Il capitalismo è violenza. Dove l’essere umano sfrutta
un altro essere umano, è un intero sistema sociale segnato dalla violenza. Ci
sono violenze naturalizzate e, dunque rese invisibili, e violenze, ormai
disorganiche al sistema che il sistema condanna in modo ideologico per celare
le violenze reali. Si denuncia il patriarcato ormai estinto, per nascondere la
precarietà e la miseria che avanza e i tagli ai diritti sociali. Le violenze in
questo modo possono proliferare, perché non pensate.
La valutazione dei lavoratori, degli studenti e dei
“cittadini” è diventata uno strumento di misura, controllo e di giustificazione
della verticalità di classe. Coloro che sono valutati negativamente con “gli
oggettivi parametri del sistema” sono colpevolizzati per il loro insuccesso e
per la loro miseria. Si innesca, così, un
clima di sfiducia e di competizione senza freni nel quale l’altro è “il
nemico”. L’oppressione e l’ossessione valutativa spingono i sussunti ad una
lotta senza quartiere, in quanto i dipendenti che registrano i risultati
migliori ricevono i premi aziendali. Dalla valutazione dipende il presente e il
futuro materiale del lavoratore che in tale corsa verso la produttività deve
superare i pari. In tale cornice di lotta e sgambetti l’ansia è la compagna
quotidiana pronta a trasformarsi in panico. La vita fa paura, se il tuo
prossimo è solo un competitore che potrebbe soverchiarti e sottrarti il
“premio”. Si divide, si opprime e si umilia con l’ossessione della valutazione.
Il soggetto è perennemente sotto la lente di ingrandimento dei numeri, non è
più in essere umano ma un corpo esteso da quantificare. L’inclusione ha un
prezzo e per essere inclusi bisogna accettare la logica della valutazione, ma
tale logica prevede l’espulsione degli sconfitti e di coloro che non riescono
ad affinare le armi delle “competenze”, e pertanto sono spinti verso la
marginalità. L’inclusione è curvata unicamente su parametri economici e produttivi.
Conta solo il risultato, il resto è solo un limite al successo economico. La
valutazione gradualmente diviene un pernicioso automatismo che prende la forma
dell’autovalutazione infiltrante.
Ci si confronta con paradigmi irraggiungibili,
pertanto si vive in una condizione di rabbia invidiosa. Ci si valuta e ci si
confronta con i “migliori” omaggiati dal sistema e si pone in essere un circolo
di cattive relazioni nelle quali anche i “vincenti” sono “perdenti”, perché
perdono la loro umanità tra numeri e calcoli. La reificazione è, dunque, la
condizione che pervade tutto il sistema. Si infiltra nella psiche e nei gesti
dei dominati fino a determinare “la povertà relazionale” e “l’infelicità
generale”:
“Di
qui la perversione di quelle valutazioni che, piuttosto che accompagnare l’uomo
al lavoro in questa territorializzazione, Io «flessibilizzano»,
destabilizzandolo tanto sul piano psicologico quanto su quello fisico. Questa
«perversione» si propaga, fino a dare l’impressione di
«riconoscere»,
oltre ai risultati, anche le pratiche del lavoro (compresi i saperi impliciti,
corporei), l’investimento nel lavoro (il famoso «saper-essere»), nonché la
dimensione «esistenziale» del dipendente, ma al solo scopo di «ottimizzare» le
«risorse umane». Ci si può facilmente
immaginare
quale possa essere il fine, per esempio, delle congratulazioni fatte a un
dipendente davanti ai suoi pari: una semplice strategia di sviluppo delle
risorse umane! O
ancora
il calcolo del «carico (o difficoltà) di lavoro/risultati» nella valutazione
dei risultati. Il problema sta nel riportare tutto alla misura, ovvero alla
prospettiva economicista. Congratularsi con qualcuno perché si è soddisfatti
del suo lavoro è ben diverso dal congratularsi con lui perche lo si vuole
incitare alla performance, così come riconoscere spontaneamente un carico di
lavoro è diverso dal calcolare il margine di tolleranza, cruciale nella
valutazione delle prestazioni![1]”.
L’oppressione per mezzo della valutazione, vera arma
di guerra, è funzionale alla meritocrazia. Il liberismo dinanzi all’iniqua
distribuzione delle ricchezze e all’imperativo dell’accumulo senza limiti ha
utilizzato e usa la “valutazione continua” del lavoratore quale espediente
razionale per fargli accettare le differenze sociali e salariali. La
valutazione-merito reca con sé la competizione e la conflittualità
istituzionalizzata. La valutazione è deterritorializzata, è realtà non resa
concetto, pertanto il lavoratore la subisce e ne accetta la perversa logica.
Essa ha il potere di escludere e di espellere dal lavoro coloro che non si
attengono ai parametri di produzione stabiliti dalla scienza al servizio dei
padroni. La valutazione è processo di omologazione e normalizzazione, poiché è
il metodo con cui il sistema capitalistico pianifica la “rieducazione della
natura umana”, le imprime il suo marchio orientandola alla competizione e a
pensare solo per numeri a prescindere dal contesto materiale in cui il soggetto
è situato. La valutazione isola le
individualità e fonda l’atomistica della conflittualità. Si guarda e si
apprezza il risultato, per cui l’altro non ha un volto, è solo un numero con
cui confrontarsi per vincerlo. La politica e la comunità si sfaldano e sorge il
Leviatano dell’economicismo senza freni:
“L’ideologia
del merito ha portato alla distruzione del «luogo naturale» del lavoratore,
aprendo il vaso di Pandora e lasciando sfuggire la concorrenza e la competizione:
come dimostra la storia del capitalismo, è solo attraverso la riabilitazione
delle «corporazioni» che la meritocrazia ha potuto funzionare…[2]”.
La valutazione è resa astratta con la mistificazione dell’oggettività.
Nel tempo della religione della quantità, le scienze dure sono ormai “la nuova
religione” a cui i sudditi credono ciecamente. La scienza è vissuta come neutra
e avulsa dagli interessi di classe, pertanto si obbedisce al “dio malvagio della
valutazione”, anzi si fa il possibile per essere rispondenti ai parametri
quantitativi. La quantità giudica la vita e la morte. Il pensiero astratto ha
il suo malinconico e distruttivo trionfo sul pensiero concreto. Non la qualità determina il valore, ma il
successo si misura con la forza dei numeri, questi ultimi sono l’arma sottile e
neutra ammantata di oggettività con cui il “male” diviene ordinaria presenza.
La valutazione per numeri consente di espellere dalla pubblica visibilità e
conoscenza opere preziose per la consapevolezza collettiva, perché non vendono
e dunque sono “niente”. Il più grande capolavoro è nulla se non riceve la
benedizione della “quantità”. I servizi sono tagliati per ordinare i bilanci, restano
sullo sfondo le vittime di tali pratiche senza voce e senza volto:
“La
tirannia delle nuove forme di valutazione si basa anche sulla loro presunta
oggettività. Benché tendano a imporsi sulla totalità della vita individuale e
sociale, danno di sé un’immagine ben diversa da quella di un potere: si
presentano cioè come una semplice «informazione», se non come un discorso di…
verità. E con l’avanzare delle nuove tecnologie dell’informazione e della
comunicazione, il giudizio di valore presente in ogni valutazione tende a
svanire dietro l’imposizione automatica di una misura… autoreferenziale: se
un blog o un sito web riceve molti «mi piace», vuol dire che è di buona qualità
e di essere frequentato; se lo
spettacolo attrae pochi
spettatori
o non partecipa attivamente alla «creazione dì legame sociale» (premio di
consolazione), non vale niente; se per un progetto sono stati spesi un sacco di
soldi, bisogna valutare il rapporto costi/benefici (anche se è un progetto
incentrato sulla salute dei beneficiari); e così via. Valutare vuol dire sempre
più misurare tutto con lo stesso metro: il denaro, il capitale[3]”.
L’oppressione verso i sussunti ha dunque il volto
anonimo e oggettivo della valutazione che l’oppresso ha interiorizza fino ad
aderire alla grammatica del padrone, poichè la vive come “giusta e oggettiva”,
per cui il conflitto di classe è sostituito dal pensiero unico della
valutazione. La valutazione con il suo
mito dell’oggettività è oggetto di venerazione dogmatica, pertanto non è
pensata, ma è accettata fatalmente. La valutazione opera in ogni dimensione
dell’esistenza. Nel privato la
valutazione continua ad operare: si gareggia e si misurano i tempi; si va in
palestra e si conteggiano gli esercizi; la mattina ci si pesa. Tutto è
quantificato e valutato, pertanto il dominato “crede nella bontà della
valutazione”, è gratificato dai risultati, ma gradualmente la gratificazione si
trasforma nel tiranno che chiede e impone obiettivi sempre più ardui, di
conseguenza, si arriva a dipendere dai numeri, essi incombono e stabiliscono se
si è tra i vincenti o tra i perdenti:
“La
valutazione diventa un elemento chiave di questa competitività. Si svincola dai
quadri «tradizionali» che la definivano, spostandosi dalla formazione e/o
dall’assunzione alla situazione lavorativa. Diventa continua, individuale e
incentrata sulla performance dell’impiegato o dell’operaio, ora sottoposti a
una pressione permanente. Il salario viene negoziato in base a questa
valutazione diffusa, e per l’impresa diviene a sua volta cruciale la formazione
intesa come «sviluppo delle risorse umane»[4]”.
L’economia cognitiva, ovvero la valutazione del
capitale umano destabilizza i lavoratori, poiché li rende “soggetti senza
identità e coscienza di classe al traino della categoria della quantità. Il dipendente,
oggetto di una perenne valutazione durante la sua vita lavorativa, è
continuamente oggetto di ricatto. Se non soddisfa gli obiettivi può essere
defenestrato. Le sue relazioni sono rese tossiche dal timore di essere
soverchiato da un suo pari. Il timore della prestazione entra nella vita
privata. Si è sotto assedio, il paradigma della valutazione si fa gradualmente
più stringente ed entra nella psiche. Fino a plasmarla secondo la logica dei
numeri. E’ il pungolo nella carne che rende le relazioni lavorative e private
“asfissianti esperienze di competizione”:
“L’ideologia
di fondo – ci ritorneremo – è quella di una «economia cognitiva» in cui quanto
più l’impresa investe sul «capitale umano», tanto più gli Stati possono
sviluppare la ricchezza nazionale grazie all’«innovazione» e l’individuo può
ampliare il suo «patrimonio di competenze»
(skill
set) per diventare più «competitivo» sul mercato del lavoro. La perdita dei
confini «tradizionali» che regolavano il mercato del lavoro fa sì che questo
periodo somigli molto al
capitalismo
industriale delle origini. Tuttavia, dal punto di vista della valutazione,
avviene piuttosto il contrario: da una svalutazione della forza lavoro, si è
passati all’onnipresenza della valutazione, che così diventa lo «strumento»
della deregolamentazione. Si valuta principalmente nel contesto lavorativo
perché adesso valutare non significa più garantire la stabilità
socio-professionale dell’individuo: non si tratta più di stabilizzare, ma di
destabilizzare; non più di proteggere, ma di sottomettere. Come scrive il
giurista Alain Supiot, «questi sviluppi sono gravidi di nuove forme di alienazione».
In nome della riaffermata libertà del lavoro, l’alienazione assume altre forme:
«Il lavoratore moderno poteva accontentarsi di obbedire agli ordini e poi fare
i comodi suoi. Era trattato come una macchina, ma non come un computer
programmabile, da cui ci si aspetta che reagisca istantaneamente a una pioggia
di segnali per raggiungere obiettivi spesso non realizzabili e sconnessi dalle
realtà del suo lavoro. È questo che d’ora in poi gli viene richiesto, al costo
di un’espropriazione di sé che non ha precedenti nel modello industriale e che
minaccia la sua sanità mentale, spiegando il nuovo fenomeno delle epidemie di
suicidi sul posto di lavoro»[5]”
A scuola come sul lavoro è la logica delle competenze
a guidare la vita degli oppressi. A scuola i docenti incitano alle competenze
imprenditoriali. Il valore dell’alunno non è dato dai contenuti né dalle
qualità etiche (empatia, solidarietà, passione disinteressata per le
discipline), ma dalla capacità di diventare “imprenditore di sé” e di “saper vendere
le competenze acquisite”. Si allevano barracuda e galli da combattimento che
saranno ottimizzati sul lavoro dai manager delle risorse umane. Gli studenti
sono incoraggiati a intraprendere le carriere più lucrose, per cui in massa si
orientano verso le facoltà da cui si attende “denaro e vittoria”. L’indole
personale è rimossa e combattuta, mentre si sceglie la sicurezza della quantità
si aprono conflitti interiori che aprono a depressioni. Il clima di tensione
produce violenze che il capitalismo con
i suoi media imputa al soggetto, in tal modo si protegge il sistema che macina
le individualità con l’arma della valutazione. Si pensa in modo gerarchico,
poiché la valutazione per numeri è un’immensa gerarchia instabile. Si lotta per
salire e mentre si scalano posizioni si
è sempre più soli ed anonimi:
“In
primo luogo a scuola» dove in tutto il mondo gli insegnanti vengono
incoraggiati a passare da una logica di «trasmissione dei saperi» a una di
«formazione delle competenze», aderendo all’idea che formare significa
«valorizzare il capitale umano» conformandolo alle esigenze occupazionali e che
valutare significa valutare le competenze sempre dal punto di vista
occupazionale. Il
valore
(ciò che viene valutato) tende allora a essere definito dal mercato del lavoro.
In secondo luogo nell’impresa, dove formare non significa altro che
«ottimizzare» le «risorse umane». Per chi
si
occupa di «management delle risorse umane», la competitività delle imprese
dipende dalla «somma delle competenze» dei dipendenti, e in particolare dal
loro «saper-essere» (distinto dal saper-fare): sviluppare queste competenze e
monitorarne lo sviluppo mediante la valutazione diventa così una questione
strategica[6]”.
La formazione non è più finalizzata a formare il
cittadino solidale, ma è centrata sull’individuo astratto che deve corazzarsi
contro i pari. Con la valutazione e con la
valorizzazione del capitale umano la normalità della guerra entra nella
vita psichica e nella vita istituzionale. A scuola, sul lavoro e in famiglia si
è in guerra, dietro il paravento dell’inclusione vi è lo sbattere di sciabole
ammantato dalle parole della propaganda:
“Il
modo stesso di concepire la formazione è cambiato profondamente: invece di
pensarla come un atto collettivo (la collettività trasmette conoscenze, educa e
forma al mestiere), la si concepisce ora come un atto individualistico di
«investimento su di sé», ovvero sulle proprie «competenze», che sono gli
elementi costitutivi del «capitale umano». Elaborata dagli economisti del
dopoguerra (in particolare da Gary Becker), la nozione di capitale «umano»,
«cognitivo» o «immateriale», a seconda delle denominazioni, fa della
conoscenza, della ricerca e della trasmissione del sapere, nonché delle qualità
morali (!), una fonte preziosa dì investimento e quindi di profitto sia per gli
individui che per le imprese e gli Stati[7]”.
La rete della valutazione e della quantificazione ha i
suoi comitati di esperti. La tecnocrazia produce “griglie” con cui osservare,
sorvegliare e quantificare i gesti, le azioni, i tempi di produzione e i
risultati dei sorvegliati. La società per competenze misura continuamente i
suoi sudditi. La quantificazione misura, ma non comprende la condizione
materiale in cui si dibatte il sorvegliato. La quantificazione è sempre
astratta, pertanto il soggetto quantificato è svuotato della sua umanità
materiale e relazione per essere solo un esecutore si prestazioni. L’imperativo
della valutazione giudica in astratto
prescindendo dalle condizioni materiali in cui opera il valutato, il quale non
è più persona con la sua storia e con le sue qualità, ma è solo “un fascio di competenze”::
“Di
qui le griglie di valutazione prestabilite. Di qui la moltiplicazione degli
esperti di valutazione e delle società di consulenza che si offrono di
assistere i vari attori sociali nelle loro valutazioni. Di qui l’imperativo
stesso di valutare, basato sull’idea che gli interessi siano in concorrenza tra
loro, e che in questo gioco competitivo la valutazione sia determinante. Le
valutazioni delle prestazioni scolastiche, delle istituzioni sanitarie, delle
competenze sul mercato del lavoro, ecc. mirano tutte
all’instaurazione
di una concorrenza generalizzata. Una concorrenza che però è lasciata al «libero
gioco» dei concorrenti solo nella misura in cui la partecipazione di ciascuno
implica una valutazione della propria competitività nella società concepita
come (e che effettivamente diventa) un unico grande mercato[8]
La mistica della valutazione è il paravento ideologico
con cui i lavoratori, gli studenti e i cittadini imparano la servitù silenziosa
e fatale, in tal modo la “coscienza di classe” è seppellita nel rumore dei
numeri e nella lotta orizzontale tra gli sconfitti del sistema. Non è
contemplata l’alternativa, non è sognata e non è auspicata, di conseguenza
l’orizzonte del futuro si chiude sull’eterno presente:
“Per
quanto possa sembrare paradossale, l’oggettività intesa come soppressione di
ogni punto di vista è un’illusione. Peraltro, le scienze sociali lo hanno
riconosciuto fin dalla loro nascita, e non hanno mai preteso di conformarsi
alla stessa razionalità delle scienze della natura. Alla fine del XIX secolo,
il filosofo tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911) ha formalizzato la differenza
dicendo
che
mentre la razionalità delle scienze della natura è dimostrativa quella delle
scienze sociali è interpretativa. La dimostrazione, concatenando logicamente
principi e conseguenze, fonda una verità unica e incontestabile: se è
contestata, viene meno come verità. L’interpretazione non
fonda
una verità simile, perché dello stesso fenomeno, dello stesso discorso e
perfino di una stessa misura possono essere date molte interpretazioni: il
«rigore» di un’interpretazione attiene al fatto che questa non pretende di
essere del tutto oggettiva, ma lascia spazio ad altre interpretazioni. In
compenso, è portatrice dì senso, è qualitativa[9]”.
La sorveglianza e la mutazione in numero delle vite
hanno avuto inizio nell’Ottocento. Le indagini sulla popolazione e sulle
malattie con la Prima Rivoluzione industriale erano finalizzate alla
produttività”. Il dispositivo di sorveglianza e controllo con lo sviluppo delle
tecnologie è divenuto capillare e infiltrante. Il totalitarismo della
quantificazione con il dominio tecnocratico si è installato nella psiche dei
dominati e questi ultimi il veicolo di
diffusione dell’infezione della “meritocrazia”:
“All’inizio
dell’Ottocento vengono messe in atto delle politiche di prevenzione e controllo
delle epidemie. Al fine di agire con «efficacia» (prevenzione, misure di
igiene, ecc.), la professione medica converge gradualmente su una visione della
malattia come un tutto di natura sociale, la cui
diffusione
trova spiegazione in un insieme di «leggi». Allontanandosi dal proprio modello
originale, inizia a partecipare a indagini sui gruppi sociali più esposti a
malattie, povertà, alcolismo, prostituzione, delinquenza ecc. Queste indagini
sostengono di essere motivate da un obiettivo «naturale» di miglioramento delle
condizioni di vita e di igiene di quei gruppi: in realtà sono espressione di un
potere (emergente) di normalizzazione cui la medicina concorre attraverso la
diagnosi delle popolazioni «anormali», permettendo così di giustificare le
ingerenze su condizioni e modalità di vita[10]”.
La valutazione per competenze è utilizzata nelle
scuole ed addestra al semplicismo cognitivo. Ancora una volta la cultura
dell’astratto è in azione. Si valutano le competenze secondo griglie e
parametri definiti rigidamente “a priori”. Il docente è solo il somministratore
di valutazioni che devono ignorare il filtro della ragione che ha il compito di
riportare la parte al tutto, in tal modo sugli alunni sono presenze mute e sono spogliate delle loro
qualità, in tal modo cade la mannaia
astratta delle griglie di valutazione sui dominati:
“Mi
si permetta di fare un esempio riferito alla valutazione scolastica, ambito che
conosco per esperienza diretta. Contro la valutazione basata sui voti, la
cosiddetta «valutazione basata sulle competenze» sostiene di aver arricchito e
affinato il sistema valutativo grazie alla sua
capacità
di tener conto della molteplicità di dimensioni presenti nell’apprendimento
(includendo dunque tutte le situazioni possibili). Ma in realtà fa esattamente
l’opposto, perché non consente – a differenza del voto, più riduttivo, certo,
ma più «flessibile» – un’interpretazione e un
distanziamento
a seconda della situazione, cioè una «doppia lettura». Se per esempio non
sapete suscitare entusiasmo (competenza «attesa» in un insegnante, che
magari si cercherà di valutare proprio in base a questo criterio), la lettura è
semplice: non vi meritate di insegnare. Ora, a che serve questa valutazione in
astratto? E poi, non si può in certi casi (non tutti) imparare anche quando ci
si annoia? Inoltre, esiste davvero in astratto qualcosa come una
«capacità-di-suscitare-entusiasmo?», o non è piuttosto qualcosa che dipende
dalla situazione, dall’uditorio, da ciò
che
viene trasmesso? Per non parlare di quegli insegnanti che sono così innamorati
della propria materia che è il loro stesso desiderio a trasmettere il desiderio
negli altri: il tipo di valutazione in esame non tiene affatto conto della
singolarità di questi insegnanti-passatori. E così via[11]”.
Lavoratori e studenti sono lasciati soli dinanzi
all’oppressione della valutazione. Il male di vivere, le depressioni fino ai
suicidi di lavoratori e studenti nascondono spesso solitudine e senso di inadeguatezza
dinanzi alla competizione e alla valutazione continua delle prestazioni. Per poter valutare “secondo criteri” sempre
più oggettivi e credibili il potere economico con i suoi comitati di esperti ha
intrapreso una autentica guerra alle individualità disorganiche al sistema.
Molti dei programmi speciali che si applicano nelle scuole sono “misurazioni”
dell’alunno, e già preparano, malgrado l’ideologia dell’inclusione, la loro
marginalità lavorativa. Disposizioni e
capacità non quantificabili e difformi rispetto “agli obiettivi produttivi”
sono rimosse, combattute e vinte. Alunni con una accesa sensibilità e dotati di
intelligenza speculativa subiscono la pressione sociale che li dissuade da se
stessi. Un ragazzo con disabilità è incluso se riproduce atteggiamenti e
comportamenti dei “normali”. Si esaltano solo le soggettività predisposte al
fare, fin quando sono utili. Il disgusto per la vita che gradualmente penetra
nel quotidiano di tanti si converte in sofferenza e in patologia psichiatrica
fino al gesto estremo. La solitudine è la tragica normalità del totalitarismo
della valutazione. Si produce una popolazione di disabili, poiché nessuno
resta, sempre, perfettamente all’altezza delle richieste sempre più
irraggiungibili del sistema. La solitudine è acuita dal silenzio complice della
politica e delle Accademie che accettano tale logica selettiva ed esclusiva.
Rompere il muro del silenzio è il primo passo per uscire da tale soffocante
logica che come un cappio al collo stringe il condannato fino ad ucciderne le
energie creative. Il totalitarismo della valutazione impoverisce il sistema,
perché brucia le passioni e i talenti che seminano l’emancipazione e il
pensiero divergente. Alla fine la comunità è desertificata, ed è sempre più
simile ad un deserto senza oasi e senza futuro.
[1]Angélique
del Rey, La tirannia della valutazione, elèuthera 2018, Paragrafo Sentirsi «a
casa» nel mondo
[2]Ibidem,
Paragrafo La fine del paradigma
[3]Ibidem,
Introduzione Comprendere la «follia valutativa»
[4]
Ibidem, La valutazione manageriale, o come destabilizzare il lavoratore
[5]Ibidem
[6]Ibidem,
Una caricatura di meritocrazia
[7]Ibidem
[8]Ibidem,
Verso la valutazione manageriale
[9]Ibidem,
Dietro l’«oggettività» delle statistiche:
un’interpretazione
[10]Ibidem,
l modello dell’uomo normale
[11]Ibidem, Una doppia valutazione