Un’interpretazione del nuovo conformismo

A distanza di poche ore un tandem perfettamente sincronizzato si è lanciato nella pista accidentata dello stereotipo manageriale. Ormai monopolizzatore dello spirito di competenza. Così Mattarella “I giovani si mettano in gioco” fa il paio con Draghi “ Costruite il futuro con un pizzico di incoscienza”. Snocciolare meccanicamente questo tipo di enunciati è diventata stanca ripetizione di una litania laica dove i nuovi rosari da far scorrere tra le dita possono essere indifferentemente un calice di vino, una partita a scacchi, una cena gourmet con tanto di food porn, una pausa caffè ingentilita da tisane. Nel trantran della vita quotidiana ciò che apparentemente seduce con la razionalità si trasforma in ideologia, quindi in falsa coscienza.
“Devi farcela da solo, non ti curare degli altri”, “Dimentica in fretta, devi far affidamento solo sulle tue forze”, “Inutile scervellarsi sul passato, conta solo il futuro”, “Fai quello che ti senti di fare, senza rimorsi”, “Non ti porre alcun limite, i risultati arriveranno”. Questa mentalità ha fatto sì che il controllo del discorso capitalista abbia inglobato l’intera vita, le dinamiche relazionali, la considerazione dell’altro. La chiave di lettura è mefistofelica perché emancipatrice, antiautoritaria, progressista. Individualista ma creativa e affrancata da vincoli conservatori. Aziendalismo democratico. Il cercare sé stessi sembrava essere un vezzo anfetaminico di giovani hippy, è divenuto una pressione sociale. Imperativo categorico.
Il consolidamento totalizzante del culto della personalità ha de-legittimato il conflitto, – quindi la democrazia – il rischio esistenziale è occasione di arricchimento. Il management obbliga alla prestazione, il marketing assolda consenso nella promessa di godimento istantaneo. Tutto è permesso nello stretto canale della logica di mercato. Un tempo l’autorità reprimeva le pulsioni oggi le stimola con le luci della rigenerazione personale. Soggettivismo sempre in movimento, pronto a cambiare pelle. Tutto è emozione e avventura. Scommessa. Ludopatia d’impresa. Anche l’istituzione è impresa. La sfera pubblica si frantuma in piccole unità tutte in concorrenza tra loro stesse e con i privati. La tecnica può dotarsi di un idealismo flessibile ma mai rinunciare alle classifiche.
Sembrano concetti nuovi ma non lo sono. La selezione naturale, quel liberalismo spenceriano che vedeva nello Stato il principale ostacolo allo scorrere placido della natura, fu ripreso alla lettera dai pensatori nazional-socialisti. La Germania aveva bisogno di un popolo unito, una moltitudine non conflittuale. I nemici erano esterni, ma in patria gli ariani e solo gli ariani erano liberati dall’ improduttiva macchina amministrativa bismarkiana. I valorosi germanici non avevano Stato, i deboli ridotti a spazzatura senza scorie. Sembra incredibile ma l’assonanza tra il liberalismo dello Stato minimo e il nazismo fu teorizzata dagli stessi gerarchi. E applicata. Il tedesco si muoveva nella libertà della rapidità di decisione.
Il giurista Reinhard Höhn fu il capostipite del nuovo costume che vedeva nel risultato l’unico mezzo di coercizione. Il capo non assoggetta il funzionario con percorsi obbligati, pone obiettivi. Nel mezzo la creatività è liberata. Scompare il grigiore delle scartoffie, dei lacci e lacciuoli. Per incoraggiare l’efficienza si inneggia alla libertà. Crescita, competizione tra i singoli erano presupposti logici per la corsa al dominio nazista. Naturalmente il criterio selettivo era il merito che si conquistava con la gioia generata dal piacere dell’autonomia e sfogata nella ricompensa di un succulento tempo libero.
Höhn, scampato al dopoguerra, si riabilitò nella Germania Federale dell’economia sociale di mercato diventando un maître à penser del management. Pubblicò numerosi manuali e fondò la sua scuola di formazione per dirigenti d’impresa. Ciò che non mutò furono i suoi riferimenti al darwinismo sociale. L’individuo come fattore di produzione perde sì il suo razzismo eugenetico ma mantiene la rincorsa alla competizione. La sconfitta del nazismo veniva sublimata nella Germania della co-gestione, della pacificazione indotta tra capitale e lavoro. La direzione d’impresa è anestetizzata, potere senza volto. Democratizzata. Il miracolo economico usufruiva della sua “delega di responsabilità”. Per eliminare i detriti dello stress, essenziale sarà “gestire la propria vita” e diventare imprese di sé. Il nuovo rapporto gerarchico elimina l’ossessione nazista che era anche quella dei “mercati”, la conflittualità di classe. Qui il nesso di contiguità tra nazismo e management. Non più subordinati, ma collaboratori. Percettori non di salari ma di esperienze formative. L’Impresa così come il Reich pacificava, rendeva l’alienazione una libertà promessa. Da conquistare.
Ma le sue lezioni non finivano di certo qui. Per depurare lo Stato da vecchie credenze idealistiche occorreva mettere mano a una radicale riforma dell’Amministrazione. Renderla adiacente alle logiche di concorrenza. Inserirla nei meccanismi d’azienda, il pubblico è un partner economico come gli altri. Il suo crepuscolo non gli permise di vedere realizzato questo suo ultimo proponimento. Ma i suoi insegnamenti resistettero all’usura del tempo.
La rivoluzione neo-liberista si ricordò di lui e lo fece da sinistra. L’attenzione progressista per un individuo disinibito dalle scale della gerarchia, l’interpretazione evolutiva dei meccanismi di mercato furono alla base delle riforme dello Stato. La nuova gestione pubblica, il Public Choise della terza via blairiana e ulivista, riuscirono a comporre definitivamente l’omogeneizzazione tra Stato e mercato. Posto che l’individuo ha sempre un interesse personale che spadroneggia su quello generale, meglio rendere l’Amministrazione dipendente dai risultati; soggiogarla all’unica forma ideale che spinge verso la prestazione, la concorrenza. Il funzionario non dovrà più svolgere le proprie mansioni seguendo passioni collettive, non esiste alcun bene pubblico da salvaguardare. Dovrà districarsi tra gli ostacoli della competizione per ottenere ricompense personali.
Il merito riappare in salsa etica. L’efficienza è ottenere risultati risparmiando, tagliando spesa, razionalizzando. I vincoli li può porre solo ed esclusivamente il mercato. L’individuo dovrà solo scegliere in un regime che profetizza libertà. Così gli Höhn progressisti si affrettarono a esternalizzare servizi, parcellizzarli, privatizzarli. Non solo il privato trovava piena legittimazione nella gestione di beni pubblici, ma il pubblico era obbligato a imitarlo nella ricerca del massimo profitto. L’impresa rimpiazza la burocrazia e rende la valutazione in corso d’opera, il benchmarking sull’individuo la prova della sua volontà di prestazione.
Il cittadino si spoliticizza e si immagina portatore di diritti nella sola veste di consumatore. Si percepisce lavoratore solo in quanto capitale umano in grado di scegliere razionalmente la via di formazione più adatta all’impresa di sé. La narrazione della Realtà è di riconciliazione. Ordinata dalla resilienza competitiva. Questa la tecnica persuasiva degli Höhn, dei Mattarella, dei Mario Draghi. La selezione della specie che da schiavitù diventa buon argomento di conversazione. Si fa chiamare raziocinio per celare la propria impalcatura ideologica.
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