La fine dell’epoca colombiana


L’aggressione sionista e statunitense ai danni dell’Iran è l’ennesimo episodio di guerra che si iscrive all’interno della lunga transizione che conduce fuori dall’epoca colombiana. L’epoca colombiana iniziata con la “scoperta dell’America” e il genocidio degli indigeni è stata l’archetipo che si è ripetuto in modo sempre più aggressivo e violento con lo sviluppo delle tecnologie. Il saccheggio delle risorse minerarie e la riduzione dei popoli colonizzati a forza muscolare da usare, usurare ed eliminare sta ora terminando. I tempi della transizione non potranno essere eccessivamente lunghi malgrado le resistenze delle oligarchie occidentali. Il sogno colonialista, distopia realizzata pienamente nella quale milioni di uomini e di donne sono stati sacrificati per il potere di pochi, volge al termine. Le sconfitte USA si susseguono, il caso Afghanistan è paradigmatico; la Francia è in ritirata dall’Africa centrale dominata con la forza della moneta (franco CFA), mentre l’Inghilterra è ormai solo una pericolosa appendice degli USA. Anch’essa vive nella nostalgia del “perduto impero”, per cui è parte delle “operazioni di aggressione” verso i “dissenzienti”. L’Europa, in generale,  è una “nullità politica” che squittisce e proclama i “suoi valori”, mentre è aggredita dall’interno dai suoi stessi aderenti. In questa cornice gli ex colonialisti perpetuano la distopia imperiale in modo lecito e illecito incapaci di comprendere il mutamento in atto. Le potenze orientali, dalla Russia alla Cina passando per l’India, ormai detengono ciò che determinerà il cambiamento e un mondo multipolare a trazione orientale:

  1. Risorse minerarie ed energetiche
  2. Popolazione in crescita e giovane
  3. Mercato in espansione
  4. Tecnologie

Il primato occidentale è perso,  esso era limitato in due capisaldi: tecnologie e cultura. Le tecnologie sono ormai in pieno possesso dell’Oriente e la cultura politica, un tempo riferimento mondiale, in occidente (volutamente con la minuscola) è stata rasa al suolo in nome della modernizzazione e della omologazione mediante le politiche di controllo e sorveglianza. Il “politicamente corretto” è il deserto dell’occidente. Non ci sono pensatori, e chiunque osi divergere dal “sacro cammino” del liberismo e dei diritti individuali funzionali alla sopravvivenza del capitalismo è marginalizzato e discriminato. Le parole di Trump sono le convulsioni fonatorie e belliche di un “mondo” che non vuole scendere a patti con la realtà.  Così il 1 aprile 2026 si è espresso il Presidente degli Stati Uniti e guida dell’occidente. Trump è imbarazzante per le plutocrazie occidentali, in quanto senza mascheramenti mostra al “mondo” la verità di ciò che sono senza filtri e infingimenti ideologici. Nulla è più inquietante che guardarsi in uno specchio di verità atroce. In Trump è palese l’epoca colombiana che non vuole morire ed è disponibile ad usare ogni mezzo pur di sopravvivere alla sua agonia:

“È molto importante mantenere questo conflitto nella giusta prospettiva. Il coinvolgimento americano nella Prima guerra mondiale durò un anno, sette mesi e cinque giorni. La Seconda guerra mondiale durò tre anni, otto mesi e 25 giorni. La guerra di Corea durò tre anni, un mese e due giorni. La guerra del Vietnam durò 19 anni, cinque mesi e 29 giorni. Quella in Iraq durò otto anni, otto mesi e 28 giorni. Siamo impegnati in questa operazione militare, così potente, così brillante contro uno dei paesi più potenti, da 32 giorni. E l’Iran è stato sventrato e, in sostanza, non rappresenta più una minaccia. Erano i prepotenti del Medio Oriente, ma non lo sono più. Questo è un vero investimento nel futuro dei vostri figli e dei vostri nipoti. Il mondo intero sta guardando e non riesce a credere al potere, alla forza e alla brillantezza; semplicemente non riesce a credere a ciò che vede. Lascio alla vostra immaginazione il resto, ma non riesce a credere a ciò che vede: la brillantezza delle forze armate degli Stati Uniti”.

L’occidente dunque muore per la sua tracotanza e per incapacità di pensare, teorizzare e agire “diversamente”. L’Oriente ha classi dirigenti all’altezza del momento storico, l’occidente si connota per una classe politica caratterizzata da “ultimi  uomini” senza senso dello Stato e arroccati al potere tra amanti e clientelismo. Una classe incolta nella mente e nell’anima guida verso il disastro la “nave occidentale in tempesta”. Trump, Presidente Stati Uniti, con il suo inglese limitato a poche parole, li rappresenta pienamente. Ignoranza, arroganza e semplicismo sono una triade micidiale che percorre l’occidente e decreta uno stato di “pericolo” per il pianeta intero. L’Iran resiste e la sua resistenza “è già vittoria”. Sono riusciti a bucare le difese di Israele e questo dimostra la potenza e l’abilità raggiunte.

Le classi politiche occidentali si caratterizzano per il loro “primitivismo politico”. Pensano che un sistema sia riducibile ai suoi capi, per cui “uccidere” nel disprezzo di ogni regola etica e di ogni legge internazionale è per loro la soluzione per abbattere il “nemico”. Mentre tutto questo accade assistiamo all’impudico spettacolo di ministri che nulla sanno delle rapide carriere delle amanti, a Trump che imita Macron e lo deride e si potrebbe continuare. Lo squallore dell’occidente è guardato e concettualizzato in Oriente e forse sanno che tutto potrebbe cadere per autodistruzione. La NATO anch’essa sta per dissolversi ed ormai il suo tempo è stato superato dai fatti nudi e crudi. Uomini e donne con comportamenti primitivi non possono che “credere nella forza”, loro idolo a cui sacrificano il futuro dei popoli che governano. L’Iran sta dimostrando con la sua resistenza che possiede tecnologie capaci di contenere la forza statunitense, e mentre Hormuz dimostra la dipendenza occidentale dall’Oriente, in occidente il dibattito è stato chiuso e sigillato. Nei media quanto accade è notizia quasi secondaria. La sconfitta è rimossa, i sudditi non devono sapere che ormai le loro oligarchie sono incapaci di governare la conflittualità internazionale e devono “credere ciecamente e biecamente” di vivere nel “migliore dei mondi possibili”, in cui il “corpo è libero di soddisfare le voglie”, ma non ci sono posti letto negli ospedali, nelle scuole si deformano gli alunni al “credo” del capitale a qualsiasi costo e le pensioni sono un miraggio. La violenza è ovunque, è un boomerang che colpisce chiunque a prescindere dalle responsabilità e dal ruolo. Se c’è un futuro per l’occidente, esso è nei dissenzienti e in coloro che difendono l’identità dialogica fuori delle istituzioni e delle accademie ufficiali divenute fedelissime e acritiche verso il sistema. A ciascuno di noi il compito di difendere cultura, lingue, politica, filosofia e religione ed il compito di pensare un altro ordine. L’alternativa è lasciarsi andare e scomparire tra i flutti della storia.

Risuonano le parole di E. Fromm su cui dovremmo riflettere per ricostruire l’agire politico in una realtà che ci appare senza futuro e senza presente:

“La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da «democrazia di spettatori passivi», in «democrazia di partecipanti attivi», nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private; meglio ancora, dovrebbe trattarsi di una democrazia in cui il benessere della comunità divenga la preoccupazione personale di ogni cittadino. Partecipando alla comunità, la gente avrà modo di constatare che la vita diviene più interessante e stimolante; in effetti, anzi, una democrazia politica degna di tal nome è quella in cui la vita è appunto “interessante”. Per sua stessa natura, una democrazia «partecipatoria» del genere è, in pieno contrasto con le «democrazie popolari» o con il «centralismo democratico», antiburocratica, e il clima che vi regna è tale da rendere praticamente impossibile l’emergere di demagoghi. Elaborare i metodi della democrazia partecipatoria è probabilmente assai più difficile di quanto non sia stata l’elaborazione di una costituzione democratica nel diciottesimo secolo, e sarà necessario l’impegno di molte persone competenti per compiere lo sforzo gigantesco inteso all’elaborazione di nuovi principi e dei metodi che permettano la costruzione della democrazia partecipatoria. Per fornire solo uno dei molti suggerimenti possibili in vista del raggiungimento di tale fine, mi limito a ripetere quello da me avanzato, oltre vent’anni fa, in “The Sane Society”, e cioè la creazione di centinaia di migliaia di gruppi composti ognuno da circa cinquecento membri, i quali si conoscono tutti tra loro; questi si costituirebbero in organismi permanenti di deliberazione e formulazione di decisioni per quanto attiene ai problemi fondamentali nel campo dell’economia, della politica estera, della sanità pubblica, dell’istruzione e dei mezzi intesi ad assicurare il «viver bene»[1]”.

La transizione potrebbe emancipare, i popoli tutti, dalla sussunzione con modalità diverse solo attraverso la partecipazione responsabile, l’alternativa a ciò è la lunga agonia dell’Occidente. L’epoca dei distruttori sta terminando, si aprono spazi per pensare il futuro. Anche i popoli hanno le loro responsabilità, non sono innocenti, pertanto il futuro e il presente dipendono dalla capacità plastica di ritrovare le energie per uscire dallo stato di infantilismo in cui le oligarchie li hanno sospinti. Su questo ci si gioca il presente e il futuro.


[1] Erich Fromm, Avere o Essere, paragrafo IX Caratteristiche della nuova società

I BRICS hanno deciso di accogliere altri paesi nel loro gruppo

Fonte foto: Il Post (da Google)

1 commento per “La fine dell’epoca colombiana

  1. Giulio larosa
    9 Aprile 2026 at 20:49

    Fromm era un perbenista. Finiamola con la religione della democrazia. Sono i rapporti di forza che contano e non c è nessuna democrazia che li può modificare se non per breve periodo. Per avere il cambiamento occorre la forza. Non c è diritto e non c è democrazia senza forza.

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