L’insostenibile strabismo dell’ “intellettuale di sinistra”

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Provate ad immaginare uno che scrive un libro facendo l’elenco di tutte le azioni militari e di tutti gli attentati commessi dai palestinesi nei confronti degli israeliani dal 1967 ad oggi, senza aggiungere altro.

La reazione di un lettore poco informato non potrebbe essere che questa:“Accidenti, questi palestinesi sono proprio dei gran “cattivoni” e soprattutto intrisi di antisemitismo e di odio razzista nei confronti degli israeliani”.

Ecco, mutatis mutandis, scusandomi per l’esempio banale e volutamente iperbolico (ma il sottoscritto non è un “filosofo” né tanto meno un accademico ma solo un umile manovale del pensiero, un uomo come tanti, un “uomo beta”, che ha la presunzione di dire la sua sui fatti del mondo) il libro di Paolo Ercolani dal titolo “Contro le donne” già recensito dal nostro amico Rino Della Vecchia Contro gli uomini  http://www.uominibeta.org/articoli/contro-gli-uomini/ è un’operazione in tutto e per tutto simile a quella di cui sopra.

Ercolani fa un elenco del pensiero misogino (che il sottoscritto non nega affatto e non ha ragione di negare che sia esistito; è esistito anche l’amor cortese, se è per questo) dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri e ne trae la conseguenza che l’oppressione millenaria a cui le donne sarebbero state sottoposte fin da quando i primi umanoidi sono scesi dagli alberi è il risultato di quel pensiero sedimentatosi nei millenni. Da un punto di vista filosofico, potremmo dire che la sua è un’operazione di tipo “idealistico”, appunto perché parte dal pensiero, dall’idea, come si suol dire, e non dalla prassi, cioè dalla realtà concreta, e ne deduce che è quella l’origine del male. L’origine di quella oppressione sarebbe cioè da ricondurre ad un sentimento misogino profondamente radicato nella mente e nel cuore dei maschi, a prescindere o per definizione. Per un marxista niente male; una sorta di riorientamento, anzi, un capovolgimento gestaltico della dialettica marxiana.

Ma questi sono aspetti tutto sommato secondari, chiacchiere per accademici e per “intellettuali”. Noi, che non scendiamo dalle stelle, preferiamo rimestare nelle stalle, cioè la realtà vera vissuta dagli uomini (e dalle donne) di tutti i tempi. E a forza di rimestare ci siamo fatti un’idea un tantino diversa e io direi anche un po’ più complessa e meno manichea rispetto a quella di Ercolani (e di tutti i femminismi). Prima di andare avanti però, debbo raccontarvi una storia. Quella di mio nonno e di mia nonna, vissuti a cavallo tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo (per la verità mia nonna ha avuto una vita molto più lunga di mio nonno, essendo scomparsa all’inizio degli anni ’70, ormai novantenne), quindi in piena era di dominio patriarcale e maschilista (e naturalmente intrisa di pregiudizio misogino).

Mio nonno faceva il fuochista ferroviere, faceva turni di 10 o 12 ore al giorno, dandosi il cambio con il suo collega, dando da “mangiare” alla locomotiva, cioè spalando carbone, sotto la grandine, la pioggia, il vento, il sole battente. La sera tornava a casa e siccome era troppo stanco non aveva neanche la forza di prendere a botte mia nonna, diritto, sia pure non scritto, che gli era naturalmente concesso in quanto maschio dalla società maschilista e patriarcale in cui aveva avuto il privilegio e la fortuna di nascere. Posava quei quattro soldi della paga sul tavolo, mia nonna li prendeva e gli lasciava un soldo sì da potersi comprare un vecchio sigaro toscano e bersi un bicchiere di vino allo spaccio della Lega (non quella di Salvini ma quella socialista). Questo era il suo unico svago, naturalmente quando non crollava direttamente sul letto, cercando di recuperare le forze per il giorno successivo, come ogni giorno, per tutti i giorni della sua vita.

La quale ha conosciuto un paio di intervalli, anche molto lunghi, ma non proprio due ricreazioni: la guerra coloniale di Libia del 1911 e la prima guerra mondiale, dove si beccò una scheggia di shrapnel in un polmone che contribuì ad accorciargli di parecchio la vita, insieme ai veleni respirati in 35 anni di locomotiva e all’acqua presa in tanti anni di lavoro (forzato…). Ha lasciato tre figli e una moglie che per altri 30 anni ha continuato ad usufruire della sua pensione, seppur magra.

Secondo la rivisitazione femminista (che è anche quella di Ercolani) della storia, mio nonno era in una posizione di privilegio e di dominio nei confronti di mia nonna la quale, oltre a dover subire il pesante fardello del pregiudizio misogino, faceva la casalinga e cresceva i figli (che non appena raggiunta l’età minima cominciarono a lavorare anch’essi…), quindi non disponeva dell’autonomia e dell’indipendenza economica di cui – sempre secondo la suddetta narrazione – “godeva” invece mio nonno (sai che godimento…). Mi chiedo da tempo, diciamo da quando mi sono “risvegliato”, se mio nonno avesse preferito essere un “oppresso e un discriminato” piuttosto che “un privilegiato e un oppressore”. Lui, purtroppo, non potrà mai darmi una risposta.  La darò io per lui, anche se arbitrariamente. Per quanto mi riguarda, anche se tutti gli uomini, nessuno escluso, fossero dei bruti che tutte le sere usano violenza di ogni genere nei confronti delle donne, non avrei dubbi, sceglierei di reincarnarmi in mia nonna, perché io a spalare carbone dodici ore al giorno con ogni clima e ad ogni temperatura e a mangiare pane raffermo, brodaglia (quando va bene) e merda in una trincea in attesa di essere sbudellato da una granata o da una baionetta, non ci vado.  Forse Ercolani si, che in quanto maschio sente di essere un privilegiato, ma il sottoscritto, sicuramente no.

Con questo non voglio dire che mia nonna andasse a fare shopping o a farsi la manicure mentre mio nonno sboccava sangue in trincea e sulle rotaie per portare un tozzo di pane a casa per la propria famiglia. Né penso che mia nonna vivesse una condizione di particolare privilegio (rispetto a mio nonno, sicuramente…), diciamo che cercava di arrabattarsi anch’ella per cercare di far quadrare i conti e per crescere i figli. Sostenere però che mio nonno fosse in una condizione di privilegio, in quanto maschio, nei suoi confronti, mi sembra, oltre che privo di ogni fondamento, uno sfregio alla sua memoria, anche di pessimo gusto. Uno sfregio rivolto non solo alla sua persona ma a miliardi di uomini (ho detto miliardi, non milioni), la grande maggioranza, che nel corso della storia e dei vari contesti sociali e culturali hanno vissuto più o meno nelle stesse condizioni e molto spesso anche peggio.

Mio nonno e mia nonna non erano dei marziani, al contrario erano la rappresentazione di quella divisione sessuale (oltre che sociale) del lavoro, data da condizioni oggettive, quindi fisiche, biologiche e ambientali in conseguenza delle quali i maschi sono stati da sempre adibiti ai lavori (forzati) e le femmine ai lavori di cura e domestici. Per lo meno fino alla rivoluzione tecnologica – peraltro realizzata dagli uomini (visto che sono responsabili di ogni male, saranno anche, vado a logica, responsabili del bene…) –  avvenuta da circa un secolo a questa parte che ha trasformato gran parte del lavoro da materiale a “immateriale” e ha consentito l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro. Fermo restando che a tutt’oggi ad essere impiegati nei lavori più pesanti e rischiosi sono gli uomini che mantengono il “privilegio” di creparci pressochè in esclusiva. Un’ecatombe di classe e di genere (maschile) che solo in Italia da quando sono nato ha causato circa 140.000 morti e qualche milione di infortunati; un particolare da niente di cui ovviamente Ercolani, intento a raccontare la nefasta storia del pensiero misogino, non fa neanche menzione. Ergo, nella società dominata dalla cultura patriarcale e maschilista, a crepare sul lavoro non sarebbero gli oppressi, in questo caso le oppresse, ma gli oppressori. La logica è stringente ma i conti non mi tornano. Forse che a crepare nelle piantagioni di cotone dell’Alabama o del Mississippi erano i proprietari terrieri bianchi e non gli schiavi neri? Sembrerebbe di sì, se scegliessimo di seguire il paradigma di Ercolani e delle sue sorelle. La questione resta senza risposta, o meglio, Ercolani non ne parla proprio. Accenna qua e là alla divisione sessuale del lavoro, confermando che questa è dovuta alla differenza biologica e fisica fra maschi e femmine che lui stesso riconosce, ma ovviamente per ripetere che questa divisione del lavoro ha collocato i maschi in una posizione di privilegio fin dalla notte dei tempi.

Quindi, se il postulato è valido, erano da considerarsi e si dovevano considerare dei privilegiati gli schiavi (rigorosamente maschi) incatenati al remo di una galera (dove la durata media della vita oscillava dai tre ai sei mesi) oppure gettati nell’oscurità abissale di una miniera o di una cava oppure ancora mandati a scannarsi in un’arena per il sollazzo del pubblico pagante. Devono considerarsi dei fortunati quegli uomini che venivano rastrellati nei bassifondi e imbarcati su qualche vascello dove morivano di scorbuto, annegati, di frustate o durante la caccia alla balena. Devono considerarsi fortunati quei contadini che venivano arruolati con la forza e mandati al macello per difendere gli interessi di questo o quel principe, di questo o quel re o regina, imperatore o imperatrice, di questa o di quella potenza imperialista. Ercolani non offre risposte a tali quesiti semplicemente perchè non se li pone. Come è possibile, direte voi? Questa domanda rimanda a un altro discorso che faremo in altra sede. Per ora, diamo per scontata la sua buona fede, ma in tal caso anche la sua scarsa attenzione, o meglio, un notevole strabismo, nel leggere la realtà e la storia. C’è da dire che non è certo il solo, anzi, è in grandissima compagnia. Anche i “migliori”, infatti, di fronte alla narrazione femminista, cedono. Ne riparleremo.

Per ora, è importante ricordare che nessuna donna, fino ad un secolo fa, prima cioè del passaggio epocale dal lavoro materiale a quello “immateriale” che ha in gran parte ridisegnato la divisione sessuale del lavoro, ha fatto battaglie per la propria “indipendenza economica”, cioè per poter essere sfruttata in una miniera o in una fonderia, in una cava di marmo o su un peschereccio. Le donne che lavoravano (come operaie tessili, mondine, braccianti, lavandaie ecc.) non lo facevano certo per scelta bensì per una dolorosa necessità, quella cioè di sopravvivere, alla quale, se avessero potuto, avrebbero volentieri rinunciato (e ne avrebbero avuto ben donde), cosa che in effetti moltissime hanno fatto, optando per il matrimonio. Gli uomini, al contrario, non hanno mai avuto questa opzione. Il lavoro (forzato) per gli uomini era (ed è, ricchi a parte) appunto un obbligo, dal momento che nessuno e soprattutto nessuna avrebbe mai provveduto per loro, oltre al fatto che se si fossero chiamati fuori da quello che era considerato un obbligo morale oltre che sociale, sarebbero stati ricoperti di ignominia, espulsi dal consesso “civile” con il marchio della vergogna. E anche qui c’è un’altra grande omissione da parte di Ercolani, il quale osserva solo i condizionamenti culturali a cui sono state sottoposte le donne ma non quelli a cui da sempre sono stati sottoposti gli uomini. Non vede, ad esempio, che sposarsi un uomo più o meno ricco e fare la vita delle “signore”, come si diceva una volta, era (ed è tuttora) considerato normale e in fondo anche giusto per una donna. A parte invertite, a tutt’oggi un uomo sarebbe considerato uno spregevole parassita, o alla meglio un cinico e opportunista avventuriero senza scrupoli. Gli esempi di condizionamento culturale e sociale di cui gli uomini sono stati vittime potrebbero essere infiniti, in primis l’obbligo all’affermazione sociale, ma per ora mi limito a questo.  Questi condizionamenti, e questa è un’altra delle tante imbarazzanti amnesie di Ercolani, non erano e non sono alimentati solo dagli uomini bensì in primis dalle donne. Il modello del maschio “dominante”, socialmente affermato, di successo, non è forse un archetipo da sempre radicato nella psiche femminile e tramandato da madre in figlia? Si potrebbe obiettare che anche questo è un condizionamento di cui le donne sono vittime, ma non sono forse gli uomini a pagarne concretamente il fio? Quale madre insegna alla figlia a portarsi in casa un muratore anziché un avvocato o un chirurgo?

Siamo nell’era del capitalismo assoluto, quindi della mercificazione assoluta di ogni aspetto dell’agire umano e addirittura della vita stessa, in primis della sessualità; parlo, naturalmente, da un punto di vista concettuale, psicologico e culturale prima ancora che pratico. Ebbene, chi è che ha interesse ad alimentare un simile processo di mercificazione? Non certo la grande maggioranza degli uomini, e non per una questione etica (sempre ammesso che tutti i maschi siano dei bruti privi di ogni etica…) ma economica, oggettiva. Chi pagherebbe infatti per ciò che, se potesse, preferirebbe  di gran lunga avere gratis? Solo uno sciocco oppure un uomo ricchissimo, al punto tale da scegliere di comprare, perché in questo modo gode nel vivere e nel manifestare il suo potere. Chi trae vantaggi da una sessualità mercificata? Una minoranza di uomini, appunto i ricchi, i potenti e i socialmente affermati, e un gran numero di donne che avendo interiorizzato quel messaggio, cioè le logiche e le dinamiche della società capitalista, vivono e concepiscono, più o meno a livello conscio o inconscio (a seconda dei casi) la loro sessualità come una merce, come una proprietà. E noi sappiamo che una proprietà non la si dona ma la si investe o la si aliena per trarne un profitto.  Si obietterà:”Ma quelle donne sono delle alienate!” Giusto, ma cosa c’entra questo? Perché, la società capitalista non si fonda forse sul concetto di alienazione? E in siffatta società – come ha spiegato a suo tempo l’economista Claudio Napoleoni (concetto in realtà affrontato anche da Lukacs) – più o meno tutti sono alienati ma solo alcuni sono sfruttati.

Ma qual è quella componente, diciamo così, di natura ontologica e biologica, che ha reso possibile questo “capolavoro” del sistema capitalistico? E qui arriviamo ad una vera e propria chicca del libro di Ercolani. A pag. 241, il nostro scrive:”Nei maschi, si riscontra che i centri cerebrali correlati al sesso sono quasi due volte più grandi di quelli delle donne, cosa che spiega perché l’85% di essi, in un’età compresa fra i venti e i trent’anni, pensa al sesso ogni cinquantadue secondi (52), mentre alle femmine accade una sola volta al giorno  o poco più nei momenti di fertilità (Brizedine 2006: 91). A voler essere obiettivi, insomma, se è vero che l’instabilità emotiva può creare effetti sulla vita sociale delle donne,, anche questo pensiero fisso e ricorrente degli uomini per il sesso ha le sue belle implicazioni che incidono sui rapporti inter-personali e in generale sulla resa dei maschi nelle varie attività pubbliche e private”.

Avete capito? Ercolani liquida in quattro righe una delle grandi questioni (l’altra è quella della divisione sessuale del lavoro) che da sempre hanno caratterizzato la relazione fra i sessi e che rimandano a quella diversità biologica che lui stesso riconosce. E cioè la asimmetria di bisogni e di pulsioni sessuali fra maschi e femmine che Ercolani arriva a calcolare o a dare per buona (e tutto sommato, anche io con lui) nell’ordine di un rapporto di 1400 a 1. I maschi penserebbero al sesso millequattrocento volte al giorno e le femmine una o poco più nei momenti di fertilità. Io non sono in grado di dare per certo quei numeri ma sono assolutamente convinto del fatto che il desiderio e il bisogno di sesso fra uomini e donne sia caratterizzato da una relazione assolutamente asimmetrica che pone gli uni nella condizione di dover chiedere e le altre nella condizione di poter scegliere. Chi è il soggetto debole e chi quello forte in questa relazione oggettivamente dominata dalla logica della offerta e della domanda? Chi è in una condizione di oggettiva dipendenza dall’altro? Chi pensa al sesso 1400 volte al giorno o chi ci pensa una sola volta? La risposta è fin troppo ovvia e anche Ercolani sembra avvedersene (in fondo, è pur sempre un maschio eterosessuale, più di tanto non può fingere a se stesso…). Però glissa, con grandissima disinvoltura, e riprende il suo discorso, come se nulla fosse, come se questa asimmetria conclamata (da lui stesso) non avesse ripercussioni ENORMI non solo dal punto di vista della relazione sessuale e affettiva, che vede la grande maggioranza degli uomini nella condizione di chi chiede (il rapporto si capovolge, ovviamente, nel caso di uomini economicamente e socialmente molto affermati, in grado di riequilibrare quell’asimmetria mettendo in campo un peso specifico dato dalla loro condizione sociale), ma anche dal punto di vista sociale, economico e culturale. La sessualità, viene quindi ad assumere una funzione fondamentale nell’attuale contesto storico e sociale (capitalista), perché diventa una molla fondamentale, una vera e propria pompa di alimentazione del sistema. In questo “gioco” a spingere come i muli a cui si mette la carota davanti agli occhi per farli galoppare, in virtù di quella asimmetria sulla quale il sistema capitalista si è incistato e ha fatto il suo gioco (non senza la complicità, diciamoci la verità, di un gran numero di donne, che siano consapevoli o meno, alienate o meno, è altro discorso…), è la grande maggioranza dei maschi, i quali, obtorto collo, devono fare buon viso a cattivo gioco. Naturalmente il discorso si farebbe ora lunghissimo ma non posso che rimandare ai libri e alle migliaia di articoli che abbiamo scritto su vari siti, blog ecc. nel merito.

Infine (troppo ci sarebbe da dire perché gli spunti sono innumerevoli ma non possiamo scrivere un’enciclopedia) la chicca finale. Dopo quello che in buona sostanza è un panegirico celebrativo del femminile e del femminismo, ideologia che Ercolani sposa in toto (in particolare quello della differenza), e la contestuale criminalizzazione del maschile (non c’è un solo riferimento al maschile in tutto il libro che contenga un apprezzamento, un elemento positivo nei confronti degli uomini, nulla di nulla…), spunta nell’ultimo capitalo una critica alla cosiddetta “teoria del gender”.  Ma anche in questo caso la preoccupazione di Ercolani è a senso unico. Non si interroga né sulle origini né sulle conseguenze che la teoria del gender, del tutto funzionale all’ideologia capitalista di cui è un prodotto, avrebbe non solo per le donne ma in primis per gli uomini, per la società intera, direi addirittura per l’essere umano in quanto tale. Non si avvede che il “genderismo” è l’ultimo stadio di quel processo di distruzione di ogni identità (dopo quella di classe, quella culturale, ora quella sessuale) che il “tecnocapitalismo” ha posto e sta ponendo in essere (per chi lo volesse ho approfondito il discorso in questi articoli:

Il capitalismo all’offensiva su tre fronti

Il nuovo orizzonte del capitalismo /

La nuova falsa coscienza dell’Occidente e del Capitale

Non si avvede che il “genderismo” è l’ultimo stadio del femminismo, il più “evoluto” e anche il più inquietante fra i vari femminismi,  il missile balistico, diciamo così, preposto all’attacco finale al maschile e finalizzato alla sua metaforica e psicologica (ma, in fondo, anche concreta) dissoluzione. La sua unica e sola preoccupazione è di tutt’altra natura. “E cioè – si chiede costernato – è mai possibile che le donne per affermare loro stesse debbano arrivare ad annullarsi? (il non detto è:”Gli uomini che si fottano pure”, visto che, nel caso specifico, non li menziona neanche, dobbiamo giungere a questa conclusione). Ma, ovviamente, è ben lontano da conclusioni di questo genere e continua a giocare la carta del femminismo “buono” e del femminismo “cattivo” (il genderismo).

In questo modo ottiene due risultati. Da una parte ribadisce la sua totale organicità al femminismo storico (quello nel quale lui è cresciuto) e quindi si mette al riparo da ogni rischio, e dall’altra fa mostra di non essere proprio uno che si sdraia a pelle di leopardo ma è anche capace di sviluppare una critica, sia pure nelle forme e con le finalità che abbiamo detto.

In conclusione, una nota personale. Leggo spesso gli articoli di Ercolani in materia di politica, di politica internazionale o culturali, e non ho nessuna difficoltà nel riconoscere che il più delle volte mi trovo a condividere le sue idee. E allora – mi sono chiesto e glielo ho già chiesto – come è possibile che un lucido e colto intellettuale marxista, in grado di elaborare una critica complessiva e puntuale allo stato di cose presente, diventi poi più realista del re, un “pesce morto che nuota nella corrente”, quando si affrontano i temi legati al femminismo e alla relazione fra i sessi?

Ho la presunzione di avere le risposte ma non è questo l’oggetto del dibattito.

P.S. i maligni e gli opportunisti potrebbero replicare sostenendo che stiamo alimentando una guerra fra i sessi. Nulla di più falso. Quella la sta portando avanti il femminismo, in tutte le sue salse, da mezzo secolo a questa parte; un depistaggio ideologico, anche se ben camuffato, che serve a sostituire il conflitto di classe con quello fra i sessi. Noi ci vediamo costretti ad affrontare alcuni aspetti che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la relazione fra i sessi – come ad esempio la divisione sessuale del lavoro con tutte le sue conseguenze – proprio per svelare la menzogna in base alla quale, secondo quell’ideologia, la totalità degli uomini avrebbe goduto e continuerebbe a godere di una posizione di privilegio e di dominio nei confronti della totalità delle donne. Una interpretazione oggettivamente sessista e interclassista che nulla a ha a che vedere con una logica di classe e con una critica fondata all’attuale sistema capitalista.

 

 

 

 

 

 

 

11 commenti per “L’insostenibile strabismo dell’ “intellettuale di sinistra”

  1. Rino DV
    4 agosto 2016 at 22:18

    1- La metafora sui palestinesi è insuperabile nell’indicare la potenza mistificatrice di ogni verità parziale che è molto più devastante di una schietta menzogna.
    .
    2- La recensione è ineccepibile sotto ogni punto di vista. Ma è doloroso leggerla, perché in essa Marchi riporta (e non può fare altrimenti) osservazioni decostruttive della narrazione femminista già enucleate e presentate sulla carta e nel virtuale centinaia di volte. Doloroso perché significa che i pensatori e i commentatori profeminist non si curano minimamente di sondare quel che bolle nella pentola dei loro avversari. E sarebbe nel loro interesse in quanto eviterebbero un sacco di boomerang sul naso. E invece…
    .
    Restiamo in attesa della replica di Ercolani.

  2. Aliquis
    5 agosto 2016 at 10:09

    La tesi di Ercolani è sostenuta anche da Paolo Bartolini in un articolo di Megachip apparso oggi “Se la legge del nostro tempo è la violenza” nel quale si dice che i valori femminili sono l’alternativa al capitalismo assoluto.
    E’ strano; non credo proprio che da un punto di vista razionale si possano attribuire valori, moralità, idee a seconda del sesso di una persona; e non soltanto del sesso ma di qualsiasi altra caratteristica. Anche di opinione politica.
    Ho conosciuto un tale che diceva “Noi siamo brava gente perchè siamo comunisti”. Lui smise di esserlo non appena Occhetto disse che non lo si poteva più essere; io lo sono ancora. Si potrebbe dire che Ceasescu e Che Guevara erano uguali perchè entrambi comunisti?
    Ognuno è diverso a prescindere da ciò che lo può accomunare agli altri. E allo stesso tempo uguale.
    Ma è vero; viviamo in un tempo manicheo; se sei nato in un certo modo devi essere in un certo modo, non puoi essere in un altro.
    Peccato che la mente di un essere umano possa essere diversa da quello che viene attribuito al suo genere fisico. Spinoza lo aveva riconosciuto.
    E la mente stessa a volte, può essere così complicata che un uomo giudicato geniale in un campo può essere stupido in un altro.
    Si potrebbe fare un libro alla rovescia rispetto a quello di Ercolani; un libro che dimostra che gli uomini hanno sempre vissuto peggio delle donne e che sono sempre stati migliori di loro, che le donne hanno sempre scelto il male; i riscontri storici, le prove, le dimostrazioni ci sono. Ma non sarebbe utile, sarebbe un cadere nel tranello della logica manichea, così come coloro che hanno risposto al Libro Nero del Comunismo con il Libro Nero del Capitalismo. La gara a chi è più criminale fa smarrire la capacità di riflessione, di intelligenza, e porta solo alla distruzione.

    Detto questo, Marchi, io non credo che l’avvento del lavoro immateriale abbia portato bene. Lo diceva già Pasolini.
    La modernità è più alienante e il sistema attuale pretende dagli individui caratteristiche più stringenti del sistema antico; chi non riesce ad adattarsi è perduto. Non per niente il capitalismo oggi è assoluto.

  3. ARMANDO
    5 agosto 2016 at 19:59

    Non sto a ripetere le eccellenti argomentazioni di Fabrizio. Se stiamo sul piano della logica e della ragione, non sono contestabili. Il fatto è, però, che il piano della logica e quello dell’osservazione della realtà concreta non fanno parte del bagaglio degli Ercolani e del femminismo. Anche su su L’interferenza ho avuto occasione di scrivere che femminismo , genderismo e capitale (si veda anche http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_804_Ermini_femminismo.pdf, e http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_799_Ermini_Gender.pdf) attingono agli stessi principi, e vanno a braccetto. Non mi dilungo oltre. Chi vorrà può leggere. Vorrei sottolineare solo due concetti. Mentre il famigerato patriarcato, anche nelle sue espressioni più autoritarie, non ha mai negato il principio femminile e materno, anzi alle volte lo ha esaltato pur tenendolo socialmente subordinato, il femminismo della differenza (si legga in proposito Luisa Muraro), considera il paterno ontologicamente subordinato al materno, e praticamente inutili i padri concreti, a dimostrazione del fatto che il suo scopo non è la liberazione delle donne ma far prevalere il principio femminile, primigenio e originario. Nella migliore delle ipotesi, si può dire che, per il femminismo della differenza, l’emancipazione femminile necessita dell’annichilimento del principio maschile e paterno. Alimenta cioè l’assurda e iinsensata guerra fra i sessi, nonostante i proclami al contrario. La seconda cosa da sottilineare è che, e sono d’accordo in ciò con Fabrizio, ci sono più modi di leggere la Storia. C’è la Storia desunta dai documenti ufficiali, dalle istituzioni, dai principi giuridici, e se ci limitassimo a seguire quella non c’è dubbio che il maschile, sociologicamente e istituzionalmente, è stato da gran tempo prevalente sul femminile. Ma c’è anche un altro modo di leggere la Storia, quello attento alla realtà concreta degli uomini e delle donne. Una storia sotterranea, non in vista, che fa emergere una realtà diversa. Le donne hanno sempre avuto molto più potere e importanza di quelli loro attribuiti dalle leggi e dalle istituzioni pubbliche. Un potere che si manifestava nel governo domestico, nelle decisioni riguardanti la vita concreta delle famiglie e quindi dei figli ed anche dei mariti, verso i quali hanno esercitato sempre un formidabile , quanto silenzioso e nascosto, potere d’influenza. La storia familiare di Fabrizio non è unica o rara, ma estesa e diffusa. E non solo ai tempi del durissimo lavoro materiale a cui si riferisce quella, ma anche in famiglie impiegatizie e piccolo-borghesi. Quella era una forma di “equlibrio” per quanto instabile e magari anche ingiusto, ma non è un caso che le rivendicazioni femminili all’emancipazione, alla realizzazione di se stesse, sono nate contemporaneamente al lento , ma ormai in Occidente compiuto, tramonto del lavoro materiale e operaio, in favore di quello “intellettuale” (le virgolette sono d’obbligo per significare che si tratta semplicemente di un lavoro con componente fisica ridotta o nulla). Fino ad allora nessuna donna rivendicava l’autorealizzazione tramite il lavoro in miniera o in manifattura o in fabbrica per 50/60 ore settimanali. Al contrario erano considerati, a ragione, lavori abbrutenti e non adatti alle donne, che vi erano costretti e che, al contrario, anelavano dedicarsi al lavoro domestico (e magari alla gestione del salario maritale). Fra parentesi occorre anche notare che tutte le innovazioni e le invenzioni che hanno alleviato la fatica del lavoro sono opera maschile e che le prime a beneficiarne sono state le donne. Difficile sostenere che anche questo è frutto di misoginia. Tutto ciò ci rimanda alla questione della divisione sociale e sessuale del lavoro. Ercolani la ammette quando parla di differenze biologiche, ma allora è incoerente quando ne fa discendere il così detto privilegio maschile.Sul piano formale astratto il maschio/marito era si il capo della famiglia, ma sul piano concreto a quel “privilegio” ( spesso disatteso in pratica) corrispondevano tali e tanti obblighi individuali e sociali da renderlo irrilevante o addirittura un boomerang per i maschi. Ora, se in nome dell’uguaglianza le donne reclamano la piena equiparazione agli uomini anche sul piano concreto (su quello formale è cosa ormai acquisita) hanno anche l’obbligo di reclamarla su tutto, altrimenti si configurerebbero ingiusti privilegi. A parte tutto questo, c’è un’altra riflessione necessaria. Il capitale tende ad annullare ogni forma che non sia la forma “merce”. Per ottenere lo scopo deve necessariamente togliere di mezzo l’ostacolo costituito dal maschile (il facitore di forme, colui che separa, distingue) e dal paterno. Tende perciò allìomologazione. Da questo punto di vista l’antigenderismo professato da Ercolani è benvenuto, ma attenzione. La differenza sessuale , per essere davvero tale e non il cavallo di Troia mediante in quale contrabbandare la superiorità ontologica del femminile, ha come presupposto il riconoscimento reciproco di caratteri positivi e di limiti impliciti nella natura dei due sessi, nonchè di ruoli e funzioni psichicamente differenziati e complementari, nella società e nei rapporti familiari e genitoriali. E che la differenziazione storica e concreta fra maschi e femmine sia stata fondamentalmente fondata su questo fatto naturale, sia pure cogli errori e le storture connaturate agli umani. Altrimenti in cosa consisterebbe in concreto? Se l’assunto di partenza è che la storia è storia dell’universale oppressione maschile sulle donne, e storia degli ingiusti privilegi di cui gli uomini avrebbero goduto, se agli uomini come sesso non si riconosce alcun merito (riservato, semmai, solo adl alcuni individui) la differenza conclamata viene a configurarsi come gerarchia morale. I maschi colpevoli per natura, le femmine innocenti per natura, quali che siano le affermazioni contrarie.

  4. danilo
    6 agosto 2016 at 12:04

    nòan, mi hai tolto le parole di bocca : pare che ci sia un sesso che vuole diritti e potere propri e degli altri senza ammettere nulla.

  5. Marco
    6 agosto 2016 at 12:35

    articolo impeccabile

  6. Silvia Lelli
    7 agosto 2016 at 10:13

    La vostra – di tutti, da Ercolani, al critico, ai commenti – impostazione bipartita, come guerra tra 2 parti-generi vi inganna: non si tratta di combatterci ma di collaborare. Sembra che ciò non vi passi nemmeno lontanamente dalla testa…

    • Fabrizio Marchi
      7 agosto 2016 at 12:26

      No, ti sbagli, cara Silvia, e sì che l’ho scritto alla fine dell’articolo anche a chiare lettere. Non siamo noi a portare avanti la guerra fra i sessi. La guerra fra i sessi la sta facendo chi da 50 anni a questa parte criminalizza il genere maschile a senso unico e lo individua come responsabile di ogni genere di orrori (come fa anche Ercolani).
      E’ evidente che per svelare la menzogna di questa narrazione sessista siamo costretti a rispondere, a spiegare le nostre ragioni, a portare, dati, numeri, statistiche, fatti che la smentiscono. Quindi, ad esempio, se diciamo che a morire sul lavoro sono pressochè soltanto uomini, non lo diciamo certo perché vorremmo che a morire fossero anche le donne, ci mancherebbe altro, ma appunto solo per spiegare con i fatti quanto sia assurdo e privo di ogni fondamento e anche criminale sostenere che tutti gli uomini, in quanto tali, sarebbero sempre in una condizione di privilegio nei confronti delle donne.
      Ora, sarà possibile superare questa logica sessista solo smascherando con i fatti coloro che la portano avanti. E sarà possibile recuperare uno spirito di cooperazione e di collaborazione fra i sessi solo quando questa menzogna sarà superata. E guarda caso è proprio questa ideologia sessista che si spaccia per “progressista e di sinistra” che ci ha divisi, che ha diviso uomini e donne, che ha creato un conflitto, che ha seminato odio fra i sessi e, soprattutto, ha contribuito a mettere in un angolo il conflitto di classe.
      La nostra finalità è proprio quella di superare tutto questo. Però se ci piove merda sulla testa non ci si può accusare di aprire l’ombrello per ripararci… Se il governo vara il Job’s Act e precarizza ulteriormente il lavoro, tu/noi giustamente ci incazziamo. Se l’Italia si accoda ad una guerra imperialista della Nato, noi protestiamo. E nessuno ci accusa di chissà cosa. E allora non vedo perché non ci dovremmo incazzare quando ci dicono che in quanto maschi saremmo violenti e privilegiati, una balla sessista evidente a chiunque abbia occhi per vedere…
      Mi sono spiegato, Silvia?

      • ADA
        7 agosto 2016 at 18:22

        Lei si è spiegato molto bene sulla risposta a Silvia e adesso dia anche a me una risposta Sig.Marchi….per favore! …
        .In un commento Un lettore lo accusa di avere un certo tipo di interesse ad annientare quella che lei definisce ideologia progressista e di sinistra per ridare voce in capitolo a quella marxista…Quindi cosa dovremmo dedurre che il suo è anche un interesse velato per portare acqua al suo mulino e non perché ha tutta questa umanità nel difendere l’ uomo definito violento o privilegiato.?In chi o cosa credere?

        • Fabrizio Marchi
          8 agosto 2016 at 0:03

          Non vedo nessun commento, per lo meno nell’ambito di questo articolo, che sostenga ciò che lei sta dicendo.

  7. yak
    5 ottobre 2016 at 2:41

    Lo pongo solo come mero elemento di conoscenza. In alcuni paesi orientali che ho visitato, in particolare India e Myanmar, le donne (a differenza che da noi, dove è un mestiere totalmente maschile) sono impiegate massicciamente nell’edilizia: muratrici, manovali, addette all’asfaltatura delle strade. Qualcuno da noi griderebbe allo scandalo, all’ “arretratezza” di quei paesi e se la prenderebbe con il maschio oppressore che costringe le donne oppresse a lavori per loro innaturali…

    • Fabrizio Marchi
      5 ottobre 2016 at 8:22

      Anche in Nepal ho visto tante donne che andavano su e giù per la montagna con carichi di legna sulla schiena esattamente come gli uomini e nell’ex URSS ho visto donne spalmare catrame per le strade in pieno inverno, fermo restando che anche nell’Unione Sovietica nelle miniere lavoravano solo uomini e che a chiudere il sarcofago di Chernobyl, guarda caso (ma non è un caso…) furono soltanto uomini (il che significa che quel tipo di lavoro erano adibiti solo uomini…).

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