Di Antonio Martone
I
Nel panorama della riflessione filosofica contemporanea sul Novecento, Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica di Roberto Esposito occupa un posto singolare. Non perché proponga una nuova ricostruzione del fascismo storico – terreno sul quale la storiografia ha ormai prodotto risultati di straordinaria ampiezza e precisione –, ma perché sposta il problema su un piano diverso. La domanda che attraversa il libro non riguarda soltanto ciò che il fascismo è stato, bensì ciò che continua a essere come possibilità inscritta nella modernità politica. È precisamente questo slittamento di prospettiva a conferire al volume il suo carattere filosofico. Esposito non invita a dimenticare la storia; al contrario, muove dalla convinzione che proprio l’accumulo delle conoscenze storiche renda oggi possibile un diverso livello d’interrogazione, volto a cogliere il significato concettuale del fenomeno fascista.
Sin dalle pagine introduttive l’autore insiste,
infatti, sulla necessità di ricomporre una frattura che negli ultimi decenni si
è progressivamente approfondita. Da un lato, una storiografia sempre più
analitica, capace di illuminare eventi, protagonisti e contesti con un grado di
dettaglio prima impensabile; dall’altro, una filosofia che, salvo poche
eccezioni, ha finito per rinunciare a confrontarsi con il fascismo come
problema teoretico. Il risultato, osserva Esposito, è un duplice impoverimento.
Se una filosofia priva di fondamento storico scivola inevitabilmente
nell’astrazione, una storia incapace di interrogare i propri presupposti
concettuali rischia di arrestarsi alla descrizione dei fatti senza coglierne il
significato più profondo. È nello spazio di tensione tra queste due esigenze
che si colloca il libro, il quale rivendica la necessità di un’indagine capace
di integrare storia e filosofia senza confonderne i rispettivi linguaggi.
Questa scelta metodologica comporta un primo
rovesciamento. Il fascismo non viene assunto come un oggetto da classificare
all’interno della storia politica del Novecento ma come un evento dotato di una
propria densità filosofica. A questo proposito, Esposito recupera la nozione di
“transpolitico”: vi sono fenomeni storici – il fascismo, il
comunismo, il liberalismo, ma anche la tecnica o la globalizzazione – che non
possono essere compresi esclusivamente mediante le categorie della scienza
politica, poiché incorporano una determinata antropologia, un’immagine
dell’uomo, una concezione della comunità e del potere. In questo senso essi
sono produttori di mondo prima ancora che semplici regimi politici. Ridurre il
fascismo alla cronaca del Ventennio significherebbe allora smarrire proprio ciò
che lo rende filosoficamente decisivo: la sua capacità di modificare il modo
stesso in cui una società pensa sé stessa.
Da qui deriva uno degli aspetti più originali
dell’opera: l’adozione di un metodo che Esposito definisce paradigmatico. Esso
costituisce un dispositivo interpretativo capace di mettere in relazione
fenomeni eterogenei senza annullarne le differenze. Ciò implica una vera e
propria inversione dello sguardo. Non è soltanto il passato a spiegare il
presente; accade anche il contrario. Vi sono eventi che, proprio in virtù della
loro forza dirompente, retroagiscono sul passato, ridefinendone il significato.
Così il fascismo non appare semplicemente come l’esito di processi precedenti
ma come il punto dal quale diventa possibile rileggere aspetti del Risorgimento,
dello Stato liberale, della costruzione nazionale e, più in generale,
dell’intera vicenda della modernità europea. Da questo punto di vista, l’origine
non è ciò che resta definitivamente alle nostre spalle, ma piuttosto ciò che continua
ad abitare il presente come una possibile soglia critica.
Tale modalità di sguardo modifica anche il rapporto
tra fascismo e nazismo. Esposito non ignora le profonde differenze storiche che
separano i due regimi, né intende appiattirle in un’indistinta categoria di
“totalitarismo”. Tuttavia sostiene che, sul piano paradigmatico, essi
appartengono allo stesso orizzonte d’intelligibilità. Il nazismo rappresenta la
radicalizzazione estrema di un impulso già presente nel fascismo italiano e,
proprio per questo, contribuisce a illuminarne la logica più profonda. Non si
tratta di una prossimità cronologica ma di una continuità concettuale: è
l’estremo che rende visibile ciò che nel caso intermedio rimane ancora in parte
implicito. In questa chiave, la catastrofe del Terzo Reich si riflette anche sull’esito ultimo inscritto nella
dinamica fascista.
Quest’impostazione consente di comprendere il concetto
che dà il titolo al primo capitolo del volume: la «macchina metafisica del
fascismo». Parlare di macchina significa prendere le distanze sia dall’idea del
fascismo come semplice ideologia, sia da quella che lo riduce a un insieme di
istituzioni. Una macchina non si limita a riprodurre un ordine già dato; genera
continuamente le condizioni della propria esistenza. Produce linguaggi, plasma
immaginari, organizza desideri, ridefinisce le categorie attraverso cui gli
individui interpretano il mondo. La sua forza non consiste tanto nella coerenza
dottrinale quanto nella capacità di incorporare elementi eterogenei,
ricomponendo continuamente opposizioni che, in un diverso contesto,
apparirebbero inconciliabili.
È qui che il libro raggiunge uno dei suoi esiti
teorici più convincenti. Il fascismo non viene descritto come una dottrina
rigidamente strutturata ma come una forma di organizzazione del reale capace di
trasformare ogni antitesi in fattore di rafforzamento. Mito e tecnica,
rivoluzione e conservazione, tradizione e modernizzazione, nazionalismo e
mobilitazione di massa cessano di rappresentare alternative reciprocamente esclusive
e diventano componenti di una medesima logica politica. La macchina fascista
vive precisamente di quest’oscillazione continua: non elimina i contrari, li
assorbe, li neutralizza come opposizioni e li restituisce come elementi
funzionali alla propria espansione. È questa plasticità, più ancora dei singoli
contenuti ideologici, a spiegare la straordinaria capacità del fascismo di
adattarsi alle circostanze storiche senza rinunciare alla propria identità
profonda.
Dietro questa analisi si intravede una tesi ancora più
radicale. Le idee politiche, sembra suggerire Esposito, non descrivono
semplicemente la realtà ma la producono. Riprendendo implicitamente una linea
di riflessione che da Hegel giunge fino alla filosofia del Novecento, il libro
insiste sul carattere performativo del lessico filosofico. Alcune
configurazioni del pensiero possiedono la capacità di trasformarsi in forza
storica, di modellare istituzioni, comportamenti e forme di vita. È per questa
ragione che il fascismo non può essere liquidato come una parentesi irrazionale
della storia europea. Molto diversamente, esso rappresenta una determinata
organizzazione del senso, una forma di produzione della realtà politica, e
proprio per questo continua a costituire un problema filosofico ben oltre la
fine del regime.
È a questo punto che anche il titolo del volume
acquista il suo significato più autentico. Quel «noi» non indica semplicemente
la comunità dei posteri chiamati a ricordare il fascismo. Designa piuttosto il
luogo in cui le sue condizioni di possibilità continuano a operare. Più
sottilmente, egli invita a riconoscere che le strutture profonde attraverso cui
il fascismo ha organizzato il rapporto tra individuo, comunità e politica non
appartengono esclusivamente al passato. Comprendere il fascismo significa
allora sottrarlo tanto alla nostalgia quanto all’esorcismo, riconoscendo in
esso non soltanto un evento concluso, ma una domanda ancora aperta sulla natura
della modernità politica.
II
Se la prima parte del volume definisce la struttura
della macchina metafisica del fascismo, la seconda ne segue il movimento
all’interno della filosofia, dell’antropologia e della psicologia politica. Il
fascismo cessa definitivamente di essere interpretato come un sistema di idee
confinato alla storia del Novecento e diventa una modalità di organizzazione
della soggettività. La questione decisiva non riguarda più soltanto le
istituzioni che lo hanno reso possibile, ma il modo in cui esso si è radicato
nelle forme del desiderio, della comunità e dell’obbedienza.
In questo percorso occupa una posizione centrale il
confronto con Giovanni Gentile. L’attualismo non viene letto come una semplice
giustificazione ideologica del fascismo ma come il luogo nel quale alcune delle
sue categorie trovano la formulazione teoricamente più rigorosa.
L’identificazione dell’essere con l’atto, della teoria con la prassi,
dell’individuo con lo Stato produce infatti un movimento continuo di
riassorbimento dell’alterità. Non esiste più uno spazio esterno dal quale
esercitare la critica, perché ogni opposizione viene ricondotta all’interno
dell’atto che continuamente la supera e la incorpora.
È precisamente questa soppressione dell’esteriorità a
costituire uno dei tratti distintivi della politica fascista. Lo Stato appare qui
come il luogo nel quale la soggettività raggiunge la propria piena
realizzazione. La libertà non precede il potere: coincide con esso. L’autorità
non rappresenta il limite dell’autonomia individuale, bensì la forma attraverso
la quale essa si compie. La celebre formula gentiliana dello Stato in
interiore homine smette così di essere una metafora spiritualistica e
diventa la descrizione di un dispositivo politico che tende a eliminare ogni
distanza tra individuo e potere.
L’interesse di Esposito, tuttavia, non consiste nel
ricostruire una genealogia intellettuale del fascismo. Ciò che lo interessa è
mostrare come una determinata concezione della soggettività renda possibile una
specifica organizzazione della politica. È questo il motivo per cui il
confronto con Gentile conduce naturalmente alla questione antropologica, vero
centro di gravità del libro.
È in queste pagine che Il fascismo e noi prende
congedo dalle interpretazioni tradizionali del fascismo come fenomeno
prevalentemente ideologico. La domanda non è più come Mussolini o Hitler siano
riusciti a convincere milioni di persone. La domanda diventa, piuttosto, perché
milioni di persone abbiano desiderato essere convinte. Lo spostamento può
sembrare minimo; in realtà, modifica radicalmente il terreno dell’analisi.
Attraverso Freud, Reich e Fromm, Esposito recupera una
tradizione della teoria critica che aveva tentato di spiegare il consenso
fascista non nei termini della manipolazione, ma in quelli dell’investimento
libidico. Il fascismo non conquista le masse esclusivamente perché controlla
gli apparati dello Stato o gli strumenti della propaganda. Prima ancora di persuadere,
mobilita desideri. Produce identificazioni, promette appartenenza, trasforma la
subordinazione in esperienza emotivamente gratificante. Il potere non si limita
a disciplinare i corpi ma, anzitutto, li seduce.
In questo senso il fascismo non reprime semplicemente
la vita pulsionale. La organizza. La orienta. La rende produttiva. La
sottomissione al capo viene compensata dalla possibilità di esercitare il
dominio su chi occupa una posizione inferiore nella gerarchia sociale.
L’obbedienza genera una catena di identificazioni e di violenze nella quale
ciascuno trova un risarcimento simbolico alla propria subordinazione. È questa
grammatica sadomasochistica del potere, osserva Esposito, a costituire uno
degli aspetti meno elaborati dalla riflessione politica contemporanea. Ed è
proprio qui che risiede il limite di ogni interpretazione puramente
istituzionale del fascismo.
L’aspetto forse più perturbante del libro consiste
però nell’insistenza sul fatto che questa macchina pulsionale non appartiene
esclusivamente al passato. Le pulsioni che il fascismo ha mobilitato non
possono essere semplicemente espulse dalla storia insieme ai regimi che le
hanno utilizzate. Esse continuano ad attraversare le società contemporanee perché
appartengono alla costituzione stessa della soggettività moderna. È per questa
ragione che Esposito può affermare, riprendendo implicitamente Foucault, che il
fascismo non costituisce soltanto un fenomeno storico, ma anche una possibilità
sempre inscritta nei nostri modi di desiderare, obbedire e appartenere.
Combatterlo significa dunque misurarsi con qualcosa che non è mai completamente
esterno a noi.
Da questa prospettiva acquista un significato
particolare il dialogo con Pasolini. Quando quest’ultimo polemizza contro
quello che definisce l’«antifascismo archeologico», non invita affatto ad
abbandonare l’antifascismo. Denuncia piuttosto l’illusione che il fascismo
possa essere definitivamente neutralizzato relegandolo nel museo delle
ideologie sconfitte. Un antifascismo ridotto a commemorazione rischia infatti
di non vedere le trasformazioni attraverso cui i dispositivi del dominio
continuano a operare. Esposito riprende questa intuizione e la radicalizza: il
problema non consiste semplicemente nel riconoscere il ritorno di simboli o
parole d’ordine fasciste, ma nell’individuare le forme attraverso cui
determinate strutture del desiderio e dell’immaginario politico si riproducono
in contesti storici profondamente mutati.
Anche per questo il libro dedica pagine
particolarmente suggestive a Salò e alle Benevole di Jonathan
Littell. Non si tratta di semplici esempi letterari. Entrambe le opere vengono
lette come tentativi di penetrare il punto cieco della razionalità politica, là
dove il fascismo rivela la propria natura più profonda. Pasolini coglie il
carattere anarchico dell’ordine fascista, la sua capacità di fondarsi
sull’anti-legge, di trasformare la violenza in principio costitutivo
dell’ordine stesso. Littell, dal canto suo, porta il lettore all’interno della
voce del carnefice, assumendo il rischio estremo di mostrare come la
distruzione dell’altro coincida progressivamente con una distruzione di sé. Il
fascismo, suggerisce Esposito seguendo Deleuze e Guattari, non s’iscrive semplicemente
nella linea del potere ma intraprende un percorso di morte. La sua pulsione
fondamentale tende a una dinamica autodistruttiva che culmina nel suicidio
politico della Germania hitleriana. È questo intreccio di omicidio e suicidio,
di volontà di vita e pulsione di morte, a costituire il nucleo più oscuro della
macchina fascista.
III
Il merito maggiore di Il fascismo e noi
consiste nell’aver riportato il fascismo all’interno di una riflessione
complessiva sulla modernità. Esposito non propone una teoria generale del
totalitarismo, né una nuova periodizzazione del Novecento. Piuttosto, invita a
considerare il fascismo come una possibilità costitutiva della politica
moderna, destinata a riemergere ogni volta che il bisogno di sicurezza si trasforma
in desiderio di obbedienza, che la comunità si chiude in un’identità esclusiva,
che il conflitto viene neutralizzato attraverso l’identificazione con un potere
capace di assorbire ogni differenza.
Per questa ragione il «noi» del titolo non possiede
alcun valore moralistico. Non designa una colpa collettiva né una
responsabilità indistinta. Indica piuttosto il luogo nel quale continua a
giocarsi il rapporto tra libertà e appartenenza, tra desiderio e potere, tra
autonomia e conformismo. Il fascismo, sembra dirci Esposito, non sopravvive
perché le sue idee ritornano identiche a sé stesse ma perché persistono le
condizioni antropologiche che possono renderle nuovamente persuasive.
La conclusione del libro è tanto semplice quanto esigente. Combattere il fascismo non significa soltanto confutarne le tesi o opporsi alle sue manifestazioni più esplicite. Significa comprendere il funzionamento della macchina che lo rende possibile. È per questo che l’ultima indicazione di Esposito assume il valore di un programma filosofico oltre che politico: il fascismo non si supera limitandosi a negarlo. Occorre smontarne pazientemente i dispositivi, riconoscendone la presenza ogni volta che la promessa dell’ordine si traduce nella rinuncia alla libertà. Solo così quel «noi» smette di essere il nome di una semplice appartenenza storica e diventa il luogo di una responsabilità critica nei confronti del presente.