Un contratto da respingere


Alvaro e Roberto sono due dipendenti degli enti locali, il primo ci chiede se potrà avere una progressione di carriera prima di andare in pensione ossia tra meno di due anni, il secondo il differenziale economico (ossia la progressione nel gergo contrattuale) vorrebbe percepirlo per la prima volta dopo sei o sette anni dall’entrata in servizio. Entrambi hanno ragione da vendere ma non sappiamo loro offrire risposta alcuna perchè le progressioni nella Pubblica amministrazione sono un terno al lotto, dipendono dai regolamenti adottati nella contrattazione decentrata (di secondo livello), da incredibili fattori e incroci  e soprattutto da una decisione, assurda, assunta dalla Corte dei Conti e mai messa in discussione dai sindacati: il limite del 50% degli aventi diritto.

Un’ assurdità perchè in altri contratti le progressioni di carriera sono decise a tavolino, dall’anzianità di servizio entro un certo limite nell’arco della vita lavorativa, nella Pubblica amministrazione le regole sono subalterne alle forche caudine della valutazione dirigenziale, della performance che mai è stata apertamente contestata dai sindacati.

E la performance di fatto si sostituisce al sindacato nella contrattazione nazionale.

Da pochi giorni hanno siglato il nuovo contratto nazionale delle Funzioni locali. Per il triennio 2021\24  hanno deciso aumenti salariali che a malapena arrivano al sei per cento con una  inflazione di quasi il 18 %, gli annunciati interventi perequativi poi, per adeguare lo stipendi negli enti locali a quelli dei ministeriali, si sono persi per strada insieme alle risorse economiche necessarie a questa operazione di equità (poi si chiedono la ragione per la quale i giovani preferisono non lavorare nei Comuni optando per gli altri comparti della Pubblica amministrazione).

Facciamo due conti allora per non essere accusati di parzialità: il contratto prevede incrementi retributivi medi mensili lordi di € 136,76 per tredici mensilità, pari al 5,78% sul monte salari 2021,  a cui sommare la miseria dello 0,22% per il trattamento accessorio pari a 4 euro mensili. Quanto avremo al netto? Poco più di 80 euro.

Non solo gli stipendi degli enti locali restano i più bassi di tutto il comparto ma non si recupera un euro rispetto ai 9 anni di blocco dei salari e dei contratti e anzi si accumulano ulteriori ritardi e perdite vistose del potere di acquisto.

Sarebbero sufficienti queste motivazioni per non sottoscrivere un contratto a perdere, come fatto dalla Cgil ma non dalla Uil che negli ultimi mesi ha sottoscritto il Ccnl statali e dei dirigenti ministeriali e oggi quello degli Enti locali, la Cisl e la galassia autonoma invece hanno fatto quello a cui ci hanno abituato: sottoscrivere qualunque accordo per restare seduti ai tavoli della contrattazione. Del resto il vecchio Andreotti asseriva che il potere logora chi non lo possiede e non quanti lo esercitano.

Veniamo alla parte normativa, l’argomento contrattuale non suscita attenzioni specie se viene raccontato nei classici gerghi sindacalesi. Cosa si sarebbero attesi i due lavoratori menzionati all’inizio? Alvaro e Roberto, se interpellati prima della firma del contratto, avrebbero chiesto più salario e maggiore potere contrattuale giusto per non subire decisioni dirigenziali in materia di orari, organizzazione del lavoro, turnazioni, estensione dell’orario multiperiodale (lavorare di più in alcuni periodi dell’anno e meno in altri per abbattere magari le spese di straordinario). Le materie oggetto di contrattazione sono sempre più ridotte, subentrano gli istituti dell’ informazione e del confronto che condannano il sindacato alla mera subalternità.

La contrattazione si sviluppa su materie che condannano la Rsu a un ruolo formale e ragionieristico, ad esempio accrescere l’importo di alcuni istituti contrattuali quando l’ammontare del Fondo resta del tutto insufficiente. Del resto quantificare la spesa di personale resta di competenza esclusiva della parte pubblica tenuta a rispettare vincoli e regole pensate a suo tempo in una ottica di austerità. Se si tolgono i soldi da una voce per destinarli ad un’altra, il risultato sarà sempre deludente, non aumenteranno le risorse e la coperta “economica” resterà sempre troppo corta alimentando le disparità di trattamento.

Facciamo un esempio calzante perchè il nostro ragionamento sia comprensibile anche ai non addetti ai lavori: se hai un fondo di 100 euro, quella cifra non dovrà essere superata, potrai  invece aumentare l’importo di alcune voci destinate a dei lavoratori a discapito di altri dipendenti. Tuttavia la somma finale, e invalicabile, resterà sempre la stessa anche se nel frattempo il costo della vita sarà visibilmente cresciuto.

E qui arriviamo al tema dirimente ossia quell’insieme di regole e di tetti di spesa che alla fine sono rimasti ai loro posti, la Meloni parlava di volere allentare le maglie della spesa pubblica ma poi all’atto pratico non ha mosso un dito. 

Aumentano i soldi per le Elevate Qualifiche (EQ) attraverso la retribuzione  di posizione  che passa da 18 a 22 mila euro. Parliamo dell’area quadri che viene finanziata nei fatti con i soldi spettanti ai lavoratori, con il Fondo della produttività. Vi pare logica una scelta del genere? A noi francamente no.

Perchè le amministrazioni locali non si pagano con fondi propri i quadri? Le stesse EQ potranno ricevere i compensi dello straordinario per calamità naturali ed elettorale, una situazione ben poco logica ed equa (visto che la retribuzione di posizione e di risultato dovrebbe essere onnicomprensiva) se pensiamo ai tanti dipendenti esclusi da qualsivoglia istituto contrattuale, privi di straordinario, turnazioni e quindi con salari da fame.

Le tante pagine dedicate alle EQ sono lo specchio di un contratto nazionale che pensa ai ruoli apicali ma ben poco alla stragrande maggioranza del personale del comparto e questa disuguaglianza di trattamento economico è lo specchio di quanto avviene nel nostro paese con l’ultima Legge di Bilancio, o meglio con la proposta di Legge che il Governo sta portando in discussione nel Parlamento.

I benefici fiscali riguardano in prevalenza, e in misura maggiore, i redditi elevati, ci sono richiami a tal riguardo anche dell’ UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio) che non lesina critiche alla proposta del Governo. Se premi i redditi elevati, la medesima cultura la troveremo anche dentro l’impianto dei contratti di lavoro, siamo in presenza di una lotta di classe dall’alto, dei ricchi contro i poveri, dei capitali finanziari contro i lavoratori.

Fonte foto: USB (da Google)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.