Dopo l’elezione di Mamdani a Sindaco di New York, il quale
in campagna elettorale – tra le altre cose – ha promesso di voler introdurre
una tassa patrimoniale, in Italia si è acceso un dibattito che tanto a sinistra
quanto a destra ha assunto una fisionomia di tipo ideologico. Dal momento che
si vota in due regioni molto importanti, Puglia e Campania, mi sembra del tutto
evidente che molte dichiarazioni siano semplici boutade di propaganda elettorale.
Sia chiaro: non sto dicendo che non serva una riforma del
sistema fiscale capace di redistribuire la ricchezza tra classi sociali. Questo
mio articolo vuole essere solo una riflessione sulla proposta del neo-sindaco
di New York alla luce di quanto prevede la legislazione fiscale statunitense.
Per capire di cosa abbia parlato Mamdani in questi giorni, ho fatto alcune
ricerche: certamente non sono diventato un esperto del sistema fiscale
statunitense, ma ho raccolto informazioni che possono fare chiarezza sia sul
confronto politico in corso in Italia, sia su ciò che potrà realmente accadere
a New York e quale possa essere una proposta politica riformista e adeguata al
contesto italiano.
Faccio notare che Mamdami ha dichiarato di voler assumere
ben 200 avvocati: basterebbe questo dato per capire che, rispetto a ciò che
vorrebbe fare, il sistema legislativo è tale da porre ostacoli praticamente
insormontabili. In sostanza, gli servirebbe uno stuolo di legali per
districarsi nella rete di norme che regolano la materia.
Detto questo, la prima domanda che mi sono posto è se la
legislazione statunitense conferisca alle città la possibilità di introdurre in
autonomia nuove imposte. La risposta è no: l’amministrazione comunale di New
York non ha potestà legislativa, quindi non può imporre nessuna tassa sul
patrimonio. Per farlo, lo Stato di New York dovrebbe emanare una legge che
autorizzi la città a legiferare in materia. A quanto pare, la governatrice
Kathy Hochul, pur avendo sostenuto Mamdami, ha già dichiarato che non ha alcuna
intenzione di approvare un provvedimento di questo tipo. È subentrata ad Andrew
Cuomo dopo le sue dimissioni.
Sarebbe già sufficiente questo dato per affermare che quella
di Mamdami è stata semplicemente una boutade elettorale, consapevole del
fatto che non potrà fare nulla del genere. La proposta resta comunque
dirompente perché apre un confronto all’interno dei Democratici e con lo Stato
di New York, oltre che con lo stesso Stato federale.
Attualmente New York City esercita una potestà fiscale
derivante dalle leggi statali e federali; è la città con la maggiore pressione
fiscale degli USA. Le imposte che si pagano a New York City sono: sul reddito
delle persone fisiche, delle società, sulla proprietà immobiliare, e la sales tax sugli acquisti. Le imposte
sono proporzionali e le aliquote sono generalmente basse.
Il sistema fiscale statunitense è articolato su tre livelli:
federale, statale e – in alcuni casi, come appunto a New York – locale. Le
tasse pagate in ambito locale e statale sono deducibili ai fini del calcolo del
reddito imponibile federale. Per via dei limiti legislativi, il nuovo sindaco
potrà muoversi solo nell’ambito delle aliquote comunali già previste, della
revisione della spesa pubblica, delle consulenze eccessive, e delle locazioni
degli immobili comunali. Non esistono quindi margini per una nuova imposta
patrimoniale, al netto di quelle già esistenti sugli immobili e sui redditi.
Allora perché in Italia il dibattito ha assunto toni così
alti? Come dicevo, la ragione va ricercata nelle imminenti elezioni regionali.
Che in Italia – come nel resto del mondo – dopo tre decenni di politiche
neoliberali si sia verificata una redistribuzione fortemente ineguale, tanto
che il 40% della ricchezza mondiale si concentra nelle mani dell’1% della
popolazione, è un dato incontrovertibile. In Italia la forbice tra ricchi e
poveri si è allargata: lo dicono da anni gli studi della Banca d’Italia e dell’Istat.
Ma non è successo solo questo: si è modificata anche la
composizione della ricchezza privata. Fino a qualche anno fa, la ricchezza
degli italiani era prevalentemente immobiliare (la proprietà della casa); oggi
il rapporto si è invertito: la ricchezza privata è prevalentemente mobiliare.
Dunque, data la “mobilità” di questa ricchezza, una patrimoniale limitata ai
soli confini nazionali diventa pura propaganda. Non a caso Elly Schlein
dichiara che la questione va affrontata a livello UE; tutti gli studi economici
sostengono che occorra un approccio internazionale.
A parte ciò, nel nostro sistema fiscale esistono già forme
di prelievo riconducibili a tassazione del patrimonio. Nel contesto confuso
attuale, interessante è la proposta avanzata l’11 novembre scorso
dall’economista Stefano Fassina, presidente dell’associazione “Patria e
Costituzione”, su il Fatto Quotidiano: “Patrimoniale? È meglio
utilizzare solo l’IRPEF”.
Fassina va subito al punto: la corretta applicazione
dell’art. 53 della Costituzione, che prevede la progressività dell’imposta, è
rimasta ormai solo sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Tutte le
altre forme di reddito – da lavoro autonomo e professionale, d’impresa e da
capitale – godono di regimi forfettari con prelievi inferiori persino alla
prima aliquota IRPEF.
Con un debito pubblico al 140%, con la necessità di
garantire un welfare funzionale alle esigenze di una società sempre più
complessa e in sofferenza, di aumentare la spesa militare e di rispettare i vincoli
derivanti dai trattati UE, oltre al dumping fiscale dovuto all’allargamento
europeo, Fassina propone di applicare alle rendite finanziarie le stesse
aliquote IRPEF previste per i redditi, fermando però l’aliquota per i redditi
da lavoro dipendente a quella tra 28.000 e 50.000 euro. In aggiunta, propone di
evitare il cumulo dei redditi da fonti diverse introducendo specifiche
franchigie, in modo da permettere ai piccoli risparmiatori di ottenere
addirittura una riduzione del carico fiscale. Per comprendere fino in fondo la
proposta di Fassina, è utile ricordare le aliquote oggi applicate ai redditi
diversi da quelli da lavoro dipendente o pensione:
–12,5% sui rendimenti dei titoli di Stato; 21% sui redditi da affitti;
26% sui rendimenti di azioni, obbligazioni e plusvalenze.
La proposta di Fassina è chiaramente riformista e tiene
conto della nuova composizione della ricchezza italiana, ormai prevalentemente
mobiliare. Su questa proposta si dovrebbe aprire un confronto reale, scevro da
ideologismi e propaganda contingente, che non aiuta ad affrontare concretamente
i problemi.
Tornando a Mamdani, purtroppo assistiamo ancora una volta all’uso strumentale e fuorviante di esperienze politiche estere che difficilmente potranno trovare applicazione in Italia, dato che stentano a trovarla persino nella realtà sociale, economica e politica che le ha prodotte.
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