Il
distruttivo attacco aereo condotto contro l’Iran alle prime luci dell’alba di
stamattina da Israele e USA rientra pienamente nel modus operandi di
questi due stati canaglia: è stato proditorio (visto che erano ancora in
corso i negoziati con Teheran, destinataria peraltro di un irricevibile diktat),
terroristico poiché mirante in primo luogo all’assassinio di leader
civili e militari all’interno di una città densamente abitata, accompagnato e
seguito da excusationes non petitae che rivelano soltanto l’arroganza e
il suprematismo razzista di cui sono imbevuti i suoi autori.
Neppure
meraviglia il fatto che le nostre veline di regime, quelle che spudoratamente
si autodefiniscono media indipendenti, parteggino senza nasconderlo per gli
aggressori “preventivi”: questo atteggiamento ormai consolidato dice tutto
sullo stato della democrazia in Italia e in quell’Europa che qualche farabutto
descrive come “un giardino in mezzo alla giungla” ripescando dalla sentina
della Storia le gerarchie razziali tanto care ad Adolf Hitler. I prezzolati,
d’altra parte, fanno il loro mestiere, che consiste nel “nobilitare” le mosse
dei committenti e nel disinformare l’opinione pubblica ubriacandola di propaganda:
anche sotto questo profilo nihil sub sole novi.
Però
il regime degli ayatollah si meritava questo trattamento, opinerà convinto il
benpensante di turno, dal momento che opprime i suoi cittadini e ne mena
strage. Potremmo rispondere a costui che forse le sue informazioni sono
incomplete o distorte e che le proteste popolari di fine 2025, in origine
genuine e motivate dal carovita, sono state infiltrate da agenti stranieri
interessati a trasformarle in una rivoluzione colorata modello Maidan, ma non è
questo il punto: la pretesa che ci sia un nesso di causa-effetto fra i moti di
dicembre e il bombardamento odierno certifica solo l’ingenuità di chi la
formula, accreditando a Stati Uniti e Israele un senso morale clamorosamente
smentito dai comportamenti passati e presenti, tra i quali annoveriamo un
genocidio in atto sotto gli occhi dell’umanità intera. Peraltro, se anche gli
attaccanti fossero mossi dalle “migliori intenzioni” (un’ipotesi per assurdo,
allo stato dei fatti), il loro agire contravverrebbe comunque platealmente al
diritto internazionale – quello che secondo il personale di servizio “vale fino
a un certo punto” – giacché non risulta che l’ONU abbia dato il via libera a un
intervento punitivo.
Mi
piacciono dunque le teocrazie? Domanda stupida e fuori tema: i giudizi di
valore non spiegano né tantomeno legittimano quanto sta avvenendo, anche se chi
ad essi si aggrappa – i banditi Trump e Netanyahu, il politicume nostrano e la
stampa arruolata – è meritevole di biasimo e disprezzo.
La
nudità del re e i suoi reali obiettivi sono agevolmente riconoscibili: lo stato
sionista vuole conservare e rafforzare la propria impunità eliminando l’unico
competitore non corruttibile rimasto nella regione (la cui principale colpa è
quella di non essersi “fatto l’atomica”), gli americani intendono sabotare lo
sforzo russo-cinese di trasformare i BRICS, ad oggi poco più di un partenariato
di cui l’Iran è membro, in una credibile alternativa al predominio globale
statunitense. Colpendo la Repubblica Islamica e costringendola a reagire obtorto
collo anche nei confronti di altri paesi del Golfo – con cui era iniziato
negli ultimi tempi un processo di distensione, ma che ospitano basi USA – i
gangster di Washington puntano a prevenire la formazione di un’alleanza rivale,
a creare il caos nel continente che ospita la Cina e mezza Russia nonché ad
isolare definitivamente la prima, negandole l’accesso a imprescindibili risorse
energetiche e circondandola con un cordone sanitario di stati ad essa ostili. Lo
scopo è insomma quello di ripiombare l’ex Celeste Impero nell’assai poco
splendido isolamento cui si autocondannarono nel XV secolo i sovrani Ming,
primi responsabili assieme ai successori manciù di un’involuzione da cui
trassero profitto nell’Ottocento le rapaci potenze europee.
Le variabili sono rappresentate dalla capacità non scontata dell’Iran di contrattaccare con decisione ed efficacia, infliggendo ai nemici danni poco sostenibili dal punto di vista militare, economico e dell’immagine, e, come detto, dalla determinazione che Cina e Russia esibiranno nel difendere un alleato chiave o – se vogliamo essere cinici – una pedina fondamentale alla ripresa del grande gioco. Come ha chiarito Alessandro Orsini, se l’Iran vuole sopravvivere come stato sovrano deve giocarsi stavolta il tutto per tutto, rischiando anche una disfatta che in caso di remissività lo travolgerebbe ugualmente (checché ne pensino i borghesucci che, a detta di Repubblica, manifestano a Teheran a favore delle bombe americane: dementi o traditori, tertium non datur, visto che le esperienze libiche e irachene sono ammonitrici); quanto alle due potenze amiche esse devono garantire a Teheran un’assistenza paragonabile a quella che la NATO ha fornito all’Ucraina, consentendole di prolungare una guerra che proprio i suoi sponsor hanno propiziato. In questa vicenda l’etica ha un ruolo men che marginale: la questione riguarda la geopolitica e i futuri assetti globali, non solamente regionali. Nel quadro che si va delineando un regime change a Teheran imposto dall’esterno precipiterebbe il paese nell’anarchia, ma gli americani – cui dei “danni collaterali” causati dalle loro imprese belliche importa meno di nulla – si assicurerebbero qualche decennio aggiuntivo di violenta supremazia. Una sconfitta (cioè una mancata vittoria) dell’asse del male sionistatunitense sarebbe perciò un’eccellente e auspicabile notizia per i fautori di un multipolarismo che possa tenere a bada la bellicosa tracotanza occidentale nonché per noi europei che, casomai Washington uscisse indebolita e umiliata dall’attuale confronto, potremmo finalmente coltivare la speranza di scuoterci di dosso un giogo imposto al continente ottant’anni fa e di dare il benservito ai Quisling che, parodiando la democrazia, amministrano i nostri paesi per conto terzi.
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