Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
(Parte prima)
“L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse”. (Karl Marx, dalla “Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel”).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti.
Questo
testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di
storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. E’
soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci
ha visti protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti
che ci hanno attraversati. Non cercate
la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una
testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto,
con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Capita
spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali
della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul
mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e
sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Capita spesso
anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei suoi
fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma
la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi
gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con
cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo
postmoderno e alle ideologie neo-liberali, di cui oggi ne sono i cantori.
A giustificazione di questo
trasformismo è spesso portato l’argomento che la lotta di classe sia un
retaggio del passato, che il comunismo sia stato un fallimento, Marx un
ferrovecchio, e che la società liberale sia l’unico orizzonte cui guardare e
che non abbia alternative. In sostanza si autorizzano, in nome della democrazia
liberale, il pensiero unico, la negazione della dialettica sociale,
l’assolutizzazione del capitalismo, la fine della storia.
Tutta
quella storia fatta invece di speranze, di aspirazioni all’uguaglianza, di
lotte, di sacrifici, di legami sociali e comunitari, è stata così spazzata via
senza neanche l’elaborazione del lutto. Da allora tutti siamo stati un po’ più
soli.
Ma
il mondo che questa nuova teologia neo-liberale ci lascia in eredità non è un
mondo pacificato, né con l’uomo né con la natura: è intriso di conflitti sanguinosi
di carattere sociale, politico, geopolitico, religioso, nonché di devastazioni
dell’ambiente naturale e umano. Milioni
di profughi ambientali, da guerre, da persecuzioni religiose, dalla miseria e
dalle carestie vagano per il pianeta in cerca di riparo e migliore
fortuna. Le grandi diseguaglianze sono
la chiave interpretativa di questo nuovo ordine-disordine globale. Le guerre “umanitarie”
e “democratiche” di cui si fa portatore servono ad autogiustificarlo
Il Comunismo e l’Uomo Nuovo.
Se
la prospettiva comunista ha fallito, non è questa una buona ragione per
dismettere le armi della critica e per accettarne lo status quo. La Storia
continua a generare vincitori e vinti, miseria e ricchezza, oppressione e
aspirazioni alla libertà. La lotta tra questi poli opposti ne è ancora il suo
motore. Allora, se la Storia non è finita, gli ideali che avevano animato le
antiche lotte del movimento operaio non vanno dimenticati, ma reclamano oggi di
essere ascoltati e riattualizzati. Il passato e la storia dei vinti di ieri grida
ancora giustizia e attende il suo riscatto.
C’è ancora spazio per chi non si è arreso
e per chi intende riprendere e sventolare le antiche bandiere dell’uguaglianza,
della libertà, della fratellanza.
Riprendere
il filo interrotto di questa storia, delle ragioni della sua sconfitta, è il
compito che attende chi si accinge a riprendere a praticare la critica delle
armi.
A
partire dalla domanda: cosa è stato il comunismo? La lotta per la giustizia
sociale? La lotta per l’emancipazione del mondo del lavoro? Il desiderio di un maggior
benessere? Forse un po’ di tutto questo. Ma soprattutto il suo sogno è stato
quello di forgiare l’Uomo Nuovo.
L’Uomo
Nuovo, in effetti, è stato la grande utopia dell’Illuminismo prima e del
comunismo da Marx in poi; un Uomo liberato dalla schiavitù del lavoro salariato
e artefice della propria libertà e di quella dell’umanità intera.
L’ascesa
della borghesia come classe dominante è stata sostenuta dall’universalismo
illuminista che delineava con Kant un mondo unificato e pacificato dai valori
borghesi. La Rivoluzione francese sembrava aprire l’alba del nuovo mondo quando
gli ideali dell’Illuminismo sembravano potersi materializzare nella storia
concreta. La realtà svelava invece un
mondo che si scopriva diviso tra borghesi e proletari sotto la spinta e
l’affermarsi del capitalismo industriale. Fu allora che il sogno di una società
umana universale e borghese è spezzato. Non a caso Hegel definisce il comunismo
come “coscienza infelice” della borghesia e il movimento comunista si pone con
Marx come erede degli ideali dell’Illuminismo con la promessa di una società
senza classi, il comunismo.
La
lotta di classe concepita da Marx vedeva in essa l’intervento di un soggetto
storico, il proletariato, che doveva inverare nel comunismo il sogno dell’uomo
universale, superando la divisione borghesia-proletariato prodotta dalla
rivoluzione capitalista. Pensava a una classe consapevole della sua missione
storica, la “classe per sé”, che si proponesse come erede della filosofia
classica tedesca.
La domanda vera sarebbe. Perché questa
prospettiva rivoluzionaria è fallita?
La risposta la si sta ancora cercando. Ma
possiamo dire che una delle risposte risiede nella pretesa scientificità della
rivoluzione comunista, nel marxismo inteso come scienza della rivoluzione
comunista, guidata da leggi inscritte nello sviluppo stesso del capitalismo che
avrebbe generato da sé le forze destinate a soppiantarlo, attraverso lo
sviluppo delle forze produttive e con la formazione del general intellect
(l’intelligenza collettiva nel lavoro cooperativo associato, dall’ultimo
manovale al dirigente d’azienda), che avrebbe diretto la produzione al posto
del capitalista padrone. Questa presunta legge non ha funzionato, ma è stata
utilizzata dai marxisti venuti dopo e dai partiti socialisti e dai sindacati
operai per fondare una teoria politica per cui non ci sarebbe stato
bisogno di fare nessuna rivoluzione perché questa si sarebbe verificata
spontaneamente e deterministicamente (socialdemocrazia). Quindi il compito del
Partito era di andare al governo e quello dei sindacati di organizzare lotte
sindacali redistributive e non per il potere.
La rivoluzione socialista era affidata al
naturale processo storico. I comunisti non a caso accusarono di “tradimento” la
dirigenza socialista e promossero le scissioni dai partiti socialisti fondando
i partiti comunisti e la Terza Internazionale sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre.
La Storia non è finita
Ma il movimento comunista non è stato solo
la storia di una rivoluzione fallita. È stato anche un potente fenomeno di
emancipazione sociale e culturale delle classi povere e subalterne che
acquistavano dignità umana e politica entrando per la prima volta nella storia
del mondo. Per questo il mio “eroe” preferito è Di Vittorio, un bracciante povero
e analfabeta pugliese, diventato un intellettuale politico e grande e
indimenticabile dirigente sindacale, senza smarrire e rinnegare mai l’umanità delle
sue umili origini. E come non ricordare le tante figure di contadini senza
terra che hanno animato la resistenza antifascista e le lotte agli agrari nel
povero Mezzogiorno tra le due grandi guerre mondiali, come il mio compaesano
Angelo Antonicelli (Il Sovversivo, Memorie
di un contadino di Massafra -Edizioni LiberEtà)? Io amo anche il Gramsci che difende la
cultura e le lingue popolari contro la loro omogeneizzazione, anticipando in
questo Pasolini, il Pasolini che critica le scorciatoie del consumismo e ci
insegna a distinguere tra ciò che è vero progresso da ciò che è sviluppo e
consumismo alienante.
Certamente
il consumismo, che ha caratterizzato il boom economico degli anni ’60, ha
modificato antropologicamente l’Italia e la società europea. Alle miserie della
guerra e del dopoguerra è subentrato, anche grazie alle lotte operarie e
sindacali, un periodo di relativo benessere che ha consentito alle famiglie
operaie e contadine di abitare in case con acqua corrente e servizi igienici,
di vivere in stanze non sovraffollate con figli numerosi, di poter godere in
casa di servizi come la Tv, il riscaldamento, il frigorifero, la lavatrice, la
cucina a gas, il telefono. Questa tendenza al benessere ha alimentato una nuova
e diversa coscienza di sé, introducendo nella cultura popolare però anche il
veleno dell’individualismo proprietario e della corruzione della propria identità
su cui richiamo qui le denunce e gli allarmi inascoltati di Pasolini.
Sono, questi, ancoraggi culturali cui ancora m’ispiro, anche se sembrano fuori moda nell’epoca in cui domina l’idea che la libertà si confonda con il libertinismo filosofico e di costume, che il desiderio individuale da soddisfare diventa la morale che guida le nostre azioni, in cui lo sradicamento e la perdita della memoria hanno sostituito l’appartenenza alla storia collettiva dei luoghi, delle classi sociali e delle comunità. L’edonismo, il consumismo, il desiderio di possesso illimitato, il nomadismo cosmopolita e il relativismo etico sono, infatti, i tratti distintivi e decadenti della odierna civiltà occidentale.
La
controrivoluzione liberista ha infranto tutti i nostri sogni, la sinistra
rivoluzionaria è sparita, il proletariato non ha fatto la rivoluzione, il PCI
non c’è più da oltre trent’anni, la borghesia sta scomparendo sostituita da
nuovi ceti rampanti post-borghesi senza patria e senza valori che la sinistra
attuale rispecchia e che per questo non mi appartiene. Ma il mondo non è pacificato. Per questo non mi adeguo.
Non
è tutto oro ciò che riluce. Dietro l’ideologia del benessere, si cela un mondo d’ingiustizie
e sofferenze che la mediocre politica del nostro tempo finge di non vedere; ci
sono voci che gridano inascoltate chiedendo giustizia, che ci parlano di un
mondo del lavoro umiliato e impoverito da un’eterna precarietà, senza un’adeguata
rappresentanza politica e sindacale; voci inascoltate d’interi territori
abbandonati o consegnate alle nuove e vecchie mafie, con un Mezzogiorno ridotto
a uno stato semi-coloniale dal capitalismo separatista e predatorio del Nord; e
di grandi città le cui periferie sono un crogiuolo di umanità esclusa, popolata
dagli scarti della nostra civiltà dell’illusorio benessere.
No.
La Storia non è finita. Il vento della storia non ha cessato di
soffiare. Se non lo sentiamo più, è
perché in tanti ci siamo adeguati al suo corso, quello dei vincitori, o perché ci
siamo messi al riparo da essa, lontano dal suo rumore che ci parla dei vinti o
di quelli che resistono.
Da
dove ricominciare? Se il secolo del
comunismo, con le sue glorie e le sue tragedie, è alle nostre spalle e la storia non è finita,
da dove dobbiamo riprendere a ritessere le fila di una trama antica di lotte e di liberazione?
Esamino
tre percorsi per delineare le caratteristiche di una possibile alternativa geopolitica,
sociale e di filosofia politica.
Un’alternativa geopolitica e sovrana
L’umanità
sta rivivendo oggi una crisi ed una svolta di civiltà, il passaggio da un mondo unipolare dominato dalla finanza e da
una élite apolide, a un mondo multipolare di nazioni sovrane che riprendono il
controllo del proprio destino, guidato da Cina e
Russia. Sarà, questo, un passaggio
pacifico o scatenerà una distruttiva guerra totale? Purtroppo il dramma della guerra non è più una
probabilità estrema, ma un evento tragico in atto, uno strumento per affrontare le
contraddizioni di un mondo in crisi, di un Occidente che non accetta il
tramonto della sua egemonia globale e che rischia di trascinare l’umanità
intera verso la catastrofe, verso la soluzione “Sansone”.
Ma nel mondo sono vive le forze che resistono per evitare questo esito nefasto, che noi non riconosciamo però come attori e protagonisti di questa nuova Storia perché non ha le sue radici nel disarmato proletariato occidentale o nelle sue asservite e corrotte sinistre neoliberali con i suoi ceti intellettuali omologati e “convergenti” col pensiero mainstream. Sono le forze – espressione di civiltà millenarie come Russia, Cina, Iran – che combattono contro le nuove guerre di aggressione imperialiste che insanguinano l’Europa e il Medio Oriente, che resistono alla Bestia occidentale che difende il suo secolare “diritto” di predatore; sono i popoli che si stanno liberando dai residui velenosi del vecchio colonialismo. Questi conflitti e queste guerre sono il territorio su cui si sta scrivendo la nuova storia, e se una nuova prospettiva socialista potrà rinascere, questa sarà legata alla vittoria di queste forze e alla sconfitta del suprematismo occidentale proteso alla disperata difesa del suo “giardino” assediato dalla “giungla”dei popoli che vogliono vivere in libertà e autonomia la loro storia.
In
questo scontro globale non c’è spazio per la neutralità e per il disimpegno.
Mi
riferisco ai “lamentosi” di sinistra, a
quelli del “ che non c’è più speranza”, agli orfani del passato in lutto
perenne che chiedono consolazione, a quelli che “ ma l’Occidente è l’unica
forma di civiltà e di democrazia”, a quelle anime candide del “ma la Russia, la
Cina, l’Iran sono dittature autocratiche !”, come se l’Unione Europea fosse un’oasi
di democrazia e non una dittatura tecnocratica incline a censurare il dissenso
e a fomentare venti di guerra, e gli USA e Israele, nostri alleati, fossero degli
Enti di Opere Pie, e non entità
genocide!
A coloro
che non si sono arresi dico che c’è ancora
spazio per alimentare le ragioni per le quali vale ancora la pena lottare e per
le quali nutrire la speranza non dico per il comunismo ma almeno per un paese
migliore e per una nuova civiltà amica del genere umano e della natura.
In
questa lotta non c’è posto per il neutralismo e per il falso pacifismo degli
ignavi, disprezzati da Dante Alighieri
come “anime infelici” che nella vita non si sono mai schierati e che nel suo
Canto III dell’ Inferno inseguono una bandiera senza insegne.
A
quelli che si schierano con coraggio, a quelli accusati dai cosiddetti liberal-progressisti
di sovranismo, di populismo, di
putinismo, di rossobrunismo, di campismo, di statalismo, di antisemitismo e
di altri epiteti “ingiuriosi”, a tutti voi dico che dobbiamo augurarci che vincano
le ragioni della Russia, dell’Iran, della Cina, della Palestina, di Cuba, dell’Africa
ribelle, del mondo multipolare in avanzata dei BRICS, col riconoscimento di nuovi
equilibri globali condivisi, fuori da ogni pacifismo disarmante del né con l’uno né con l’altro e lontano da
ogni rigurgito suprematista e coloniale, e soprattutto lontano da ogni forma di
russofobia ereditata anche da un infausto antisovietismo ereditato dall’ultima
declinante stagione del vecchio PCI, ansioso di legittimarsi nella sua svolta
neoliberale. La sconfitta della NATO in una Ucraina nazificata, quella del
sionismo in Palestina e degli USA e di Israele nella loro aggressione all’Iran,
sono condizioni imprescindibili per una svolta di civiltà, multipolare e
decolonizzata.
E
dobbiamo gridarlo con forza e con ragione contro tutte le censure e le
autocensure, consapevoli che è dall’esito di questo scontro che dipendono anche
le sorti della democrazia popolare e di una possibile società
neo-socialista in occidente. La
sconfitta delle istituzioni del dominio occidentale, siano esse politiche,
militari, finanziarie o culturali, è la precondizione per liberare le energie
rivoluzionarie e i valori umani ed etici dell’antica cultura europea, imprigionati e irretiti in
questa tela di ragno che produce dipendenza e subalternità ai poteri
sovranazionali, sia quelli chiari che quelli più occulti. La risposta a questa
deriva non può venire per noi dall’illusione europeista che ancora abbacina le
coscienze e le intelligenze di quel che resta di sinistra non liberale in
Europa. L’Unione Europea è stata costruita proprio sul modello della sovranità
delegata, del vincolo esterno come sostituto della volontà popolare.
Non
c’è un’Altra Europa per cui battersi, ma un’Unione Europea sempre più militarizzata,
guerrafondaia e antidemocratica – che sta distruggendo le basi materiali del nostro
benessere sociale, del nostro sistema industriale e delle nostre libertà – da
demolire con tutte le sue bastiglie, i suoi santuari e i suoi tecnocrati. È in
questo spazio liberato e sovrano che può
riproporsi e agire un nuovo progetto di umanesimo neo-socialista legato alla
migliore tradizione del movimento popolare, democratico e socialista dei
diversi paesi europei. Non
si dà democrazia e socialismo senza sovranità politica e senza uno Stato che la
incarni.
La dignità del lavoro
contro il capitalismo delle piattaforme.
Questo
è lo spazio per una nuova teoria della “rivoluzione” e per una nuova prassi
politica da coltivare e da praticare in cui una rinnovata lotta, popolare e di
classe insieme, si eserciti in uno spazio geopolitico, sovrano e indipendente,
aperto alla cooperazione con l’emergente multipolarismo del Sud globale e
dell’Est del mondo, e per l’Italia al ritorno alla sua vocazione storica, latina
ed euro-mediterranea. Il multipolarismo non va concepito come un semplice ritorno agli Stati-Nazione in competizione
tra loro, ma come una configurazione antiegemonica di Stati-Civiltà e di confederazioni di Stati
sovrani accumunati da una storia e
una cultura comuni, fuori da ogni
suprematismo coloniale e razzista. (Per una più approfondita riflessione sul
multipolarismo rimando al mio saggio: “https://www.linterferenza.info/inevidenza/multipolarimo-socialismo-decolonizzazione-del-mondo/ “ ).
Sarebbe necessario però che dalle ceneri
della storia risorga, come una fenice, una forza politica neo-socialista, con
una classe dirigente che la incarni, lontana
dagli attuali “miasmi” che emanano dal cosiddetto “campo largo” a partire dal
PD, partito dell’establishment
euro-atlantico, e contro
l’attuale falsa dicotomia
destra-sinistra, ambedue interne allo spirito del capitalismo neoliberista. Una nuova forza politica che sia liberata dall’influenza ideologica del “politicamente corretto” e dalle follie della “cancel culture” e del “gender
fluid”, nuova religione della sinistra neoliberale che ha sostituito il
conflitto sociale di classe con il conflitto identitario (di razza, di genere,
religioso, etnico), e i diritti sociali con i
diritti civili. Servirà anche un
nuovo sindacalismo confederale che unifichi il mondo del lavoro frantumato e
disperso che non sia
il “sindacato arcobaleno” attuale, caricatura
del sindacato postfordista dei diritti e dell’autodeterminazione del lavoro di
trentiniana memoria, né quello balbuziente dei CAF e dei NIDIL nell’epoca delle
piattaforme digitali governate da anonimi algoritmi e dall’intelligenza
artificiale.
Il
compito di un nuovo sindacalismo di classe e di un soggetto politico
neosocialista sarebbe quello di
trasformare la frammentazione sociale in un moderno e gramsciano “blocco storico, che sappia rivalorizzare
il lavoro nella sua funzione sociale riconsegnandogli la dignità perduta, che
sappia unire i lavoratori precarizzati e dispersi, gli abitanti delle periferie
dimenticate, gli intellettuali “divergenti” non organici al conformismo neoliberale
e globalista, i movimenti antimperialisti
ed anticoloniali in un unico “soggetto
popolare”, un moderno “Principe”, capace
di sfidare il blocco di potere euro-atlantico e il capitalismo delle
piattaforme di Google, Meta, Amazon, Apple,
Microsoft, ma anche Uber, Deliveroo, i nuovi sovrani del capitalismo postborghese.
Il
progetto transumano e totalitario della quarta rivoluzione industriale, quella del
capitalismo della sorveglianza e del controllo, col “Manifesto di Palantir”, rivendica il diritto dei
privati a governare, a farsi Stato, con un alleanza stretta tra alta
tecnologia ed apparato militare basata sull’intelligenza artificiale
Con Palantir e l’Intelligenza Artificiale siamo entrati nella stagione del “capitalismo sovrano” che sisostituisce allo Stato
nella sua funzione decisionale nelle aree critiche della sovranità e dei
diritti sociali: lavoro, sicurezza, difesa, sanità, ordine pubblico, welfare. La decisione sovrana non è
più un atto politico responsabile e contestabile, ma diventa un output computazionale.
Chi scrive il codice dell’algoritmo determina anche la legge, l’oggetto della
decisione. La definizione corretta di questa tecno-repubblica è quella di “tecno feudalismo”, un ritorno, sotto
vesti digitali, a una struttura premoderna in cui pochi signori privati
dell’infrastruttura tecnologica estraggono rendita ed esercitano giurisdizione
sul mondo, esautorando e svuotando gli Stati della loro sovranità
La
lezione di papa Leone XIV con l’Enciclica “Magnifica
Humanitas” sulla dignità del lavoro, mai così oltraggiata come ora, contro
l’ingerenza della Tecnica, rappresenta una straordinaria occasione di profonda
riflessione critica per tutti, a cominciare dal movimento sindacale e da chi
intende approcciare a una radicale alternativa, che sia geopolitica e culturale,
per un governo orientato al bene comune.
Afferma
Papa Leone: “Nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle
infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli
Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le
condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di
partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani,
tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di
uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e
disuguaglianze. Perché l’I.A. rispetti la dignità umana e serva davvero il bene
comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da
chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di
affidare ad essi le scelte concrete….Affidare, nei fatti, a un algoritmo il
potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il
peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini
delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo
l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la
responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di
neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così,
l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono,
non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte”. E’ molto di più che
rivendicare la contrattazione dell’algoritmo. E’ una messa in discussione
radicale di una concezione della Tecnica che sostituisce, continua il Papa, la
responsabilità pubblica e individuale “ con
l’arbitrio di un potere privato sottratto ad ogni controllo pubblico. Disarmare
l’I.A., continua Papa Leone ”significa
sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo
militare ma economica e cognitiva. Disarmare vuol dire rompere questa
equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa
rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa
sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile,
restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il
compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale,
perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune”.
Ci troviamo di fronte ad una sorprendente lezione politica ed etica che dovrebbe informare le coscienze
di una nuova classe dirigente e di intellettuali che abbiano a cuore le sorti dell’umanità
contro il relativismo etico e la sua
deriva postumana.
L’antidoto al
tecno-feudalesimo e allo strapotere dell’algoritmo richiede l’intervento dello Stato come strumento di forza e di
regolazione delle infrastrutture digitali essenziali, con lo sviluppo di
piattaforme pubbliche gestite secondo criteri di utilità sociale e controllate
democraticamente.
Ma non basta la
regolamentazione pubblica senza una strategia contro-egemonica che rimuova il
senso comune tecno-ottimista della
neutralità della tecnica, senza una battaglia culturale e la consapevolezza che
l’algoritmo sia lavoro umano oggettivato finalizzato al profitto e che i dati di cui si serve siano mezzi di
produzione espropriati ai cittadini.
Ripartire
da Gramsci?
Un multipolarismo cooperativo di stati sovrani, la lotta al
capitalismo delle piattaforme, al dominio della Tecnica e alla sua deriva
antiumana, un socialismo neo-umanistico, sono i presupposti geopolitici e
ideali da cui ripartire.
Il multipolarismo, in
questa visione, diventa la precondizione per spezzare l’omologazione capitalista
globale, riaprire una dialettica sociale e rilanciare una prospettiva democratica e
socialista in occidente.
Ma l’ascesa del multipolarismo non va idealizzato
e confuso con il risorgere del
socialismo, ma va analizzato per la sua funzione
oggettiva di rottura della gabbia della dipendenza dal globalismo
neoliberale. La fine del monopolio del dollaro e dell’unipolarismo
Washington-centrico apre una fessura storica che dobbiamo mantenere aperta e
allargare. Il multipolarismo, allora, è la condizione strutturale necessaria
affinché le nazioni subalterne e le classi lavoratrici possano riconquistare
margini di manovra, sottrarsi al ricatto dei mercati finanziari occidentali e
ricostruire forme di sovranità popolare e democratica dal basso.
A
quelli che disprezzano la geopolitica e antepongono alla prospettiva
multipolare, al conflitto centro-periferia, alla lotta tra Occidente e Sud
globale, il primato astratto del conflitto capitale-lavoro, rispondo che la
lotta di classe può degenerare in conflitto corporativo ed essere inglobata in una governance conservatrice senza
un forte ancoraggio anticoloniale e alla
sovranità nazionale e popolare. Non è stato forse questo
il destino del socialismo occidentale che ha portato al suo fallimento e al suo allineamento alla narrazione neoliberale?
A
quelli poi che propugnano un internazionalismo cosmopolita anti-statalista e
antipopolare; ai denigratori della nazione come prodotto storico e come identità
e tradizione culturale, rispondo con il Gramsci che non separava la questione
rivoluzionaria dalla questione nazionale, il conflitto di classe dalla lotta
per l’egemonia popolare attraverso la costruzione di un blocco storico, la
cultura nazionale dalle culture popolari e locali, la questione dello Stato dalle
conquiste sociali e civili, la rivoluzione italiana dalla solidarietà internazionalista.
Al fallimento è destinata, secondo Gramsci, ogni
rivoluzione che non sia capace di radicarsi nella nazione e divenire nazional-popolare. Per
Gramsci c’è un rapporto inscindibile tra le istanze
universaliste del socialismo e il radicamento storico,culturale e materiale
nella specificità nazionale. All’antistatalismo anarcoide, Gramsci ha sempre
contrapposto l’idea che “ non
esiste società se non in uno Stato”, Statocome sintesi di coercizione e consenso, di forza e di
egemonia culturale. Il suo internazionalismo, di conseguenza, è basato anche nella fase socialista, sulla pluralità di stati nazionali solidali
fra loro, lontano da ogni tentazione di esportazione
della rivoluzione o della democrazia. La trasformazione rivoluzionaria non può essere
imposta dall’alto o dall’esterno. Essa deve farsi interprete dei bisogni, della
cultura e delle tradizioni delle masse popolari diventando così espressione
dell’intera nazione, fuori da ogni cosmopolitismo e da ogni superficiale
multiculturalismo ideologizzato. Così come non deve essere separata,
aggiungo io, la rivoluzione in occidente dalle rivoluzioni antimperialiste ed anticoloniali, come ci ha insegnato Domenico Losurdo, cosa
che purtroppo non ha sempre fatto nel
passato la sinistra occidentale, anche quella di matrice marxista.
L’incapacità
storica della sinistra occidentale di legare la lotta di classe interna con le
lotte antimperialiste e decoloniali del
resto del mondo, ne ha segnato anche la sua sconfitta e rimane una ferita
aperta ancora oggi. Spesso essa ha guardato e guarda con diffidenza i processi
di emancipazione del Sud globale solo perché non corrispondenti ai canoni puri
di un marxismo occidentale ancorato alla
convinzione del valore universale della civiltà occidentale che si fa carico
del “fardello dell’uomo bianco”(vedere il mio saggio “https://www.linterferenza.info/attpol/la-sinistra-occidentale-fardello-delluomo-bianco/ “).
C’è
ancora spazio, qui da noi, per una rinnovata gramsciana filosofia della prassi, dove la storia è un processo non meccanico, ma
il risultato della volontà e dell’azione umana, liberate da ogni determinismo,
dalla presunta neutralità della
Tecnica e dallo scientismo?
Sì, se viene
accompagnata da uno stare dentro la storia e da un
pensiero strategico con una messa al lavoro di intellettuali e di coscienze
morali capaci di pensare in termini radicali e di produrre nuove egemonie, di
contrastare le tendenze transumane del moderno capitalismo tecno-feudale. Sì se sapremo recuperare la lezione e l’ottimismo della volontà di
Gramsci per guarire il pessimismo della ragione di Pasolini. Sì, se al sonno della Ragione
sapremo contrapporre, citando un passo
de “Le ceneri di Gramsci “ di Pasolini, “l’ideale che illumina questo silenzio”.
La
teoria senza la pratica è cieca, tanto quanto la pratica senza la teoria è
vuota.
Se
non ci riusciremo, la storia andrà avanti ugualmente, anche senza di noi o
contro di noi.