Sinceramente, non mi esalto più per vittorie come queste. A me importa poco che sia musulmano, gay, indiano, ugandese, eccetera. Si dichiara socialista: bene, molto bene. Ma per me socialista è chi il socialismo lo fa. Finora ho osservato una campagna elettorale con un programma che, se anche solo in parte fosse realizzato, rappresenterebbe già un grande successo politico.
Permettetemi
però qualche dubbio rispetto a un programma così altisonante. New York non è un
mondo a parte: è pienamente inserita nel sistema economico, politico, sociale e
culturale degli Stati Uniti, e quindi soggetta a vincoli a dir poco
insormontabili.
Mi colpisce l’entusiasmo sfrenato che traspare dai commenti che leggo. Da questi commenti emergono, a mio avviso, due cose: la subordinazione culturale della sinistra europea a quella statunitense e la totale confusione tra l’essere liberal e l’essere socialista.
Il termine “socialismo”, ormai svuotato e deformato, finisce per significare tutto e il contrario di tutto. È il segno della crisi di una cultura politica di sinistra e socialista che, a corto di riferimenti, continua a cercare nuovi miti, sperando ogni volta che “sia la volta buona”.
Considerato
ciò che è New York — città cosmopolita dove, dal punto di vista etnico, il 30%
è eurodiscendente, il 29% ispanico, il 23% afroamericano, il 14% asiatico, il
9% appartenente a più etnie e oltre il 36% è nato all’estero — scoprire che è
stato eletto sindaco un islamico che si dichiara socialista e appartiene
all’alta borghesia americana non dovrebbe stupire. La madre è un’affermata
regista indiana e il padre un accademico, anch’egli di origine indiana.
Entrambi i genitori discendono dalla comunità di indiani emigrati in Uganda
durante il periodo coloniale ed espulsi, insieme a tanti altri, da Idi Amin.
Se
analizziamo il pedigree di Zohran Mamdani, potremmo scoprire che non è
molto diverso da quello di Elly Schlein o di quelle classi politiche che
appartengono all’alta borghesia progressista francese, che frequenta le stesse
scuole, università, club, ecc. È la stessa alta borghesia — tanto conservatrice
quanto “progressista” — che Piketty descrive molto bene nel suo Il capitale
nel XXI secolo.
La
società newyorkese è lontana un intero oceano, e forse anche di più, da quella
italiana, alla quale l’equivalente della sinistra liberal nostrana
indica Mamdani come possibile riferimento.
Grande
partecipazione! Hanno votato due milioni di elettori; la popolazione di New
York supera gli 8,8 milioni, e gli iscritti nelle liste elettorali sono 5,3
milioni. Mai raggiunta una partecipazione così elevata per gli standard di
quella città e, in generale, per gli Stati Uniti. Di fronte a una
partecipazione che si attesta attorno al 40% degli aventi diritto al voto,
qualche anno fa qualche “lider máximo” avrebbe parlato di chiaro
segnale di una “democrazia matura”; per me è invece la somma di due tendenze:
l’individualismo, nel senso di “sono padrone del mio destino”, e lo scollamento
tra politica e cittadini.
Mamdani
si è presentato con due liste a suo sostegno: Democratic e Working
Families. La prima ha totalizzato 878.000 voti, la seconda 157.000. Cuomo,
con una sola lista, ha preso circa 855.000 voti, facendo meglio tra chi ha un
grado di istruzione più basso, tra coloro che hanno un reddito sotto i 30.000
dollari annui e tra coloro che superano i 3,2 milioni di dollari l’anno.
Il
voto per Mamdani mi sembra essere soprattutto un voto generazionale: ad averlo
sostenuto sono stati coloro che gravitano attorno alla sua stessa fascia d’età.
Non è un caso che le proposte elettorali fossero le seguenti: trasporti
pubblici gratuiti, asili nido gratuiti, blocco degli affitti e contributi fino
a 3.400 dollari per l’affitto.
Secondo
recenti studi, a New York, per appartenere alla classe media bisogna avere un
salario medio annuo di 74.000 dollari (dato lordo). È quindi evidente che il
programma elettorale di Mamdani, riassunto per sommi capi, ha fatto leva
mobilitando proprio la classe media, che si trova a dover sostenere spese
esorbitanti soprattutto per i trasporti e l’alloggio.
Quanto
riportato per sommi capi dimostra chiaramente che tutto ciò ha ben poco a che
vedere con la realtà economica e sociale italiana. Le questioni principali in
Italia riguardano i salari bassi, un sistema tributario sui redditi da lavoro
che nulla ha a che vedere con la progressività richiamata in Costituzione e una
sanità che, affidata alle regioni, di fatto non è più un diritto universalmente
garantito, ma sempre più legato alla disponibilità finanziaria del cittadino.
In conclusione, Mamdani è il sindaco dei newyorkesi che hanno deciso di andare a votare, ossia il 40% degli aventi diritto; ha dunque vinto con meno del 20% dei potenziali elettori. New York è all’altro capo del mondo, e la società italiana è un’altra cosa: perciò, meno illusioni e più concretezza. Il socialismo di Mamdani rientra a pieno titolo nella tradizione liberal della sinistra statunitense: niente di nuovo sul fronte della sinistra.