Dal liberalismo al neoliberismo: la genesi autoritaria dell’ordine di mercato


La storia della modernità politica impone di mettere in discussione uno degli assunti fondamentali della narrazione liberale: l’idea che libertà economica e libertà politica procedano necessariamente insieme e che l’espansione del mercato costituisca di per sé una garanzia della democrazia. L’esperienza storica mostra una realtà più problematica. Mercato e autoritarismo possono convivere e, in determinate condizioni, la difesa dell’ordine economico può entrare in conflitto con la sovranità popolare. Il Cile successivo al golpe dell’11 settembre 1973 ne costituisce una manifestazione estrema, ma il problema è più antico del neoliberismo e non può essere circoscritto alle dittature del Novecento. La tesi è più radicale: la possibilità dell’autoritarismo può essere rintracciata nella tensione originaria dell’ordine liberale tra sovranità popolare e tutela della proprietà privata e dello scambio. Ciò non significa identificare liberalismo e dittatura. Il liberalismo ha svolto un ruolo fondamentale nella limitazione dell’arbitrio del sovrano, nello Stato di diritto, nella separazione dei poteri e nella tutela delle libertà individuali. Ma liberalismo e democrazia non sono concetti coincidenti. Il primo domanda quali limiti il potere collettivo non debba oltrepassare; la seconda chi abbia il diritto di determinare l’ordine comune. La loro unione storica nella democrazia liberale non cancella questa tensione, che emerge quando la decisione democratica investe la proprietà, la distribuzione della ricchezza, i rapporti di lavoro e le condizioni dello scambio. A quel punto la domanda diventa inevitabile: fino a che punto la sovranità popolare può modificare l’ordine economico? Se proprietà e scambio vengono considerati principi anteriori o superiori alla decisione politica, il cittadino può scegliere chi governa ma non necessariamente l’ordine economico entro il quale quel governo dovrà operare.

Questa contraddizione diventa più evidente quando si riconosce che proprietà, contratto e mercato non sono realtà naturali precedenti alla politica. L’affermazione “questo è mio” acquista efficacia sociale soltanto quando un ordinamento giuridico riconosce quella pretesa, ne stabilisce i limiti e dispone degli strumenti necessari per garantirla. Analogamente, il mercato presuppone norme che stabiliscano che cosa possa essere posseduto e scambiato, quali contratti siano validi e quale autorità debba farli rispettare. Il mercato non è dunque assenza dello Stato, ma una particolare organizzazione giuridica e politica dello scambio. La questione decisiva non è scegliere tra Stato e mercato, ma comprendere quale Stato costruisca il mercato, quali rapporti protegga e quale distribuzione del potere contribuisca a riprodurre. Da qui emerge il problema dei rapporti di forza.

Gli individui entrano nella società disponendo di risorse profondamente diseguali e quindi di differenti capacità di scegliere, contrattare, influenzare e resistere. Chi controlla capitale, proprietà, credito e imprese dispone di possibilità che chi possiede soltanto la propria forza lavoro non possiede.

La democrazia introduce precisamente un principio destinato a contrastare la traduzione automatica di questa disuguaglianza in potere politico: “una testa, un voto”. Il voto del miliardario vale formalmente quanto quello del lavoratore precario, mentre nel mercato la capacità effettiva di scelta varia con le risorse disponibili. L’uguaglianza politica viene istituita proprio perché l’uguaglianza materiale non esiste. Per questo limitare il potere pubblico non significa necessariamente limitare il potere presente nella società. Il potere privato non cessa di essere potere perché non appartiene allo Stato. Grandi patrimoni, imprese, credito, infrastrutture e strumenti di formazione dell’opinione pubblica conferiscono capacità di condizionamento che il singolo cittadino non possiede. Se la democrazia non può intervenire su tali concentrazioni perché una determinata configurazione della proprietà viene considerata indisponibile, si produce il paradosso di uno Stato che limita se stesso mentre lascia espandere poteri privati privi di legittimazione democratica.

Anche la libertà contrattuale deve essere osservata da questa prospettiva. Due individui possono essere formalmente liberi di accettare o rifiutare un contratto, ma se uno dispone di capitale e l’altro dipende dalla vendita della propria forza lavoro per soddisfare bisogni essenziali, la loro capacità effettiva di rifiutare condizioni sfavorevoli è profondamente diversa. La coercizione economica non coincide con quella fisica, ma la necessità materiale rimane politicamente rilevante. La questione non è soltanto se il contratto sia stato liberamente sottoscritto, ma quali alternative reali possedessero i contraenti. È per questo che una democrazia sostanziale deve poter intervenire sulle condizioni materiali nelle quali la libertà viene esercitata. Redistribuzione, regolamentazione del lavoro, servizi pubblici e limiti alle prerogative proprietarie sono forme attraverso le quali la comunità esercita sovranità sull’economia. Il problema decisivo non è quindi l’esistenza della proprietà privata, ma il suo rango politico: è un’istituzione le cui forme e i cui limiti possono essere democraticamente determinati oppure un principio superiore che delimita preventivamente ciò che la democrazia può decidere?

È su questo terreno che il neoliberismo radicalizza la tensione presente nel liberalismo economico. La formula “meno Stato, più mercato” è fuorviante, perché il mercato necessita di diritto, tribunali, moneta, tutela della proprietà e apparati capaci di far rispettare i contratti. Il neoliberismo non elimina lo Stato: ne modifica la funzione. Lo Stato può arretrare nella redistribuzione e nella protezione sociale e contemporaneamente rafforzare la propria funzione di costruzione e tutela dell’ordine concorrenziale. La domanda diventa allora: meno Stato per chi e per che cosa, più Stato per chi e per che cosa?

Il passaggio politicamente decisivo avviene quando competitività, disciplina fiscale, stabilità finanziaria, fiducia degli investitori e giudizio dei mercati vengono trasformati da elementi della decisione politica in vincoli anteriori ad essa. La scelta assume allora l’apparenza della necessità tecnica. È qui che l’autoritarismo contemporaneo può acquistare una fisionomia diversa da quella delle dittature novecentesche. Una democrazia nella quale lo spazio della decisione economica viene ristretto non può essere equiparata a una dittatura che sopprime elezioni e libertà politiche. Ma può prodursi uno svuotamento della sovranità senza abolizione delle procedure democratiche: si continua a votare e i governi continuano ad alternarsi, mentre una parte crescente dell’organizzazione economica viene presentata come indisponibile. L’autoritarismo assume allora la forma non dell’abolizione della scelta, ma della restrizione del suo oggetto: il cittadino conserva il diritto di scegliere chi governa mentre diminuisce la possibilità di decidere sulle condizioni fondamentali entro le quali sarà governato.

Il Cile consente di osservare questa tensione nella sua forma storicamente più violenta. Il golpe contro Salvador Allende non può essere spiegato attraverso il neoliberismo come causa unica: la polarizzazione politica e sociale, la crisi economica, la Guerra fredda, il ruolo delle forze armate e l’intervento degli Stati Uniti sono indispensabili per comprenderlo. Ma il caso cileno confuta l’equazione tra libertà economica e libertà politica. Durante la dittatura di Augusto Pinochet furono introdotte liberalizzazioni, privatizzazioni e profonde trasformazioni dello Stato sociale mentre partiti, sindacati e opposizioni erano sottoposti a una repressione durissima. La proprietà può dunque essere garantita in assenza di democrazia e il mercato liberalizzato mentre la sovranità popolare viene soppressa.

Il punto teoricamente decisivo è però un altro: che cosa accade quando una maggioranza democratica pretende di trasformare un ordine economico che gruppi dotati di grande potere considerano intangibile? Finché democrazia e ordine proprietario procedono nella stessa direzione, il conflitto rimane latente; quando entrano in collisione, diventa necessario stabilire quale dei due costituisca il principio superiore. Il neoliberismo porta questa contraddizione a un livello ulteriore perché l’ordine di mercato tende a diventare il quadro entro il quale la politica stessa deve operare. Non è più soltanto l’economia a essere sottoposta alla decisione della comunità: è la comunità politica a dover dimostrare che le proprie decisioni sono compatibili con le esigenze dell’economia. È a questo punto che l’analisi incontra il presente.

Il recente voto in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti e un consenso particolarmente elevato tra gli operai, non può essere spiegato esclusivamente attraverso l’insicurezza economica. Immigrazione, identità nazionale, sfiducia nelle istituzioni e specificità della Germania orientale possiedono un peso autonomo. Il dato diventa tuttavia significativo perché mostra che il disagio materiale non produce necessariamente una domanda di maggiore uguaglianza. Quando la trasformazione dell’ordine economico non appare più una possibilità politica credibile, la domanda di protezione può mutare natura e diventare domanda di autorità, appartenenza e confine. Il conflitto non scompare: cambia oggetto. Se appare impossibile esercitare sovranità sulla distribuzione della ricchezza, sulle condizioni del lavoro o sui rapporti tra capitale e società, la sovranità può essere ricercata dove sembra ancora esercitabile: immigrazione, cittadinanza, sicurezza, identità nazionale. La sovranità perduta sull’economia ritorna come sovranità promessa sul confine.

Un segnale analogo, pur in un contesto diverso e senza poter ancora parlare di risultato elettorale, emerge in Italia intorno al movimento di Roberto Vannacci. La crescita attribuita dai sondaggi a Futuro Nazionale va trattata con prudenza: un sondaggio non è un’elezione e il consenso rilevato può mutare rapidamente. Ma la capacità di un movimento centrato su sovranità, identità, immigrazione e critica dell’integrazione europea di conquistare rapidamente uno spazio politico pone la stessa domanda: perché la richiesta di rottura tende a esprimersi attraverso la promessa di confini e autorità più che attraverso una diversa distribuzione del potere economico? Germania e Italia non dimostrano meccanicamente che il neoliberismo produca autoritarismo. Suggeriscono però un meccanismo politicamente più interessante: quando la politica perde credibilità come strumento di trasformazione dei rapporti economici, il bisogno di riappropriarsi di una capacità collettiva di decisione può essere intercettato da chi promette di restituire sovranità soprattutto attraverso l’identità e l’esclusione. Alla domanda “chi possiede e chi decide sull’economia?” tende allora a sostituirsi la domanda “chi appartiene e chi deve essere escluso dalla comunità?”. La protezione sociale viene sostituita dalla protezione identitaria e il conflitto distributivo dal conflitto sull’appartenenza. È qui che diventa possibile la saldatura tra liberalismo economico e autoritarismo politico. Lo Stato può continuare a considerare relativamente indisponibili i rapporti fondamentali di proprietà e contemporaneamente rafforzarsi sul terreno del confine, della sicurezza e dell’ordine. Può essere debole di fronte alle concentrazioni del potere economico e forte nei confronti dei soggetti socialmente più vulnerabili; rinunciare a governare la distribuzione della ricchezza e intensificare il governo delle conseguenze sociali della disuguaglianza. La crescita dell’AfD e quella, per ora rilevata dai sondaggi, del movimento di Vannacci assumono allora il significato non di una prova definitiva, ma di un sintomo: la crisi della capacità trasformativa della democrazia può produrre una domanda di sovranità che, non trovando uno sbocco economico e sociale credibile, viene riorientata verso autorità, identità e confine. Il paradosso è che una società può così ribellarsi alle conseguenze di un ordine economico senza mettere in discussione l’ordine che contribuisce a produrle; può chiedere più Stato senza chiedere più potere democratico sull’economia; può pretendere sovranità sulle frontiere mentre accetta che la sovranità sulla distribuzione della ricchezza rimanga limitata. L’autoritarismo contemporaneo può quindi presentarsi non come rottura dell’ordine neoliberale, ma come modalità politica di gestione delle sue contraddizioni. Se proprietà, mercato e contratto sono istituzioni storicamente determinate, presentarne una particolare configurazione come naturale o inevitabile significa sottrarla al conflitto democratico. La forma più efficace del potere non consiste necessariamente nell’imporre continuamente un ordine con la forza, ma nel farlo apparire privo di alternative. La politica cessa allora di scegliere tra differenti organizzazioni della società e viene ridotta all’amministrazione di ciò che viene presentato come necessario.

È precisamente contro questa trasformazione che acquista senso la funzione radicale della democrazia: impedire che la distribuzione diseguale della forza economica diventi il diritto di determinare l’ordine comune. Le conquiste democratiche del Novecento — organizzazione sindacale, welfare, diritti sociali, legislazione del lavoro, fiscalità progressiva — dimostrano che i rapporti di forza possono essere politicamente controbilanciati, ma anche che l’uguaglianza politica non si conserva spontaneamente. Il conflitto fondamentale non è dunque tra Stato e mercato, ma tra due principi di organizzazione del potere: da una parte un ordine nel quale la distribuzione diseguale delle risorse produce differenti capacità di azione; dall’altra il principio democratico secondo cui il destino collettivo appartiene ai cittadini in quanto politicamente eguali. Quando il primo delimita il secondo, rendendo indisponibili alla decisione collettiva proprio le strutture che producono le maggiori asimmetrie di potere, emerge la tensione autoritaria dell’ordine liberale e la sua radicalizzazione neoliberale. L’autoritarismo contemporaneo può allora essere interpretato come la progressiva separazione tra il diritto di scegliere i governanti e il potere di scegliere le strutture fondamentali della società. Il presente rende questa contraddizione particolarmente evidente: mentre diminuisce la fiducia nella capacità della politica di governare l’economia, cresce la forza di chi promette di governare più duramente la società.

La domanda conclusiva diventa pertanto inevitabile: è la società democratica a stabilire i limiti della proprietà e del mercato oppure è l’ordine economico a stabilire i limiti entro i quali la democrazia può esercitarsi? Nel primo caso il mercato rimane un’istituzione storica sottoposta alla capacità collettiva di modificarne regole e confini; nel secondo la politica può muoversi soltanto entro lo spazio che l’ordine economico le concede. È in questo capovolgimento che la continuità problematica tra liberalismo e neoliberismo diventa comprensibile e che la crescita contemporanea della domanda di autorità acquista il suo significato politico più profondo: quando una società non riesce più a esercitare sovranità democratica sull’economia, può finire per cercare nell’autorità la sovranità che ha perduto.

1 commento per “Dal liberalismo al neoliberismo: la genesi autoritaria dell’ordine di mercato

  1. Francesca La Ricca
    11 Settembre 2026 at 9:41

    Analisi approfondita e condivisibile. Mi permetto solo di esprimere un mio punto di vista ,molto modesto, sulle ragioni della vittoria della Destra in Germania. Credo che la vittoria sia stata determinata anche dalla posizione di AFD contraria alla guerra e all’invio di armi in Ucraina. Io in Germania l’avrei votata per questo motivo. Nel voto dei tedeschi vedo altro .Non solo ricerca di uno Stato più autoritario. Forse l’analisi del voto deve liberarsi delle solite valutazioni sulla Destra. Leggo che anche Sahra Wagenknecht potrebbe appoggiare AFD.

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