La testata online L’Interferenza intervista l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, Sua Eccellenza Mohammad Hossein Mokhtari, analizzando le conseguenze geopolitiche della nuova aggressione imperialista USA alla Repubblica Islamica dell’Iran ed entrando nel merito dei nuovi assetti strategici in Asia Occidentale.
- Dr. Mokhtari, ringraziandoLa in primo luogo
per la sua gentilezza e disponibilità, Le chiedo come i nuovi raid
statunitensi, contro l’Iran, potrebbero mutare gli assetti geopolitici in Asia
Occidentale? L’aggressione della “coalizione di Epstein” contro la Repubblica
islamica dell’Iran potrebbe sfociare in una “guerra lunga”, modificando la
struttura economica dei Paesi di quell’area geografica? Indubbiamente – Lei
converrà con noi – gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato tutta la loro
inaffidabilità, un Paese incapace d’attenersi al diritto internazionale.
Sebbene
gli attacchi militari statunitensi possano, nel breve periodo, incidere in una
certa misura sull’equilibrio militare, nel lungo periodo, una volta ripristinata
la stabilità, essi determineranno un ulteriore aumento della sfiducia dei
popoli della regione nei confronti della presenza militare americana. Attacchi
di questo genere possono inoltre spingere i Paesi della regione verso una
maggiore indipendenza, un cambiamento nelle relazioni con gli altri Paesi e la
formazione di assetti di sicurezza regionali senza l’appoggio delle potenze
extraregionali. Da questo punto di vista, una sicurezza duratura nella regione
dell’Asia occidentale non può essere realizzata attraverso bombardamenti,
minacce e pressioni militari, bensì attraverso il dialogo, il rispetto della
sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati e la creazione di un
sistema di sicurezza inclusivo, con la partecipazione dei Paesi della regione.
La
strategia degli Stati Uniti è la prosecuzione di una politica di vecchia data,
attraverso strumenti e modalità nuove. Nel corso dei decenni passati, oltre a
fornire un sostegno a tutto campo al regime sionista, gli Stati Uniti hanno
fatto ricorso a sanzioni economiche, pressioni politiche, presenza e interventi
militari per perseguire i propri obiettivi. Gli sviluppi recenti hanno inoltre
dimostrato l’esistenza, nella regione, di una forma di coordinamento e di
divisione dei compiti tra le azioni degli Stati Uniti e quelle del regime
sionista; non è pertanto possibile valutare le aggressioni del regime sionista
indipendentemente dal sostegno politico e militare fornito dagli Stati Uniti.
Quanto
alla possibilità che questa situazione conduca a una guerra prolungata, devo
dire che la Repubblica Islamica dell’Iran non è stata l’iniziatrice della
guerra e, fondamentalmente, non considera la guerra una soluzione alle
controversie. Tuttavia, l’esperienza degli anni passati ci ha insegnato che, di
fronte all’aggressione e alla minaccia, non è sufficiente affidarsi
esclusivamente a calcoli politici o alle promesse altrui.
Dal
punto di vista della Repubblica Islamica dell’Iran, la prosecuzione
dell’aggressione militare degli Stati Uniti e di Israele può trascinare la
regione in una guerra di logoramento e di lunga durata; una guerra i cui
effetti non rimarrebbero confinati al campo di battaglia e che potrebbe modificare
la configurazione economica e geopolitica dell’Asia occidentale.
L’esperienza
degli ultimi mesi ha dimostrato che la sicurezza energetica e il commercio
mondiale dipendono in larga misura dalla stabilità della regione. La
prosecuzione delle difficoltà al traffico attraverso lo Stretto di Hormuz può
influire sui prezzi dell’energia, sulle rotte dei trasporti, sugli investimenti
e sulle catene di approvvigionamento. Persino valutazioni economiche
indipendenti hanno messo in guardia dal fatto che il protrarsi dei problemi nello
Stretto di Hormuz potrebbe esercitare una pressione significativa sulla
crescita dell’economia mondiale.
Il
messaggio dell’Iran è chiaro: l’Asia occidentale non è più disposta a pagare il
prezzo delle avventure delle potenze straniere. Se l’aggressione continuerà, le
sue conseguenze non riguarderanno soltanto l’Iran, ma anche l’assetto di
sicurezza ed economico dell’intera regione e persino l’economia mondiale. La
sicurezza energetica e il commercio mondiale non possono essere garantiti
attraverso bombardamenti e occupazione; la via della stabilità passa attraverso
la fine dell’aggressione e il ritorno a un sistema di sicurezza regionale
fondato sull’indipendenza e sulla sovranità dei popoli della regione.
La
Repubblica Islamica dell’Iran è pronta a difendere la propria sovranità,
integrità territoriale e i propri interessi nazionali e, al tempo stesso, non
ha escluso la diplomazia quale strumento per la soluzione delle questioni. Come
abbiamo ripetutamente affermato, non cerchiamo la guerra, ma di fronte a una
guerra imposta e all’aggressione non resteremo passivi.
- Donald Trump millanta, senza uno straccio di documentazione
attendibile, il controllo dello Stretto di Hormuz, affermazioni prive d’un
reale riscontro. Lei crede che queste affermazioni campate per aria di Trump,
servano a mascherare il fallimento del governo statunitense dinanzi
l’elettorato MAGA sempre più insofferente allo strapotere delle lobby sioniste?
In
merito ad affermazioni di questo genere, occorre innanzitutto distinguere tra
realtà e analisi politica. La Repubblica Islamica dell’Iran giudica sulla base
dell’operato degli Stati, non sulla base di affermazioni infondate che possono
essere diffuse e rilanciate nello spazio mediatico.
La
Repubblica Islamica dell’Iran ritiene che l’affermazione secondo cui gli Stati
Uniti eserciterebbero un «controllo completo» sullo Stretto di Hormuz, più che
riflettere la complessa realtà sul terreno, possa essere considerata parte del
tentativo di Washington di mostrare un risultato strategico e di gestire i
costi politici della guerra all’interno degli Stati Uniti. Inoltre,
l’affermazione del regime statunitense relativa al controllo completo dello
Stretto di Hormuz è una menzogna evidente e la realtà sul terreno lo dimostra.
In
questo quadro, l’aumento della pressione dell’opinione pubblica sul governo
americano, soprattutto in vista delle elezioni di midterm, può
costituire un incentivo a enfatizzare i risultati militari e ad attribuire a
fattori esterni i problemi derivanti dalla guerra. Quanto al ruolo dei gruppi
di pressione e della «lobby sionista» nella politica americana, si tratta ancora
di una realtà innegabile.
La
Repubblica Islamica dell’Iran definisce la propria politica estera sulla base
degli interessi e della volontà del popolo iraniano e non permetterà a nessun
governo straniero di decidere sul destino politico del suo popolo.
- In Iran, dopo il fallimento dell’aggressione
imperialista statunitense ed israeliana, come sono mutati gli assetti politici
interni? La Rivoluzione islamica-sciita ha consolidato la propria natura
rivoluzionaria?
Vi
è una realtà della quale si può parlare con chiarezza: l’esperienza condivisa
del popolo iraniano nella difesa della sovranità e dell’integrità territoriale
del Paese di fronte all’aggressione straniera.
Nel
corso della recente aggressione, il popolo iraniano, al di là delle differenze
di opinioni e orientamenti politici, ha difeso il proprio Paese di fronte
all’aggressione straniera. Questa esperienza ha dimostrato che il calcolo del
nemico riguardo alla società iraniana non era accurato. La Repubblica Islamica
dell’Iran, come ogni Paese indipendente, può essere caratterizzata al proprio
interno da differenti orientamenti e da critiche diverse; tuttavia, ciò non
autorizza alcun governo straniero a ritenere di poter determinare, attraverso
pressioni, guerra o interventi stranieri, il corso degli sviluppi interni
dell’Iran.
Riteniamo
che la Repubblica Islamica dell’Iran affondi le proprie radici nella volontà e
nella scelta del popolo iraniano e che gli sviluppi regionali e le pressioni
esterne non porteranno a delegare ad attori stranieri il processo decisionale sul
futuro del Paese. L’esperienza della guerra imposta e gli sviluppi recenti
hanno inoltre dimostrato che la pressione esterna non è soltanto una via
inadeguata per imporre obiettivi politici, ma può anche rafforzare nella
società la sensibilità nei confronti dell’indipendenza e della sovranità
nazionale.
L’aggressione
straniera ha ulteriormente rafforzato la solidarietà nazionale e posto
maggiormente in evidenza il discorso dell’indipendenza, della sovranità
nazionale e della resistenza alle ingerenze straniere, rafforzando al contempo
l’indipendenza strategica dell’Iran e le sue capacità difensive. Ciò dimostra
inoltre che la natura della Rivoluzione islamica, vale a dire l’indipendenza
politica e il contrasto alla dominazione straniera, continua a costituire uno
degli elementi fondamentali dell’identità dell’ordinamento della Repubblica
Islamica.
- Lei crede che Israele, oramai una delle
potenze imperialiste più aggressive del pianeta, possa dare seguito alle
proprie minacce delinquenziali aggredendo la Turchia?
È
del tutto evidente che la principale fonte di instabilità e insicurezza nella
regione risiede nella prosecuzione delle politiche aggressive del regime
sionista e nel sostegno a tutto campo degli Stati Uniti a tale regime.
Purtroppo, negli ultimi anni abbiamo assistito all’espansione, da parte di
questo regime, della portata delle proprie azioni aggressive, senza riguardo
per le norme del diritto internazionale e per la sovranità degli Stati; il
sostegno politico e militare del regime terroristico degli Stati Uniti ha
inoltre, di fatto, incoraggiato ulteriormente questo regime a proseguire lungo
tale strada.
È
naturale che qualsiasi cambiamento negli equilibri regionali e qualsiasi
iniziativa suscettibile di incidere sulla sicurezza dei Paesi della regione
rivestano importanza per la Repubblica Islamica dell’Iran e siano attentamente
monitorati.
Riteniamo
che dal regime sionista non ci si possa aspettare nulla di imprevedibile.
Purtroppo, l’esperienza di diversi decenni ha dimostrato che questo regime non
rispetta nessuna delle regole e delle norme del diritto internazionale e che,
ovunque ritenga di poter contare sul sostegno degli Stati Uniti, non esita a
commettere crimini e aggressioni.
Pertanto,
ritenere che le aggressioni di questo regime rimarranno necessariamente
circoscritte a un determinato punto o a un determinato Paese non è compatibile con
la sua storia né con la realtà della regione. Riteniamo che, se non si porrà un
argine a questa tendenza, qualsiasi altro luogo della regione potrebbe essere
esposto alle azioni aggressive del regime sionista. Questa preoccupazione non è
una mera analisi teorica; il bilancio di diversi decenni di questo regime, dal
Libano alla Siria, dalla Palestina ad altre parti della regione, ha dimostrato
che l’aggressività è stata parte integrante del suo approccio.
Un
attacco diretto del regime sionista usurpatore contro la Turchia, in quanto
membro della NATO, potrebbe avere conseguenze di portata molto ampia e
imprevedibili per Israele e per l’intera regione.
Dal
punto di vista della Repubblica Islamica dell’Iran, il regime sionista
usurpatore oggi non è più semplicemente un attore militare nella regione; si è
trasformato in uno dei principali focolai di aggressione, occupazione e
destabilizzazione dell’Asia occidentale.
Il
messaggio della Repubblica Islamica dell’Iran è chiaro: è tramontata l’epoca
dell’imposizione della volontà attraverso minacce e bombardamenti ai popoli
della regione, e la sicurezza dell’Asia occidentale non può essere garantita
attraverso l’occupazione e l’aggressione. Il futuro della regione deve essere
determinato dai popoli della regione, non dalle potenze straniere.
- Le chiedo, in conclusione, una sua disamina
concernente la Convenzione di La Mecca. Turchia, Pakistan ed Arabia Saudita si
sono alleate militarmente, contro chi e per raggiungere quali obiettivi?
Per
quanto riguarda ciò che avete definito «Convenzione di La Mecca», l’espressione
più precisa sarebbe quella di accordo o patto di difesa tra Arabia Saudita e
Pakistan, nel cui quadro, nell’ambito degli assetti regionali, anche la Turchia
è stata presa in considerazione in relazione a tale intesa. La Repubblica
Islamica dell’Iran segue attentamente questi sviluppi, ma, come abbiamo già
dichiarato in precedenza, non abbiamo motivo di considerare tali assetti come
un’iniziativa rivolta contro l’Iran. Non abbiamo alcuna preclusione di
principio nei confronti di qualsiasi assetto di sicurezza regionale che
contribuisca a rafforzare la cooperazione tra i Paesi della regione e a ridurre
la dipendenza dalle potenze esterne alla regione. La politica di principio
della Repubblica Islamica dell’Iran è sempre stata che la sicurezza della
regione debba essere collettiva e fondata sulla cooperazione tra i Paesi della
regione, e non sulla presenza e sull’intervento delle potenze straniere. Al
tempo stesso, la Repubblica Islamica dell’Iran intrattiene profondi legami
storici, religiosi e civili con tutti e tre i Paesi e ritiene che vi sia un
potenziale molto maggiore per la cooperazione regionale tra i Paesi islamici e
i Paesi vicini.
Il
mondo islamico non dovrebbe trasformarsi in un terreno di contrapposizione tra
potenze regionali. La sicurezza dell’Asia occidentale non sarà garantita
attraverso la formazione di nuovi blocchi militari, bensì, indipendentemente
dalle potenze straniere, attraverso il rispetto reciproco tra i Paesi musulmani
e la creazione di un sistema di sicurezza inclusivo e regionale.
Intervista a cura di Stefano Zecchinelli