosa libertà di scelta, feticcio compensativo della memoria storica – falsificata – della sottomissione) in cui la possessività materna si è pervertita nell’abortismo e nel diritto al figlio (non alla maternità).

Queste tre componenti, che presentano tra di loro non poche contraddizioni (causa di infelicità, solitudine, depressione e dipendenze varie) vanno a fornire il supporto al passaggio ulteriore, lesivo del corredo antropologico delle generazioni.

La questione dell’utero in affitto, realtà già pienamente in atto, con il suo intollerabile risvolto socio-economico, sta per essere prospettata programmaticamente attraverso l’elaborazione di un’ideologia del consenso di matrice femminista (ché altrove non poteva essere decentemente ricercata).

 Il racconto dell’ancella.

Il Racconto dell’ancella2 descrive una società futura dopo-bomba dove solo una parte delle donne è feconda. Si tratta di un regime autoritario dominato dagli uomini, in una casta militare-religiosa con gerarchia e rituali di tipo teocratico.

Questo luogo comune fantascientifico costituisce l’aspetto scontato del romanzo. Molto più inquietante la rete di complicità e di consenso che vi si prefigura tra le varie categorie di donne: le insegnanti-sorveglianti, le privilegiate sterili e le «ancelle» che devono generare i figli dell’élite. I personaggi maschili sono marginali e, pur gestendo l’apparato repressivo del regime, appaiono sconcertati e nostalgici del passato. Quindi il gioco è tra le tre donne: le ideologhe (che godono del loro potere), le privilegiate (che si annoiano, dedicandosi solo alla propria immagine), le ancelle (recluse e sfruttate, in quanto le uniche a poter fornire alle seconde la maternità posticcia). Nonostante le apparenze, si tratta pertanto di una società matriarcale, in quanto tutta la strutturazione e l’esercizio del potere si fonda sulla funzione generativa.

Se nel romanzo è una parte delle donne che per capriccio di natura conserva la capacità fisica di procreare, nel mondo globalizzato sono le donne dei paesi e classi miserabili che vendono la loro capacità generativa. Se l’adozione interviene su una casistica umana a posteriori (comunque mai assunta come modello) qui si tratta di una mercificazione tipica in tutte le sue fasi, omologata (lo è già in vari paesi, e basta fare un giro su internet) al businnes della generazione artificiale e assistita, esplicitamente collegata alla normalizzazione del matrimonio omosessuale, e presentata come opzione positiva e progressista. Il GPA viene così a coordinarsi con le campagne di diffusione ed insegnamento pubblico delle teorie gender, a quelle di addestramento sessuale pornografico nelle scuole, nonché all’ingegneria normativa (legislazione familiare, anagrafe, stato civile ecc.)

Si opera un ulteriore sradicamento e dissezione dell’essere uomo, ed ogni particella, coi suoi «desideri e bisogni», troverà un prodotto in vendita nel supermercato black friday globalizzato. L’ufficialità femminista si arrampica sugli specchi per trovare una formula che rassicuri e mascheri l’orrore, e nel frattempo ciò che prevale è l’ipocrisia del «succede all’estero», mentre «nell’interessse del bambino» ci si appresta a sanare le fait accompli. L’intoppo d’immagine, per quanto lo si censuri nelle cronache dei vip, permane quello della disgraziata che cede l’utero, perché quanto ai diritti del nascituro sono con- siderati quanto quelli del feto abortito.

Così il pensatoio femminista elabora cataplasmi per l’irritabilità epidermica dell’opinione pubblica, ed ecco le anime belle che eufemizzano in «utero in prestito», in cessione con solo rimborso spese, anzi in «dono», in atto d’amore tra sorelle, magari con qualche ammiccamento lesbico, e finalmente l’uomo sia ridotto a fialetta da spruzzare, in loco o in provetta.

Del resto, l’essere contrari, anche fosse maggioritario, non è cosa che conti, perché, infine, cosa ti riguarda? L’importante è tutelare la libertà di scelta.., in attesa che normalizzazione e istituzionalizzazione rendano obbligatorio il consenso, pena l’accusa di discriminazione, razzismo ecc… Che poi tali teorie siano palesemente eugenetiche e neoschiavistiche non turba le suddette anime belle.

«Bébés à vendre».

Il libro di Eliette Abecassis3 nella sua buona fede mostra le contraddizioni insite dell’obliterazione femminista della realtà. La Abecassis mette le mani avanti in premessa dichiarandosi a favore di tutte le icone obbligatorie, a cominciare da aborto, matrimonio omosessuale ecc. Già questa excusatio manifesta la dice lunga sull’imbarazzo in cui si trova chi non vuole o non può fare i conti con le contraddizioni delle derive del femminismo. Ciò che la porta a dichiararsi contraria alla GPA è il suo fondamento socioeconomico (donne povere di paesi poveri a pro di donne ricche di paesi ricchi me- diante un sistema internazionale speculativo di intermediazione e di apparati medici), e ne dà documentazione ineccepibile e dati geopolitici. Dà altresì informazione, con giusto sdegno, della montante onda mediatica di ipocrita giustificazionismo e rimozione degli aspetti più clamorosamente schiavistici. I propagandisti GPA più rozzi usano gli stessi argomenti che a pro del turismo sessuale e pedofilo: – visto che è ineliminabile, cerchiamo di regolamentarlo a fin di bene -, ma già si affacciano profilazioni più sofisticate per far pressione sull’opinione pubblica. Ma il testo dell’Abecassis, così veemente e preciso nelle sue accuse, ha in sé la debolezza di considerare il GPA come un fenomeno a parte, un corpo estraneo, derivante solo dall’ideologia utilitaristica-produttivistica. Ma non è così, tanto che chi si schiera a favore già chiama in causa quella stessa libertà di scelta che sta alla base dell’aborto; esso è pertanto una transizione inelegante, di medio periodo, a quello che, con la dislocazione della generazione in un’area tecnologica, sancirà la «liberazione della donna dalla schiavitù biologica» e la rimozione di ciò che permane come irrisolvibile intoppo per I gender studies.

Per quale motivo la GPA sarebbe da riprovare, dal momento che l’ufficialità femminista ha assunto il genere come costruzione culturale, disgregando l’identità – femminile e maschile – in componenti sempre piú deboli ed eterodirette? Se il corredo biologico è screditato, modificabile e nel caso da rifiutare in un processo liberatorio, cosa osta alla sua mercificazione e messa a reddito? Che differenza sostanziale esiste tra una donna che esige di avere un figlio a sessant’anni ed una che a venti, nella sua migliore predisposizione fisica, ne produce uno a pagamento? In entrambi i casi chi decide è il denaro, e un sistema ideologico-tecnologico che disciplina e determina il fondamento psico-fisico umano, e conseguentemente l’etica dell’esistenza e relazionale.

Lo sradicamento della  maternità dall’identità femminile e la proiezione – virtuale – della generazione nell’empireo scientista eugenetico, e – concreta – nel ventre oscuro del neo-schiavismo, imprime nell’origine stessa della vita, e in modo irreversibile, l’indifferentismo morale.

Quanto Habermas scriveva nel 2001,4 invitando alla prudenza e alla messa in mora delle manipolazioni genetiche, è pervenuto a maturazione, né vi è da stupirsi che nel frattempo l’unico progetto efficace – gestito dalle lobbies e assecondato dalle organizzazioni internazionali – sia quello della liberalizzazione, mentre i gracili organismi bioetici (prevalentemente in mano alle donne, of course) si gingillavano su diritti, libertà, amore e gossip vari.

Habermas poneva al centro la questione dell’identità, della percezione di sé del nascituro, da tutelare non solo dalle pretese eugenetiche, ma anche da una compromissione morale della sua origine. Ed infatti la rinuncia della donna all’identità materna, comunque la si intenda anche nelle sue contraddizioni e determinazioni storiche, si accompagna alla negazione  di ogni  identità tout-court, all’azzeramento della memoria, del linguaggio stesso, nonché delle risorse integrali dell’uomo, intellettuali, creative, affettive.

Col che torniamo al Racconto dell’ancella, ma senza bisogno di torture, ammazzamenti e gulag.

Un fallimento storico.

Il fallimento storico e antropologico del femminismo può essere sancito da altre constatazioni, che sono sotto gli occhi di tutti e – queste sì – concretamente sperimentate dalle donne.

La tutela della donna – sotto tutti i profili e anche mettendo come priorità la parificazione con l’uomo e l’uscita dall’ambito domestico – non può (poteva) passare che attraverso le migliori condizioni per la maternità e l’allevamento dei bambini (fossero anche solo quelli voluti).

Nel frattempo, puericultura e pedagogia hanno rifondato il ruolo della madre nella primissima infanzia (valorizzando altresì quello paterno), per cui per lo meno fino i tre anni il bambino ha bisogno dell’assidua pre- senza materna, a tempo pieno nel primo anno, con allattamento al seno. Ebbene, qual è la via che è stata caldeggiata? Congedi per maternità estesi, pagati e con tutele ad hoc? No: asili nido ed estensione al padre dei congedi, con relativo incentivo all’allattamento artificiale. Realtà: parcheggi vari, lobotomia televisiva e nonne/i.5

Quanto alle difficoltà a conciliare la maternità con la carriera (e già si capisce di quali ceti parliamo, perché per la maggioranza delle donne si tratta di una inconciliabilità concreta di orari e fatica), torna in gioco il bricolage tecnologico: ovociti congelati, gravidanze superassistite, e… utero in affitto. Complimenti.

Una specie di schizofrenia si manifesta in ambienti e aree culturali, di cui il femminismo è una componente, dai quali, affermando essi un principio di naturalità, ci si dovrebbe attendere una coerente difesa della maternità, contro ogni manipolazione genetica e tecnologica. L’importanza attribuita alla gravidanza, all’ascolto uterino, alla corporeità e prolungamento del contatto madre-bambino, alla valorizzazione dell’apporto paterno e di altre figure, non possono pensarsi che in un contesto di stabilità di coppia e comunitaria; altrimenti sono anch’esse opzioni riservate a ceti privilegiati, stili di vita – spesso fasulli – che non possono certo influire sui comportamenti di massa, su cui si impongono invece i modelli di consumo del latte artificiale, dei nidi-parcheggio e dell’ipnosi tecnologica precocissima. Ma anche in queste aree «alternative» esiste il tabù dell’identità femminile materna e il pregiudizio antifamiliare, che rende disponibile la generazione sul mercato del gender.6

Finisce che il bambino stesso è sottoposto ad attenzioni schizofreniche: o mero oggetto, intorno a cui si strutturano a loro volta consumi – altri oggetti -, o soggetto autonomo, precocemente libero di autodeterminarsi, centro di desideri e di piacere: sopravvissuto non si sa come all’aborto, partorito secondo una qualche combinatoria e tecnologia, senza un passato che lo condizioni, senza una famiglia che lo opprima.. dal che si vede come i due estremi vadano a coincidere e ben integrarsi.

Si tratta di farneticazioni-limite,7 ma su simili imposture intellettuali si fanno corsi e tesi di laurea, e ad esse attingono, come ai gender-studies, le burocrazie degli organismi internazionali, di centri studi e fondazioni, giù giù fino all’inserimento nei programmi scolastici e il finanziamento con soldi pubblici sotto forma di «eventi culturali» e «politiche sociali»

Ci vuol di tutto per fare un mondo, e quindi anche una dose di quelli che gradiscono la società queer e la combinistica con tutte le varianti del politicamente corretto. Però anche qui c’è il trucco, perché vengono chiamate «minoranze» quelle che, lamentando discriminazioni e vessazioni inesistenti, svolgo- no una forma di ricatto sull’opinione pubblica. Così i media, di fronte ad un argomento imbarazzante  come l’utero  in  affitto,  non osando ancora cooptarlo nel radioso futuro delle famiglie arcobaleno, adottano l’infallibile metodo di porre la questione in termini problematici ed ingenui, con opinioni pro e contro e abbondanza di punti interrogativi. Quando una questione – i cui dati sono invece conclamati  – viene  posta così,  vuol dire che ci si predispone (corre denaro) a dare prima per progressiste, poi per scontate, e infine per obbligatorie con relative sanzioni, le imposizioni delle suddette «minoranze», arroganti o lamentose all’occorrenza.

Lo sradicamento.

Così, per chi sorge il sol dell’avvenire di un futuro queer? Per quale élite, ammesso possa chiamarsi élite una frazione dell’umanità ignorante, sessualmente inappetente, schiava di macchine, parassiti, sostanze e mode di consumo, incapace di prender profitto dal denaro se non per moltiplicarlo o sprecarlo?

Anche qui il femminismo risponde all’appello di una transizione poco entusiasmante, alzando la posta, e adottando il transumanesimo come via di sbocco delle contraddizioni insostenibili che le donne (e gli uomini, e i bambini) vivono nel concreto della loro vita. E qui troviamo la componente di odio, distrutti- va ed autodistruttiva, che primariamente rivolta contro il maschio, si trova ora per evanescenza dell’oggetto, a proiettarsi verso l’identità umana.

Il liquame degli studi di genere feconda il femminismo omicida, che assume l’aborto come affermazione al positivo, «diritto di uccidere un invasore», finora prerogativa maschile (verso animali o nemici).8

La destrutturazione di ogni identità e di ogni relazione razionale e morale si riaggrega nel mostro del cyberfemminismo, in cui finalmente il corpo estraneo dell’utero, della maternità, dell’originale e originario essere femminile, è strappato via, ridotto a protocollo nell’area  tecnologica dell’eugenetica, in coordinamento, per l’inevitabile strutturarsi della società, con politiche eutanasiche e neo-schiavistiche. Così la perdita dell’intima radice, paterno-materna, realizzerebbe lo spaesamento assoluto, il nulla come destino dell’uomo sin dal concepimento. Con il che torniamo alla fantascienza, ma non a quella della Atwood, casomai a quella, ben più tragica e lungimirante, di Walter Miller.9

Discontinuità del femminismo.

Contestando le posizioni del femminismo mainstream non intendiamo dargli un credito di esclusività né tanto meno di rappresentatività delle donne, il che già costituisce da parte sua un’impostura. Esso si attribuisce surrettiziamente l’eredità di un fenomeno sociale ampio e complesso, a cui hanno contribuito varie componenti ideali ed ideologiche, ancora operanti. La manifestazione di violenza primaria dell’etichettatura femminista è infatti oggi quella di imporre i suoi stereotipi anti-uomo come progresso ovvero obbligo. Il che, prima che un insopportabile abuso, è nonsenso logico e storico. Vi è invece una discontinuità, tranciata dalle perversioni specifiche del femminismo radicale americano, e dissimulata dalle burocrazie parassite UE e dalle specialiste dei media. Alla base dell’ideologia femminista attuale sta quindi un’infondatezza storica e metodologica, e il credito che le viene attribuito, nonché le sponsorizzazioni di cui può disporre, derivano dalla sua totale e servile funzionalità agli interessi del Sistema.

Cosa che non si può certo dire delle ricerche ed elaborazioni di Ida Magli, che da ciò ha riscosso rispetto e isolamento e, appena possibile, rimozione.

Paradossalmente, anche le indagini storiche ed antropologiche sulla «storia delle donne» tese a recuperarne la memoria e valorizzarne il contributo in tutte le epoche, ricadono nella contraddizione di non voler vedere nell’identità femminile materna la fonte piú ricca di tale apporto, ed accettare pertanto il pregiudizio riduttivo del determinismo biologico proprio quando si ostenta di combatterlo.

Per prendere le distanze da questo aspetto, risaliamo alla prima metà del secolo XX, a due esempi di trattamento della questione femminile che mostrano nel loro rigore filosofico e lungimiranza, l’abisso d’irrazionalità e di incoerenza in cui è piombato il femminismo ufficiale. In entrambi i casi, il punto di vista femminile e sulla donna, non transige sulla fondatezza di metodo e di linguaggio: in Gina Lombroso11 la riflessione si muove nell’ambito dell’analisi scientifica antropologica, in Edith Stein12 l’indagine filosofica trova fondamento di Verità nella teologia. Le due trattazioni pervengono per vie differenti a riconsiderare i ruoli tradizionali della donna nella loro evoluzione, non solo non in contrasto con i principi di eguaglianza e di piena corresponsabilità sociale, ma testimoni dell’integralità umana di fronte alle tendenze quantitative e destrutturanti della modernità. Pur formulati in contesti sociali e storici così diversi dall’oggi, essi sono più audaci e nuovi che le senili ossessioni delle vestali dell’odio verso l’uomo e la vita.

Le cose sono andate in tutt’altro modo, e ci troviamo oggi a fare i conti con un processo di dissolvimento del tessuto aggregativo umano e di neo-totalitarismo, a cui il femminismo non si oppone e, ove non è complice, fatalmente collabora.


1 Quale trionfo maggiore che la femminilizzazione del CMI (complesso militare-industriale USA) e della CIA? In effetti le donne dirigono quattro dei più grandi trust del CMI, e le tre direzioni della CIA. Sono successi a immagine e misura del femminismo mainstream.

2 Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale, 1985 trad. it. Il racconto dell’ancella.

3 Eliette Abécassis, Bébés à vendre ed.Laffont 2018.

4 Jurgen Habermas Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi 2002.

5 Cominciano a venire al pettine gli effetti della lobotomia televisiva e dell’ipnosi tecnologica dei bambini, nel forte calo del Q.I. rilevato in alcuni Paesi europei. Ci sarebbe stato da stupirsi del contrario.

6 Un testo di Brigitte Pengam-Ferriere, «Le corps féminin confisqué», pubblicato nel 2015 nella rivista Invariance ben descrive le nuove forme di sfruttamento e di alienazione delle donne nel capitalismo globalizzato: dalla «medicalizzazione mercantile» del corpo, che appare come sezionato nelle sue funzioni e nelle sue circostanze di vita, all’obbligo del piacere e di piacere, con relativa manipolazione tecnologica e farmacologica, al «massacro oncologico». Il corpo femminile è «confiscato» come mezzo di produzione e riproduzione o immagine consumistica e pornografica: una riedizione postmoderna della donna/madre e della puttana, la prima ridotta al solo utero, la seconda normalizzata. L’analisi della Pengam-Ferriere è però posta in una cornice concettuale per cui tale deriva di disumanizzazione sarebbe indotta dal pregiudizio della società dominata dal maschio, che considera la sessualità della donna solo nei suoi aspetti procreativi, ovvero secondo un consumismo sessuale secondo modelli maschili. Per tali vie questo femminismo «diverso» accede anch’esso alla destrutturazione dell’identità femminile integrale, poiché sembra affermare la naturalità solo nella sfera sessuale e in forma rivendicazionistica.

7 François Bochet, sulla sua rivista (Dis)continuité passa in rassegna le schiere marcianti del transumanesimo, del cyberfemminismo e dei più strampalati relativismi, e solo la sua ironia può temperare il raccapriccio che ispira la loro combinatoria di ciarlataneria e cinismo affaristico.

8 Non è uno scherzo macabro. Queste signore dalla delicata sensibilità si lamentano d’altra parte perché ecografie ecc. rendono visibile il feto (da abortire) che invece va ritenuto «costruzione sociale» (ce ne informa, con debito orrore, François Bochet).

9 Un Cantico per Leibowitz (A Canticle for Leibowitz, 1959) di Walter M. Miller (1923-1996) è un testo la cui stessa interpretazione muta e procede con lo svolgersi di un futuro che l’autore prefigurò con audacia e sofferenza. Nel rapporto tra umanità, fede e scienza, ovvero tra umanità, Chiesa cattolica e apparati tecnologici, si fa adesso incombente il finale apocalittico (più che il post-finale con la vaga prospettiva di un nuovo ciclo di civiltà in Alpha Centauri), in cui la personificazione della Madre di Dio Immacolata Concezione testimonia l’ultimo, estremo atto di pietà verso un’umanità ineluttabilmente autodistruttiva.

10 Ogni uccisione di donna – vien detto – anche da parte di un’altra donna, è un femminicidio, perché l’assassina agisce come un sicario della violenza e della dominazione sessista della società.

11 Gina Lombroso (1872-1944) scrisse sull’argomento vari testi, di cui il principale è L’anima della donna, in 2 volumi, uscito in prima edizione nel 1917-18 con i titoli La tragica posizione della donna e Le conseguenze dell’altruismo, e in seguito (ed. Zanichelli 1926) come Gli enigmi piú oscuri e Intelligenza e amore. Già nei titoli si anticipa la lucida disamina delle contraddizioni del femminismo, e la necessità di affrontare la questione non nelle contingenze di una lotta rivendicazionistica, ma nella sua complessità antropologica. La donna nella società attuale (ed. Za-nichelli 1928 ora ed. Mimesis 2015) offre un breve compendio delle sue riflessioni, piú esplicito nel collegare le nuove difficoltà e contraddizioni della condizione femminile allo sviluppo industriale e il macchinismo, su cui tornerà in Le tragedie del progresso (ed. Bocca 1930) e il successivo Le retour à la prospé-rité (ed. Payot 1933), anticipatori delle tematiche ecologiche e della decrescita.

12 Nella pubblicazione delle opere complete di Santa Edith Stein, i testi riguardanti l’argomento sono stati raccolti nel vol.V Die Frau. Ihre Aufgabe nach Natur und Gnade (La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia. Trad. it. La donna, Città Nuova Editrice). Si tratta di una scelta di saggi scritti in occasione di conferenze universitarie e riunioni presso scuole e associazioni cattoliche: in alcuni prevale l’aspetto filosofico, in altri quello pedagogico, in altri quello teologico. In essi si prospetta un approccio fenomenologico all’identità femminile, che ne definisce l’essenza e la diversità dall’uomo, fino a parlare di «due specie diverse», inscritte nel disegno divino. Fondamenti e metodi che si ritrovano in altri testi, dal concetto di empatia svolto nella tesi di laurea, fino alle profonde riflessioni sulla ricerca del-la Verità e la conoscenza di Dio, oggetto dei suoi ultimi scritti presso il Carmelo di Colonia e di Eh.h. Ciò dà ulteriore risalto alla trattazione, in quanto inserita in un’indagine ed illuminata riflessione sulla natura e sul destino umano, in cui la «specie femminile» è protagonista e corresponsabile.

Fonte articolo: https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_491_Ancella.pdf

Risultati immagini per genderismo immagini

Fonte foto: Progetto GenderQueer (da Google)

3 commenti per “Nemesi del femminismo e il racconto dell’ancella.

  1. gino
    27 gennaio 2019 at 21:54

    articolo eccellente!
    solo una precisazione:

    “puntellato via via su approssimazioni psicanalitiche e miti della modernità: desideri, bisogni”

    la psicoanalisi dei primordi, freudiana (e teorie collegabili in campo etnologico), attraverso la considerazione anche di desideri e bisogni, non si proponeva certo un transumanesimo. si proponeva il ritorno ad un umanesimo fatto di Natura umana che era stata chiaramente stuprata proprio da una certa “modernitá” (la morale sessuale giudaico-cristo-islamica). in questo senso la psicoanalisi non era affatto “progressista” e infatti oggi é osteggiata dai progressisti che le preferiscono teorie psicologiche piú “attualiste”.
    la psiconalisi freudiana non ha mai smesso di considerate perversioni certi fenomeni sessuali. non si puó additarle un collaborazionismo col “progressismo” femminista e lgbtqerpyrstdbnmskl.
    se questi hanno preso isolatamente certe istanze della psicoanalisi, usurpazione fu.

    • Gabriella Rouf
      28 gennaio 2019 at 15:59

      Osservazione assolutamente pertinente e fondata. Avrei dovuto essere più chiara e parlare di una psicanalisi orecchiata e malintesa. Comunque mi riferivo ad una fase del femminismo ormai esaurita.
      Grazie dell’incoraggiamento.
      Gabriella

  2. Alessandro
    28 gennaio 2019 at 12:54

    Articolo di grande spessore.

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