Era
opinione diffusa negli ambienti intellettuali dell’antica Grecia che il popolo,
inteso come gente comune, non avesse la capacità di scegliere a ragion veduta i
propri rappresentanti.
La
democrazia ateniese, tanto esaltata nell’età moderna, era ad avviso degli
osservatori contemporanei un pessimo sistema di governo, poiché
l’influenzabilità delle “masse” favoriva l’emergere di personalità
moralmente discutibili e inadatte all’esercizio del potere: gli scaltri e
interessati demagoghi. Il più noto fra costoro fu Cleone, un ricco conciatore
di pelli che, manipolando abilmente l’assemblea e ingraziandosi gli strati
inferiori della popolazione con provvedimenti che oggi definiremmo
“populisti”, divenne l’uomo forte dell’Atene orfana di Pericle.
Questo leader, messo alla berlina da Aristofane nella commedia I
cavalieri e giudicato assai negativamente da Aristotele (che riteneva
peraltro la democrazia una degenerazione della politeia), fu un
coerente sostenitore della politica imperiale ateniese e uno strenuo oppositore
di qualsiasi ipotesi di riappacificazione con Sparta, contro la quale la
metropoli attica era scesa in guerra nel 431 a.C. Il dileggio espresso dal
commediografo e le violente critiche indirizzate a Cleone dallo storico e
comandante militare Tucidide appaiono motivati da alcuni tratti caratteriali
del personaggio: la rozzezza, la disonestà e la sconsideratezza. La condanna
nei confronti dello statista guerrafondaio si estende a tutti i suoi seguaci e
ha una matrice che possiamo considerare prepolitica e schiettamente classista:
ai ceti bassi e al loro rappresentante – che per quanto arricchito resta pur
sempre un popolano, un “vile meccanico” direbbe il nobilotto
manzoniano – viene rinfacciata l’assenza di cultura e di quella
magnanimità che è invece prerogativa degli aristocratici.
Che
alla base di questo giudizio sommario ci fosse parecchia prevenzione appare
verosimile: benché a suo modo patriottica, l’élite ateniese simpatizzava nel
contempo per Sparta, ammirando i valori incarnati da quella società guerriera e
desiderando anzitutto per questo motivo che l’annoso conflitto avesse termine.
Che Cleone fosse meno spregevole di come ci viene dipinto lo ricaviamo da
alcuni indizi: non risulta che Aristofane sia stato perseguitato per il suo
virulento attacco politico (non va dimenticato che una rappresentazione
teatrale vista da migliaia di cittadini era il più efficace strumento di
controinformazione/propaganda disponibile all’epoca e che nella commedia citata
il popolo viene piuttosto blandito che infamato) né che gli oppositori bennati
dell’homo novus siano incorsi in ostracismi o ingiustizie. Cleone,
inoltre, non si limitava ad arringare la folla: assunto il comando militare
guidò la fortunata campagna di Sfacteria, che fruttò la cattura di quasi
duecento opliti spartani, e in seguito perse la vita capitanando le truppe cittadine
nella battaglia di Anfipoli, conclusasi con una pesante sconfitta ateniese – non
un grande condottiero dunque, ma senz’altro un tipo determinato e
coraggioso. Non che i “buoni” nell’Ellade come a Roma fossero da meno: gli
statisti di allora erano anche e soprattutto capi militari (pensiamo a Crasso, un
personaggio reputato di secondo piano, che aspirando al consolato finanzia e
capeggia con successo la reazione contro la rivolta di Spartaco).
Oggi
come oggi la polemica antidemocratica è meno esplicita e più sfumata (le prese
di posizione elitiste sono socialmente indigeste, ma più per ragioni di bon ton
che di sostanza…), tuttavia il problema dell’inadeguatezza della classe
politica è acuito da una serie di fattori, tra i quali possiamo menzionare lo
sfilacciarsi del legame diretto tra rappresentati e rappresentanti votati alla
cieca, inseriti in organizzazioni articolate e pressoché inamovibili, e la
deresponsabilizzazione degli eletti che – perlomeno in Occidente – devono al
massimo fronteggiare giornalisti ammaestrati all’interno di confortevoli studi
televisivi. La tendenza all’autoreferenzialità della politica e la sua distanza
dalle masse popolari possono ritenersi vizi connaturati alla democrazia
indiretta, riconducibili a complessità strutturali e, per certi versi,
all’imperfezione umana, ma essi ingigantiscono e diventano insopportabili allorquando
gli assetti istituzionali entrano in crisi e il patto sociale su cui si fondano
viene rotto.
Ai
tempi della vituperata Prima Repubblica la classe dirigente italiana era
composta in gran parte da uomini e donne culturalmente preparati, non sempre
integerrimi ma abili e tendenzialmente convinti delle idee professate:
indipendentemente dagli schieramenti le militanze duravano una vita intera ed
era inimmaginabile che un Nenni, un Moro, un Berlinguer e persino un Craxi
cambiassero partito e riferimenti ideologici da un giorno all’altro. Le
promesse elettorali non venivano disinvoltamente tradite, le politiche
economiche erano elaborate in sostanziale autonomia dalle mutevoli maggioranze
di governo e quella estera, pur con i limiti imposti dalla subalternità a
Washington, era improntata a un sano pragmatismo. La percentuale di
astensionismo era risibile anche perché l’offerta elettorale era amplissima, le
formazioni e i programmi ben distinguibili tra loro e, in un paese ancora
semiacculturato, le dirigenze stimate e credibili. Diciamo pure che l’italiano
medio poteva detestare questo o quel “mostro sacro” e lanciare al suo indirizzo
– soprattutto se di parte avversa – feroci invettive, riconoscendogli però
sempre obtorto collo una “superiorità” derivante dagli studi o dalle
lotte intraprese. Le istituzioni di garanzia, in primis il Presidente
della Repubblica, erano rispettate anche da occasionali contestatori perché
nemmeno i più accaniti avversari politici potevano dubitare dell’onestà
intellettuale (ad esempio) di un Pertini o dell’autorevolezza di grandi
giuristi pur indicati da questo o quel partito.
Per
inquadrare l’immagine di quella società così viva e dinamica occorre aggiungere
allo sfondo appena abbozzato alcuni importanti dettagli: la presenza di
un’intellighenzia attiva, partecipe e schierata e l’azione di un quarto potere,
quello giornalistico, polifonico e incline alla denuncia delle storture
esistenti (c’era una stampa padronale, è vero, ma messa costantemente in minoranza
da voci, se non tutte libere, quantomeno riconoscibili).
In
uno scritto di qualche anno fa ho tratteggiato i contorni di una “democrazia
imperfetta”, squassata da scandali e trame oscure ma comunque capace di
trasformare milioni di sudditi poveri e senza diritti in cittadini a pieno
titolo. Il crollo del muro e lo scandalo di Tangentopoli si abbattono come un
tifone su questa realtà fragile, aprendo la strada a un’involuzione che,
sebbene meno drammatica di quella attraversata dalla Russia negli anni ’90, si
traduce in un progressivo, inesorabile svuotamento degli istituti democratici.
I poteri oligarchici escono allo scoperto, affidandosi però di preferenza a
politicanti di ventura privi di ideali e di spessore culturale, ma avvezzi a
destreggiarsi in un sottobosco in cui affari e favori s’intrecciano e
disinvolti nel cambiare casacca secondo la convenienza del momento. In
un’Italia (forse solo statisticamente) più istruita l’aspirante politico
abbandona il gergo paludato dei predecessori per sostituirlo con un linguaggio
da trivio che solletica gli istinti più bassi dei potenziali sostenitori, tramutandoli
in tifosi al seguito del capo ultras. Promesse mirabolanti e inverosimili
vengono disattese con nonchalance giorni o settimane dopo il responso delle
urne, la mobilità tra partiti e schieramenti assurge a prassi abituale e in una
riedizione della “notte in cui tutte le vacche sono nere” la contrapposizione
fra destra e sinistra si riduce a spettacolo televisivo e – da ultimo – social.
L’involgarimento dei protagonisti (spalle, in verità, di mattatori occulti)
accompagna e sottolinea la remissiva cessione di sovranità da parte di uno
Stato che si ricicla come garante di interessi privati ed esecutore di ordini e
direttive provenienti da autorità straniere su cui l’elettorato non ha alcun
controllo. La sovranità limitata del dopoguerra diviene illimitato asservimento
alla UE neoliberista dei banchieri e agli Stati Uniti, che comandano a
bacchetta viceré e proconsoli tanto arroganti (e spesso ingordi) quanto inetti,
incolti e plebei. Se la politica economica è decisa a Bruxelles quella estera è
dettata dalla NATO: il protettorato Italia si rende complice di aggressioni
criminali e spudorate, calpestando l’obliato interesse nazionale e la
Costituzione. Se il Popolo sovrano (art. 1 Cost.) si permette di dissentire
l’autorità interviene per rimbrottarlo e metterlo a tacere in nome di falsi
valori e di interpretazioni fantasiose delle regole. Aboliti i diritti sociali,
che le corti ribattezzano “finanziariamente condizionati”, vengono prese di
mira le libertà fondamentali sancite dalla Carta del ’48 con la scusa vuoi
della pandemia vuoi di ricorrenti guerre: si vietano le riunioni, si criminalizzano
gli scioperi, si conculca la libertà di espressione (art. 21) se le convinzioni
manifestate stridono con i diktat della propaganda di regime. Boriosi figli di
papà (o di mammà) riscrivono la Storia alla carlona e ingiuriano in tivù analisti
seri, ma le massime cariche istituzionali restano in silenzio di fronte a
episodi gravi e degradanti – come la censura inflitta a uno storico prestigioso
o l’esibizione di un sinistro tatuaggio da parte di un soggetto che, per la
carica rivestita, dovrebbe avere la decenza di comportarsi “con disciplina e
onore (art. 54 Cost.) – salvo poi predicare con sussiego il vangelo NATO che
divide il mondo in buoni (loro) e pessimi/demoni/cloni di Hitler (gli altri,
quelli della giungla) tra gli applausi scroscianti delle claque giornalistiche.
Si
ostenta poi un impudico stupore per il fatto che, riconosciuto il volto del
totalitarismo sotto la mascherina postdemocratica, i cittadini disertano in
maggioranza le urne: in un paese nel quale gli asini pretendono di impartire
lezioni ai professori la disaffezione elettorale mi sembra un fenomeno
fisiologico.
L’altra sera, durante la conferenza su russofobia e russofilia tenutasi comunque a Torino, uno spettatore ha gridato al professor D’Orsi: vorremmo lei al Quirinale! Magari, dico io, ma dubito fortemente che, a differenza degli ultimi due diligenti inquilini, lo studioso di Gramsci otterrebbe il gradimento della Casa Bianca.
Fonte foto: Open (da Google)