Si sta chiudendo la “società aperta”? Appunti su uno scritto di Pierluigi Fagan

Alle reazioni protezioniste e nazionalistiche provocate dagli squilibri della globalizzazione, il pensiero dominante continua ad opporre uno dei fondamenti della teoria sociale liberale: La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper del 1943. Prendendo spunto da questa definizione, che dal 1989 è diventato il vangelo della sinistra liberista, Pierluigi Fagan, con un articolo dal contro-titolo  La societa’ corta ed i suoi nemici  https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10215367373193137 , dopo aver sviluppato l’opposizione tra società lunga (aperta dove la gerarchia è misurabile solo quantitativamente) e l’antica società corta o chiusa, ci pone il quesito su quale sia la giusta misura tra i due modelli. Vorrei con queste mie osservazioni contribuire dialogicamente al suo ragionamento.

Discrezione qualitativa

La societas termine latino è traduzione della polis greco, mantiene nel suo etimo un senso di vincolo derivando da socius. Il vincolo implica lo stabilirsi di relazioni che per definizione hanno una quantità finita e uno spazio prossimo. Insomma il termine società implica la chiusura e quindi il concetto di “società aperta” racchiude un paradosso: n∞ vincoli / dilatati su tutta la Terra, cioè la società globale. Popper e i suoi apologeti potrebbero porre a sostegno della “possibilità” della società aperta l’aumento della velocità di spostamento sia di persone (aerei, treni veloci, ecc.) che di idee (internet, i social). Ma questa è la superficie che potrebbe anche semplicemente comportare società chiuse in rapida comunicazione. La Società chiusa è invece quella antica, dove era a casa suo l’animale sociale (zoon politikon), dove cioè la società era un naturale prolungamento dell’anima umana e poi dell’intelligenza. Infatti la gerarchia corta sociale ad esempio in Aristotele derivava dalle attitudini mentali: al vertice il filosofo-politico (theoria) , in mezzo il politico-amministratore (prassi), in basso l’artigiano-lavoratore (poiesis). Era certo uno schema discontinuo, ma con dei nessi funzionali (il filosofo collaborava con il politico\amministratore che sapeva del lavoratore), rispettando una certa continuità. Un’astrazione determinata con cui gli ordini sociali (finiti) erano visibili e responsabili, gli uni agli altri.

La fatica della società di atomi

I saggi occidentali, ma anche gli orientali, “avevano capito che la mentalità umana è discreta mentre la realtà è continua” ci dice Fagan aggiungendo che erano cauti nell’astrazione (è il problema che attraversò Platone dalla dottrina delle idee alle soluzioni dialettiche del Parmenide). Questo problema metafisico, sul quale avevano vigilato quei saggi antichi (ricordiamo come i pitagorici custodissero come mistero esoterico i numeri irrazionali), si incarna e manifesta con il cristianesimo quando si afferma l’anima individuale e sorgono le problematiche della coscienza separata (discontinua) dal mondo (in primis l’origine del male), che produce quindi il mondo dove “tutti gli uomini sono liberi” (secondo la definizione di Hegel del cristianesimo). Tuttavia gli uomini divenuti particelle (della Civitas Dei) inducono disordine sociale (nella Civitas terrena) e la soluzione per governarlo si basa su tre passaggi: 1) la natura umana precipita nella solitudine dell’istinto di sopravvivenza; 2) la conseguente aggressività viene controllata con un apporto energetico trascendente dato da una macchina artificiale, com’è il Leviatano di Hobbes; 3) le relazioni tra gli atomi-monadi si stabiliscono per scambio di cose (merci – valore di scambio). Ogni aspetto di questa configurazione sociale evidenzia la necessità di apporto energetico per evitare entropia (la dissipazione del suo equilibrio): lavoro per sopravvivere/ lavoro ordine-guerra per mantenere lo Stato politico/lavoro per produrre merci. La tradizione filosofica empirico-analitica “preleva un pezzo, lo ipostatizza” astrae concetti dalla realtà fenomenica rendendoli sussistenti come cose, ci dice sempre Fagan e così fa Popper che infatti assolutizza questa società “precariata”, cadendo nel paradosso tipico del tollerante di “blindare” l’open society, cioè chiuderla ad ogni fattore temporale entropico (evoluzione/involuzione/rivoluzione).

Scoperta e riscoperta del limite

Il fatto che la numerabilità, quale strumento di misura (Fagan ricorda il “coefficiente di Corrado Gini” statistica di vari parametri di opportunità individuali con preminenza per il fattore conoscenza nella creazione di dieseguaglianze) della gerarchia sociale si sia imposto nel tempo, attraverso l’affermarsi della numerazione monetaria capitalistica, significa che ci sono state resistenze di varia natura “qualitativa” (culture, religioni, civiltà) mentre ora che la serie infinita numerica delle cose (l’apeiron temuto dai greci) si è estesa su tutta la terra ha sbattuto contro il limite finito (la demografia, l’incalcolabilità della massa finanziaria, ecc.) e tutti toccano con mano il fatto, piuttosto banale e quello si eterno, che il globo è chiuso. Dunque il modello di “apertura infinita” ha una sua temporalità, variamente periodizzabile: potrebbe finire com’è cominciato. E’ la verità che Marx, riprendendo la distinzione di Aristotele, aveva annunciato filosoficamente ne Il Capitale annunciando allora che le convulsione e le crisi delle fasi di accumulazioni, avrebbero condotto al limite della crescita del profitto (alla caduta del suo saggio), all’oggi. Aristotele espulse la tecnica crematistica, l’arte di fare ricchezza illimitata, cioè la nostra attuale scienza economica, dalla considerazione della oeconomica naturale, cioè dalla misura limitata con cui produrre le cose utili per soddisfare i bisogni giusti, cioè quelli della comunità; allo stesso modo Marx cercava di guardare sotto alla rappresentazione monetaria del Capitale per trovare il processo di produzione di valore, scoprendone l’origine ingiusta e la tendenza a moltiplicarlo illimitatamente. Se il sistema di Aristotele è la nottola della minerva (secondo l’immagine di Hegel) il sapere del metron (della misura proporzionata) della civiltà attica, la filosofia di Marx “svela” il funzionamento dell’apeiron, dell’illimitatezza capitalistica e la sua inevitabile crisi.

L’orizzonte comunitario

Il particolare della Scuola di Atene propostoci da Fagan può ben compendiare la soluzione del dibattito antico. Platone indica l’alto e con la sinistra sostiene verticalmente il Timeo (il testo della metafisica platonica) mentre Aristotele si protende in avanti, verso di noi, con la mano aperta a temperare l’alto di Paltone e con la sinistra tiene sempre orizzontalmente L’Etica Nicomachea della virtù mediana e comunitaria. Come dice Fagan Platone sembra sottolineare più la verticale gerarchica della società mentre è Aristotele a spingere verso la terra la sua Etica. Se questo è l’equilibrio antico e plastico nel punto di fuga raffaellita quale può essere il nuovo equilibrio tra chiusura\apertura, scorgendo l’orizzonte dell’illimitato  moderno? Marx può esserci d’aiuto con il concetto di lotta di classe, soprattutto per come lo ritrova nella classicità. La lotta sociale a Roma è una scissione intestina alla città, un’apertura interna ad una società chiusa.  La discrezione di interessi contrapposti (quelli dei nobili e quelli del popolo) e forze (patrizi e plebei) portò a nuovi equilibri comunitari non predicibili, non provvidenzialmente progressivi (critica di Marx a Hegel). All’apice della frammentazione sociale, ben effigiata dallo slogan “la società non esiste” di mrs Thatcher, occorre trovare una circoscrizione comunitaria (comunità, nazioni, federazioni o aree geografiche) perché si rigeneri conflitto vitale tra classi; una chiusura “tendenziale”, come atto per riequilibrare la slabbratura globale; una sintesi che preceda l’analisi. Questa è a mio giudizio l’attuale Utopia, quel “punto di fuga all’orizzonte” dice Fagan citando a Ernst Bloch.

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Foto: Focus (da Google)

 

1 commento per “Si sta chiudendo la “società aperta”? Appunti su uno scritto di Pierluigi Fagan

  1. ARMANDO
    26 giugno 2018 at 15:08

    “3) le relazioni tra gli atomi-monadi si stabiliscono per scambio di cose (merci – valore di scambio).”.
    Ecco, oltre a tutto il resto, basta il fatto che nella società così detta aperta le relazioni umane siano mediate dallo scambio di cose, di merci/valori di scambio, per concludere che essa non potrà mai arrivare ad essere una vera comunità. Lo scambio di merci, quand’anche fosse effettuato da soggetti ugualmente liberi e sullo stesso piano, il che non è mai stato e non è (si tratta di una astrazione del tutto teorica e astorica), di per sè si esaurisce nello scambio stesso. Nasce e muore istantaneamente, dopo di che si ricomincia. Il che significa che non crea alcun legame sociale di lungo periodo, nessuna obbligazione di un membro di una società verso gli altri, nessun vincolo. Solo la convenienza dell’immediato, dove l’altro o è utile per soddisfare un mio interesse (che certamente può anche essere legittimo, ma non questo è il punto), oppure non è, semplicemente. Sono così create le premesse per la competizione infinita di tutti contro tutti, come particelle impazzite che si urtano continuamente a vicenda fino all’esplosione atomica nichilista, oltre la quale è il nulla.

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