Le ambiguità irrisolte del PKK: dal marxismo al separatismo etnico ?

1. La Resistenza contro le formazioni integraliste dell’ISIS della città curdo-siriana di Kobane ha restituito prestigio al PKK (Partito dei lavoratori curdo) in seno alla sinistra internazionale. Il mio appoggio alla lotta dei miliziani curdi contro i tagliagole dell’ISIS – terroristi ben armati e finanziati da Usa, Turchia ed Arabia Saudita – è stato incondizionato fin dai primi momenti del conflitto. Tuttavia questo non mi esonera dall’analizzare alcuni retroscena del Partito “rivoluzionario” curdo che in Europa sono scarsamente conosciuti.
Il PKK si è fatto conoscere dalla sinistra europea – dopo l’abbandono del marxismo – come sostenitore delle dottrine antimarxiste del “confederalismo democratico e del femminismo rivoluzionario”. Una vera sequela di vuoti slogan che, purtroppo, si scontrano con la realtà dei fatti.
In Turchia i socialisti curdi organizzano convegni per promuovere una società “fedele alla tradizione” e “per combattere la modernità”. Mi sembra che nessun analista abbia citato il recente “Congresso per un Islam democratico” in cui Ocalan è intervenuto con una lettera dove dice testualmente:
“Ritengo che dobbiamo incorporare la nostra lotta democratica e popolare nei principi della religione islamica contro lo statalismo rappresentato dai due grandi centri politici dell’Islam attuale: il nazionalismo arabo e lo sciismo iraniano […] è importante vedere che il concetto moderno dell’Umma (unità religiosa nella terminologia islamica) è multiculturale.”
( Fonte: http://www.bbc.co.uk/turkce/haberler/2014/05/140510_kongre_diyarbakir )
Strano che Ocalan indichi come avversari il panarabismo laico e lo sciismo iraniano essendo stati, storicamente, la Siria del Ba’th e l’Iran sciita due bastioni della difesa del diritto di autodeterminazione dei popoli. Non fu forse Hafez Al Assad a dare ospitalità ai socialisti turchi durante i primi anni della lotta di liberazione nazionale? La domanda sorge spontanea: come mai il PKK ha assunto questa posizione ambigua ?
La parabola teorica e politica di Ocalan è abbastanza evidente: oltre a non considerarsi più un marxista (si dice solo – stando alle sue parole – hegeliano),il leader curdo è arrivato a definire la sua lotta come “una lotta contro la modernità rappresentata dal capitalismo e dagli stati nazionali” ( Fonte: http://ozgur-gundem.com/haber/110432/ )
Lo scrittore Ozgur Gundem ritiene che “il concetto dell’autonomia democratica è un concetto più progressista del socialismo” ( Fonte: http://www.ozgur-gundem.com/haber/119038/sosyalizm-kavrami-demokratik-ozerklik-kavramindan-geri-bir-kavramdir ).Una riflessione è doverosa: l’autonomia democratica non sarà forse un tentativo di far convivere le vecchie strutture tribali con un capitalismo islamico ispirato alla dottrina della Fratellanza Musulmana (che come sappiamo è antinazionalista e antisciita?).
I socialisti curdi negoziano con Erdogan dal 2013 (in Italia sappiamo davvero poco di tutto ciò), ragion per cui non hanno partecipato alla rivolta di Gezi Park, affermando “abbiamo visto dei manifestanti che volevano realizzare un colpo di stato e rovesciare il governo, perciò ci siamo allontanati da Gezi Park”.
Sulla stessa questione siriana il PKK è diviso: se da una parte varie milizie si sono unite all’esercito regolare siriano, grate per lo storico sostegno che la Siria dà alla causa curda, il leader del PKK in Siria, Salih Muslim “è scappato in Danimarca per fare dei colloqui’ ( Fonte: sinistra.ch ). Le fonti riportate ci dicono che finiti i colloqui in Danimarca, Muslim è andato in Turchia per incontrarsi col Primo Ministro turco Ahmed Dovutoglu. Questa notizia è stata riportata da un organo locale del Partito comunista ( Fonte: http://haber.sol.org.tr/devlet-ve-siyaset/pyd-lideri-salih-muslim-turkiyede-haberi-98140 ). Sembra di capire che Muslim si sarebbe sostanzialmente genuflesso ad Erdogan promettendo di non collaborare con l’esercito siriano. Come avrà spiegato questa sua decisione alla base combattente del partito ?
Le sorprese non finiscono qui. Lo stesso dirigente ha detto “collaboriamo anche con il Libero Esercito Siriano per combattere lo Stato Islamico […] la Turchia dovrebbe sostenerci nella nostra lotta, è uno dei punti sui quali abbiamo raggiunto un accordo […] saremmo favorevoli ad una soluzione che include anche la Turchia” ( Fonte: http://www.aljazeera.com.tr/al-jazeera-ozel/pek-cok-konuda-fikir-birligine-vardik ).
Il sito della sinistra svizzera sinistra.ch ha tradotto e riportato in modo meritevole documenti ed analisi provenienti dal Partito del lavoro turco. Riguardo questa questione aggiunge che “A questo punto sarebbe opportuno ricordare che il PYD, ossia la sezione siriana del PKK, aveva collaborato col Libero Esercito Siriano prima di dichiararsi neutrale, e in seguito aveva cominciato a collaborare con l’Esercito Nazionale Siriano (guidato dal Presidente Bashar al-Assad e sostenuto dal Partito Comunista Siriano) solo dopo aver visto che quest’ultimo stava vincendo”.
Che cosa succede realmente dentro il PKK ? Come mai non abbiamo nessun documento ufficiale in cui si chiarisce definitivamente la posizione del partito sulla situazione siriana che è chiaramente una aggressione imperialistica contro uno Stato sovrano ed indipendente? Domande, queste, più che legittime. La preoccupazione più grande è che la vecchia lotta di liberazione nazionale curda possa regredire verso una forma “atipica” di separatismo etnico. Un’ipotesi tutt’altro che infondata, soprattutto se prendiamo in considerazione alcune analisi pubblicate su autorevoli organi della sinistra antimperialista internazionale.
2. Inizio proprio col riportare una importante analisi dei marxisti (maoisti) turchi, in cui spicca la durissima critica di Dogu Perincek, fondatore del Partito del lavoro. Perincek ritiene che:
“Partendo da questi fatti, vi presentiamo il programma che segnerà il destino del piano di balcanizzazione del Medio Oriente. Per iniziare, si deve comprendere questo dato di fatto: le trattative tra il Governo Erdoğan e Öcalan (il leader del PKK, ndr.) non sono affatto parte di un “processo pacifista”. Oggi, il piano viene dichiarato più apertamente anche dalla parte dei sionisti: essi vogliono che Diyarbakır (principale città curda in Turchia) diventi il centro di uno Stato satellite d’Israele; vogliono che la Turchia, l’Iran, l’Iraq e la Siria vengano divisi e il “Barzanistan” raggiunga il Mediterraneo. Sono questi i fini della “strada verso la pace”. ( Fonte: sinistra.ch )
Secondo questa organizzazione di provenienza maoista (che, si presume, conosca molto bene il PKK) non c’è spazio per la pace perchè saremmo di fronte ad un progetto che assegna ai curdi il ruolo di piede di porco degli imperialismi statunitense ed israeliano. Il PKK – mi permetto di interpretare la tesi di Perincek – con la sua prassi politica ambigua starebbe minando lo storico legame fra Turchia ed Iran, divisi politicamente ma uniti dal principio di solidarietà fra i musulmani (si pensi al ponte che Ahmadinejad gettò verso Erdogan, respinto da quest’ultimo)? A chi giova la rottura fra i principali Stati islamici nella regione, rottura fomentata dall’adesione irresponsabile dei governi turchi alla NATO, cioè il braccio armato dell’occidente? Approfondirò in un altro articolo anche questa questione; per ora è bene sapere che il comportamento degli indipendentisti curdi non facilita d certo la conciliazione.
E’ sulla stessa linea anche il famoso sociologo marxista James Petras il quale intuisce come il Partito dei lavoratori curdo abbia del tutto cambiato pelle: “Ho intervistato gente legata al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) – spiega – e parlano di appoggio critico agli Stati Uniti. Più che di appoggio critico parlano di colonialismo democratico, per giustificare la loro collaborazione con gli Stati Uniti. Il PKK un tempo era marxista-leninista e si dichiarava a favore del socialismo, ma ora parla di colonialismo democratico”.
Ma davvero si può ambire alla democrazia ed alla giustizia sociale facendo compromessi con gli Usa e Israele? La storia ci insegna, al contrario, che a spuntarla sul lungo periodo sono proprio i resistenti e non quelli disposti a facili compromessi spesso dettata da ragioni di opportunismo.
Cosa pensano i palestinesi, da 70 anni in prima fila nella lotta contro il colonialismo, nel merito? Al momento le maggiori organizzazioni palestinesi sembrerebbero non essersi pronunciate. Interessante però questa intervista fatta di Abu Obaida Shakir, importante dirigente della Jihad islamica 1. Vediamo come inquadra la questione curda:
“Noi siamo dalla parte di tutti gli oppressi del mondo perché siamo a nostra volta oppressi. La questione curda è complicata, i curdi vivono divisi in quattro stati. Noi non siamo per il divisionismo e la separazione. Il popolo curdo dovrebbe vivere in pace e con pieni diritti all’interno degli stati in cui vive. In questo momento è noto che la questione curda è profondamente infiltrata dai sionisti. E’ noto che gli israeliani godono di un’ampia libertà di movimento nella parte curda dell’Iraq. La questione curda è usata per ricattare i popoli della regione. Comunque non ci sono differenze tra curdi, turchi e arabi nell’ambito dell’identità islamica e tutte le nazionalità devono godere di uguali diritti”
Ancor più di recente il sito “Kanafani.it” vicino al Fronte popolare di liberazione palestinese” ha riportato un importante documento del settimanale turco Yuruyus in cui il giudizio pare netto: ‘I recenti sviluppi a Kobane hanno chiarito chi è chi quando si tratta di combattere … Non c’è una via di mezzo tra l’imperialismo e i popoli che si battono e non c’è spazio per la neutralità …” ( Fonte: kanafani.it ).
Il PKK è al corrente che – utilizzando le parole del rappresentante della Jihad islamica – la questione curda è usata anche (ovviamente non è solo questo…) per ricattare i popoli della regione? E se è così, la sua base militante, quali misure intende assumere per impedirlo? Per il momento sospendo ovviamente il giudizio, nell’attesa di un chiarimento politico quanto mai urgente che possa dare una risposta politica efficace a queste legittime perplessità .
Nota:
La Jihad islamica palestinese può essere confusa con le organizzazioni legate ad Al Qaeda che minacciano la regione, in realtà si tratta di un movimento di liberazione nazionale islamico ispirato al pensiero dell’imam Khomeini ed alla sua “rivoluzione degli oppressi”; per questo mantiene ottimi rapporti con l’Iran ed i suoi miliziani vengono addestrati in Libano nei campi di Hezbollah.
Per una maggiore chiarezza riporto uno stralcio all’introduzione dell’intervista sopra citata tratta dal sito del Campo antimperialista: “Ispirato dalla Rivoluzione Islamica in Iran, il suo fondatore Fathi Shikaki (nato nel 1951 e assassinato nel 1995 a Malta da una micidiale operazione del Mossad), ha, quindi, assorbito diversi principi sociali e politici dallo shiismo antimperialista iraniano, in particolare dalla tradizione dell’“Islam Rosso” di Shariati. Il libro di Fathi Shikaki “Khomeini: la Soluzione Islamica e l’Alternativa”, apparso nel 1979, può essere considerato come la prima importante eco della rivoluzione iraniana in ambito Arabo Sunnita’. Questo per evitare equivoci di ogni genere.
Fonti:
http://www.sinistra.ch/?p=2633
http://www.ossin.org/analisi-e-interventi/intervista-a-james-petras.html
http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1164:luno-stato-comune-per-musulmani-cristiani-ed-ebreir&catid=5:terra-di-palestina-cat&Itemid=119
http://kanafani.it/?p=947
Stefano Zecchinelli

2 commenti per “Le ambiguità irrisolte del PKK: dal marxismo al separatismo etnico ?

  1. armando
    15 maggio 2015 at 11:25

    A me pare che nella parabola del PKk sia condensata la crisi di molti partiti (ex) comunisti dopo la fine del socialismo reale e la crisi dei vecchi parametri di riferimento (internazionalismo proletario, proletariato come classe universale, assoluta preminenza della “struttura” sulle “sovrastrutture”) apertasi inevitabilmente in concomitanza con esso. Il separatismo etnico ha, effettivamente, una sua ragione oggettiva, che consiste nella modalità con cui sono nati i moderni stati nazionali (anche europei) spesso costruzioni artificiali ottenute distruggendo con la forza antiche culture, usi, credenze e tradizioni, funzionali alle esigenze del capitalismo nascente. Detto questo, però, il problema attuale è il significato, nelle condizioni date, del risorgente etnicismo. Mi sembra evidente che ormai lo spezzetamento in tanti piccoli staterelli darebbe luogo a entità solo formalmente indipendenti ma in realtà inserite entro il sistema economico mondiale a dominanza USA , nonchè agli stessi subordinate dal punto di vista militare e politico. Questo tentativo americano di formare un proprio “impero” (vedasi Negri) inteso come stretta sfera d’influenza economica , militare e culturale, è particolarmente evidente nei paesi ex URSS. Ora, stante quella crisi oggettiva dei riferimenti teorici classici del marx-socialismo di cui dicevo, si tratta di scegliere fra la (per me) illusione che l’unificazione mondiale sotto la dominanza usa sarebbe la condizione necessaria per l’insorgere delle moltitudini mondiali (appunto, negriane) contro il capitalismo e il suo potere diffuso, e il mantenimento di unità territoriali sufficientemente larghe da poter garantire una sufifciente autonomia e capacità di resistenza alla penetrazione del capitale a tutti i livelli. Naturalmente il problema delle etnie non sarebbe così risolto automaticamente, e rappresenterebbe sempre una spina. Sulla carta, l’idea di Stalin sul rapporto che sarebbe dovuto esserci fra le diverse nazionalità dell’IRSS e lo stato centrale, era buona. Il problema è che in pratica furono fatte cose molto diverse, a iniziare dallo spostamento di intere popolazioni. In certo senso, oggi quell’idea è stata ripresa da Putin. nel 2014, il ministro russo della cultura Vladimir Medinsky ha pronunciato un discorso nel quale ha preso le distanze dal multiculturalismo inteso come coesistenza guardinga e separata sullo stesso territorio di più culture (modello francese fallito), in favore di un modello in cui esista “uno spazio culturale comune, una lingua unificata di dialogo culturale” nel quale sia garantita “la coesistenza e la collaborazione millenaria di differenti culture e tradizioni, costruite sulle comunità che le riunisce e non sul fatto di sopportarsi l’una con l’altra, con riserve e irritazione”. E’ insomma iun modello che respinge sia l’unificazione culturale forzata sotto il segno della forma merce, sia la separatezza e l’incomunicabilità fra le culture . Il contrario della tolleranza, prosegue Medinsky: “Non sopportare le lezginka caucasica (danza nazionale), ma ammirarla e farla propria, come lo fanno i Cosacchi. Noi, Russi, ascoltiamo i complessi Vainakh come le polifonie mongole non coi denti stretti della tolleranza, ma con un’ammirazione sincera. Perchè si verifica un miracolo quando la danza e il canto trasmettono a tal punto lo spirito di un popolo, e vi immergono nella sua storia”.

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