Che cosa fare coi gialloverdi?

Piaccia o non piaccia, il governo che sta per nascere rappresenta senz’altro un avanzamento nella dialettica politica del paese. Sconfitto rovinosamente il PD, messo all’angolo Berlusconi, il centro interpartitico che per anni (complice la benevolenza della Bce) ha ammorbato l’aria impedendo l’emergere dei veri problemi e dei conflitti decisivi è stato finalmente archiviato. Per la prima volta in tanti anni un governo si presenta come espressione diretta della rabbia sociale accumulata durante la lunga crisi, e si presenta con l’obiettivo esplicito di “dare”, ed in modi immediatamente tangibili, invece che con quello di “togliere”. Per la prima volta le tensioni maturate nel fondo della società italiana si danno una forma politica che potrebbe essere almeno parzialmente efficace: la forma può e deve preoccuparci, ma non possiamo ignorare il contenuto.
Si apre così una fase estremamente dinamica e interessante. Durante il percorso del governo qualcuno perderà definitivamente la faccia: o l’Unione europea, o la Lega, o il M5S, o chi li avrà contrastati in nome dell’europeismo. Oppure tutti quanti. Molti preconizzano un più o meno rapido fallimento della coalizione, un crollo a seguito di qualche mossa avventata, una repentina crisi dell’alleanza, un abbandono progressivo degli obiettivi più altisonanti. Può darsi. Ma la valutazione deve essere fatta tenendo presente quello che è, contemporaneamente, l’elemento di forza ed il vincolo del governo: ossia il fatto che la convergenza dei due vincitori del 4 marzo realizza per la prima volta quel fronte sociale tra tutti, o quasi, gli umiliati ed offesi dalla globalizzazione e dall’Unione europea (piccola e media impresa, finte partite iva, disoccupati, precari e fasce crescenti dello stesso lavoro “regolare”: è esclusa, naturalmente, la gran parte degli immigrati) che è la base di ogni possibile avanzamento politico. Anche se questo fronte è sotto l’egemonia della sua parte più forte, ossia delle medie imprese (cosa inevitabile data l’attuale latenza di un credibile progetto socialista), la disperazione degli outsider sociali ha comunque spinto al governo gli outsider politici nella speranza di ottenere da loro l’inizio di una significativa redistribuzione del reddito. Questa speranza sosterrà il governo per un tempo non breve, perché le attuali alternative non sembrano, e non sono, affatto migliori. Ma questa speranza ha anche bisogno di risposte immediate. Il governo godrà quindi, probabilmente, di un consenso politico più duraturo di quanto molti immaginano (e sperano). Ma d’altra parte, per mantenerlo, sarà forzato ad agire, e presto.
E’ la natura sociale dei sostenitori del governo, unita alla valutazione degli effetti politici del suo insediamento, che deve guidarci nel definire il nostro atteggiamento nei suoi confronti. L’idea che circola in alcuni ambienti, e cioè che il governo sia, o prepari, “il fascismo del XXI secolo”, è ovviamente frutto di colpevole ignoranza o di un opportunismo che si prepara ad allearsi con quell’antifascismo liberista e globalista che è la vera matrice del possibile fascismo del futuro. Polemizzare con questa idea è inutile, ma comprendere perché ed in cosa il governo gialloverde è diverso dal governo nero, e rappresenta semmai un’insidia più sottile, ci aiuta a definire quale debba essere il nostro atteggiamento nella complessa fase che si apre (“nostro”: ossia l’atteggiamento di chi deve e vuole costruire una nuova forza socialista capace di crescere all’interno del durissimo scontro attuale). Usando la vecchia, ma spesso utile, scolastica marxista, e distinguendo tra la base sociale di un raggruppamento politico (ossia la classe che mette i soldi e che fornisce quadri, ideologia ed obiettivi) e la sua base di massa (ossia la classe che costituisce il grosso dei sostenitori ed elettori), possiamo dire che, nell’essenza, il fascismo ebbe come base sociale la grande industria di allora (in massima parte protezionista) nonché le gerarchie monarchiche, militari, ecc., ed ebbe come base di massa una piccola borghesia ed un sottoproletariato ferocemente antisocialisti, disposti a distruggere manu militari le organizzazioni proletarie, anche approfittando del riflusso del grande movimento rivoluzionario degli anni precedenti. Il governo gialloverde ha invece come base sociale il composito mondo delle Pmi (generalmente ostile alla grande impresa globalista di oggi) e come base di massa un proletariato ed un semiproletariato che vedono oggi per la prima volta la possibilità di far contare “lassù in alto” le proprie ragioni, in mancanza di un movimento conflittuale di massa e di un’organizzazione alternativa. Questo governo quindi, almeno per ora, non reprime le istanze delle classi popolari, ma in qualche modo ne previene l’espressione autonoma e le organizza in funzione delle necessità della sua base sociale. Ma per farlo al meglio deve offrire a quelle istanze qualche risultato almeno parzialmente soddisfacente: e quell’ “almeno parzialmente” potrebbe essere oggi sufficiente ad aprire un duro scontro con l’Unione europea, ossia con la forma oggi assunta dal dominio di classe delle grandi imprese globaliste.
Questa natura composita e non lineare del governo traspare anche dal suo programma. Un programma veramente popolare, nell’Italia di oggi, dovrebbe darsi come primo e diretto obiettivo la piena occupazione, ossia una cosa che può essere ottenuta soltanto ricostruendo un apparato pubblico capace non solo di aprire i cordoni della borsa, non solo di espandere il settore dei servizi, ma anche o soprattutto di intervenire direttamente ed in prima persona sull’apparato produttivo del paese, assumendosi l’onere della pianificazione strategica e del rinnovamento tecnologico in luogo di un capitalismo privato che, tranne che in alcune fasi, si è rivelato inadeguato al compito, e che oggi si confronta con notevoli ostacoli internazionali. Tale svolta non potrebbe essere finanziata da un inasprimento fiscale, sia perché nessuno è in grado oggi di gestire una guerra di redistribuzione interna, sia perché tale guerra colpirebbe anche le numerosissime figure sociali intermedie che inevitabilmente si rivolterebbero, in questo caso, contro una politica socialista. Un progetto di ricostruzione dell’intervento di stato deve essere finanziato, quindi, per altre vie, ma essenzialmente con la monetizzazione del debito: il che ci porta direttamente alla collisione con Bruxelles. Il programma del governo gialloverde ha invece come obiettivo diretto la ricostruzione dei margini di profitto delle Pmi, e solo come conseguenza indiretta l’aumento dell’occupazione. Come è noto, il perno è la flat tax, e l’idea di fondo è sempre quella: il risparmio fiscale si tradurrà magicamente, oltre che in aumento della propensione al consumo delle famiglie, in aumento della propensione agli investimenti delle imprese. E da ciò deriveranno occupazione, sviluppo, aumento della base imponibile e quindi ulteriore aumento del gettito fiscale: ulteriore rispetto a quanto la semplice introduzione della flat tax dovrebbe generare di per sé, convertendo alla lealtà fiscale anche gli evasori più incalliti. Si tratta sostanzialmente di una versione radicale della vecchia politica dell’offerta (temperata dal fatto che anche alcuni strati popolari trarrebbero un vantaggio immediato dalla riduzione delle aliquote): in questo contesto il ricorso al deficit spending (anche se fosse più corposo di quello proposto nel programma) non inaugurerebbe affatto una nuova stagione keynesiana (la quale peraltro non basterebbe, perché qui non basta la spesa pubblica, ma ci vuole l’impresa pubblica), ma sarebbe soltanto un modo per coprire i buchi di bilancio che inevitabilmente si aprirebbero con la flat tax. Sarebbe la trasformazione delle tasse evitate da qualcuno nel debito di tutti.
Ciò detto, però, bisogna aggiungere due cose, che fanno la differenza rispetto alla classica accoppiata tagli delle tasse + aumento del deficit, inaugurata, se ben ricordo, da Ronald Reagan. Bisogna aggiungere cioè che oggi anche un aumento residuale del deficit è considerato dall’Unione europea contabilmente pericoloso (soprattutto dopo la vittoria dell’Afd in Germania), e che a maggior ragione un aumento del deficit che sia dovuto anche ad una politica di redistribuzione sociale (non importa quanto ingente) diviene contabilmente e forse soprattutto politicamente del tutto inaccettabile. E’ questo mutamento di significato del deficit rispetto alla classica impostazione della destra liberista a costituire (ammesso che il programma venga in qualche modo onorato) la vera caratteristica specifica di questo governo. Esso tenderà dunque, almeno per un primo e non breve periodo, a scontrarsi con Bruxelles sia per sostenere la propria base sociale (flat tax) sia per sostenere la propria base di massa (pensioni e “reddito di cittadinanza”: senza contare gli effetti immediati della flat tax stessa), senza la quale il progetto di ridare fiato alle Pmi è inattuabile.

E’ per questo che il nostro atteggiamento nei confronti del governo non si può risolvere né nell’opposizione “sempre e comunque”, né, al contrario, nell’illusione che Lega e M5S stiano in qualche modo lavorando per noi, ma nella capacità di modulare i nostri giudizi e le nostre risposte. Contrastare gli aspetti inaccettabili del programma (penso ad esempio alla creazione e gestione di “classi pericolose”- fatte non solo di immigrati – come capro espiatorio di possibili fallimenti), incalzare il governo sugli obiettivi di redistribuzione, smascherarlo se e quando la sua opposizione all’Unione europea è puramente verbale, sostenerlo di fronte agli attacchi convergenti di Bruxelles e dei suoi agenti italiani indicando, se ne siamo capaci, strategie di contrattacco diverse da quelle gialloverdi. Sostenere Di Maio?! Sostenere Salvini?! Sì: perché ed in quanto sostenendo loro sosteniamo in realtà le richieste popolari di cui il governo deve, almeno fino ad un certo punto, farsi latore. Se e quando i due verranno attaccati dall’Unione per i loro intenti redistributivi, la difesa sarà d’obbligo, pena perdere per decenni qualunque credibilità di fronte a quella che dovrebbe essere, ed è, la “nostra” gente. Del resto, chiunque abbia giustamente protestato contro le pressioni di Mattarella e degli eurocrati in nome del diritto del popolo italiano a veder insediarsi il governo democraticamente scelto, ha portato con ciò, lo volesse ho meno, la sua pietruzza a sostegno del futuro premier.
La stessa opposizione al governo, quando (e accadrà molto spesso) sarà necessaria, dovrà essere condotta in maniera del tutto diversa da quella abituale, già dimostratasi inutile. Bisognerà infatti cercare di immedesimarsi nell’elettore popolare del governo e rivolgere alla Lega ed al M5S una domanda molto semplice: “vi ho votato per questo e per quest’altro: lo avete fatto? E, se no, perché?”. Ogni altra tirata sul razzismo, sull’autoritarismo, magari sull’ “impreparazione tecnica” del governo non porta da nessuna parte, non incide, non sposta (oltre ad essere molto simile alle critiche dell’establishment): lascia indifferenti i capi a cui è rivolta ed offende gli elettori che con essi si sono identificati. Ogni opposizione che consista nel non lasciar parlare l’uno o nel contestare l’altro è vissuta, da chi ha votato l’uno o l’altro, come una limitazione della propria libertà: è un’opposizione rabbiosa ed impotente, che serve soltanto ad allungare il certificato penale di quelli che vanno in piazza e ad allargare la distanza che li separa dal popolo.
“Va bene tutto,” – mi dirà a questo punto il lettore amico, ma critico – “guarda però che il governo ha già calato le braghe, si è già messo la coda tra le gambe, si è già cosparso il capo di cenere prima ancora di aver peccato. Ti sei accorto o no che la bozza che parlava di uscita dall’euro è stata frettolosamente ritirata e che adesso nel programma si invoca addirittura lo spirito di Maastricht? Lo vedi o no che il sovranismo viene sempre sventolato come soluzione, ma quando si arriva al dunque lo si abbandona perché è impraticabile? O comunque non è praticabile dai Salvini e dai Di Maio?”. Mi permetto di fare al proposito alcune contro-obiezioni. E’ certamente vero che la coalizione di governo non è univocamente e decisamente antiunionista, anzi. E ciò non solo per l’atteggiamento attualmente prevalente nel M5S, giacché anche la Lega ha probabilmente i guai suoi. Premesso che noi dovremmo iniziare a studiare davvero i nostri avversari, mentre finora ci siamo limitati all’invettiva, mi sembra di poter dire che quello delle Pmi non è un blocco omogeneo: ad esempio, le imprese decisamente orientate al mercato interno sono più sicuramente antiunioniste, mentre quelle orientate all’export lo sono di meno. Inoltre ho l’impressione che gli amministratori locali della Lega, in primis quelli delle regioni, non abbiano molto interesse a modificare un contesto nel quale il federalismo il ha fatti comunque prosperare, e ad affrontare un periodo turbolento il cui lo stato centrale potrebbe guadagnare maggior voce in capitolo. A queste forze filounioniste il “monito” di Mattarella ha certamente offerto una sponda, ed il programma di governo ne ha risentito. Però c’è anche altro. Se io fossi al posto loro, ossia al posto dell’agguerrita componente antiunionista del governo, suggerirei esattamente la tattica che sembra trasparire dalle enunciazioni programmatiche. Inizierei cioè a giocare per linee interne, mostrando l’incongruenza e la mala fede dell’Unione rispetto ai suoi stessi assunti (e questo potrebbe essere il senso del richiamo allo spirito di Maastricht, giacché l’asserito scopo di quel trattato era quello di favorire la cooperazione fra gli stati più che l’integrazione gerarchica che poi si è realizzata…). Successivamente, invece di condurre un’astratta battaglia sull’euro (che sarebbe dominata da astratti tecnicismi e astratti terrori), avanzerei sommessamente alcuni degli obiettivi redistributivi, dandone anche, magari, una versione moderata e lasciando all’Unione ed ai suoi servi l’onere di dimostrare a tutto il fronte sociale che sostiene il governo e a tutti i ceti popolari che ancora non lo fanno, che l’Unione stessa non può e non vuole fare nessun passo verso una ragionevole redistribuzione del reddito. E quindi che in certi casi con la buona educazione non si ottiene niente. Il resto seguirebbe.
Ecco: per quanto la correzione di rotta sia stata evidente, la sua rapidità potrebbe essere il frutto non solo dell’attuale prevalenza delle componenti moderate, ma anche della scelta tattica delle componenti radicali. E le domande sociali che stanno alla base del successo gialloverde potrebbero presto accelerare i tempi di quella tattica.

Insomma: la situazione è, a mio avviso, molto più incerta e complessa di quel che può sembrare a prima vista. Dobbiamo attrezzarci a gestire almeno tre scenari diversi. 1) Scenario “ Tsipras 2, ovvero la farsa dopo la tragedia”: il governo, assediato dall’esterno e indebolito dalle tensioni interne, cede di colpo su alcune questioni essenziali. La delusione degli elettori si traduce in sostanziale passività, e i gialloverdi tirano a campare tra molti mugugni e qualche crescente conflitto. 2) Scenario “lunga contesa”: il governo inizia un effettivo contenzioso con l’Unione europea; la Germania, preoccupata dello scontro in atto con gli Usa, antepone momentaneamente le ragioni geopolitiche a quelle strettamente economiche e decide di fare alcune concessioni; il governo ottiene quindi alcuni risultati, e può giustificarne la relativa pochezza (che è però già molto se confrontata agli zeri dei governi precedenti) con la difficoltà della battaglia e con la cocciutaggine dell’Unione. Tutto ciò non può che aumentare la presa dei partiti di governo sulla società italiana, aprendo un ciclo, se non di egemonia stabile, quantomeno di monopolizzazione (e relativa sterilizzazione) della protesta sociale. 3) Scenario “rottura”: rigidità europea, rabbia sociale ed aspettative di mutamento si fondono, e si inizia un processo di exit. A questo punto, se i partiti di governo mostrano capacità di metamorfosi e svoltano verso una assai più incisiva presenza dello stato a tutela delle imprese e dei lavoratori, inizia una duratura egemonia gialloverde sul paese; se invece questa metamorfosi non avviene si aprono spazi sia per l’emergere di forze di destra radicale, sia per una nuova prospettiva socialista.
Ritengo poco probabile il primo scenario: l’entità dello scontro Bruxelles-Italia non sarebbe, almeno all’inizio, pesante come nel caso greco, e in ogni caso mentre la cultura di Tsipras era ed è profondamente europeista, la coalizione governativa è invece attraversata da un diffuso sentimento antiunionista e contiene le capacità tecniche necessarie a gestire la rottura. Tutte cose che rendono l’ipotesi dell’exit ben più concreta e fattibile di quanto non fosse nel caso greco: e Bruxelles non può correre troppo alla leggera questo rischio. Al momento mi sembra più probabile l’inizio di una lunga contesa, che sarà anche una fase di crescente discussione all’interno dei due fronti (governo italiano ed Ue), ed il cui esito è impossibile prevedere.
Questa situazione pone ad una forza socialista – ed ancor più ad una forza socialista che sia solo in gestazione – dei compiti molto ardui. Per affrontare adeguatamente ognuno degli scenari qui tratteggiati sono infatti necessari un alto profilo teorico e politico, una grande capacità di leggere la società italiana ed il suo rapporto con la crisi internazionale, una militanza molto appassionata e preparata, capace di cogliere ogni occasione ed ogni svolta. Anche lo scenario “Tsipras”, che potrebbe sembrare il più favorevole, nasconde in realtà molte insidie. Infatti Tsipras (quello vero) è ancora lì, e rischia pure di essere rieletto: come si vede nemmeno un evidente fallimento spiana la strada ad un’alternativa. Inoltre, nel nostro caso gli Tsipras sarebbero due: e di fronte all’eventuale opportunismo dell’uno, l’altro potrebbe rompere e presentarsi lui come paladino del popolo, svolgendo la funzione che ipotizziamo di svolgere noi. Il secondo scenario richiederebbe la capacità di confrontarsi passo passo col governo, di svelare sempre le ambivalenze ed i limiti degli eventuali successi governativi, di promuovere ed organizzare momenti efficaci di resistenza popolare al disagio che comunque continuerà a crescere. Soprattutto, entrambi gli scenari, ed il terzo ancor di più, ci imporrebbero di definire con molta precisione la nostra differenza rispetto all’ipotesi economica gialloverde. Come abbiamo già visto la spesa pubblica, il deficit, l’intervento di stato possono assumere significati assai diversi. E la stessa rottura con l’euro può avvenire in due modi: un modo liberista, in cui una inflazione ed una svalutazione pur non catastrofiche fanno comunque diminuire i salari e rendono più aggredibili le imprese italiane; ed un modo tendenzialmente socialista, in cui l’interesse nazionale al controllo dei movimenti di capitale e al salvataggio delle imprese in crisi si incontra con l’interesse popolare e di classe alla parziale socializzazione della produzione (estensione della proprietà pubblica e della pianificazione strategica). Bisogna prepararsi ad interpretare correttamente tutti i passaggi di questo inevitabile ritorno del pubblico sapendo, oltre tutto, che sia la Lega che il M5S, forze nuove o rinnovate che si muovono in una situazione nuova, potrebbero essere costrette a significative metamorfosi, proponendo un proprio modello di stato imprenditore (cosa che forse già si apprestano a fare, anche se la banca pubblica a cui si accenna nel programma, pur essendo sufficiente ad innervosire la Commissione europea, sembra più interessata ad erogare i soliti incentivi all’innovazione che ad inaugurare un sano dirigismo).
In ogni caso, hic Rhodus… . Una nuova formazione politica socialista o nasce ora, o cresce dentro queste contraddizioni, o difficilmente potrà germogliare in un’Italia tutta tinta di giallo e di verde (o solo di giallo, o solo di verde…), oppure ingrigita e delusa da una sconfitta deprimente.

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Foto: Today (da Google)

 

4 commenti per “Che cosa fare coi gialloverdi?

  1. luca massimo climati
    25 maggio 2018 at 15:12

    Ottimo articolo che apprezzo quanto lo stimato estensore.
    Geniale e diretta la divisione del “dare” rispetto al “togliere” al Popolo

    Si tratta di “TIRARE LA FUNE” sui contenuti meno keinesiani sulle scarse implementazioni , le zero Patriottiche re-internalizzazioni e le assunzioni di giovani ,in migliaia, nel Pubblico Impiego, o necessaria nazionalizzazione di energia ,alluminio ed acciaio . ( lo afferma uno che ha fatto 9 anni di battaglie ambientali… a difesa della salute del territorio e dell’agricoltura…)

    Non dimentichiamoci che grazie ai proverbiali tradimenti, pavidità ed appecoronamenti,mancante auto-critica e lungimiranza , in 40 anni di incontrastato declino, siamo arrivati al puto zero di arrivo di qualsivoglia opzione socialista e di minima contrattazione della classe lavoratrice.
    Questo di fatto determina attualmente una egemonia della classe degli imprenditori piccoli e del capital nostrale minacciato, insieme credo all’appoggio del partito americano “trumpiano”, (che ha problemi maggiori nel Pacifico…) e ne dobbiamo tenere conto.
    Noi già, come Patrioti Cotituzionali già siamo umilmente al lavoro per il progetto sintetizzato nelle ultime tre righe….
    Il nodo centrale è la nomina del terribile bolscevico SAVONA : se passa, si aprono effetti a catena nei quali ci possiamo inserire.
    Basta un solo Tsipras…per ritardare il tutto

  2. Roberto donini
    25 maggio 2018 at 15:13

    Molto interessante la tua analisi che condivido e ne specifico alcuni risvolti in un mio contributo. Cogli e poni i caratteri di rottura della autorefeenza della scena Politica neoliberista con il nuovo ‘irrompere delle domande sociali. Di li può ripartire una vigilanza/proposta socialista. Il destino della sinistra borghese si è consumato.

  3. Alessandro
    25 maggio 2018 at 22:06

    Rosato in una trasmissione televisiva di un paio di giorni fa alla domanda su che cosa il PD volesse fare come forza di opposizione ha risposto che l’attuale esecutivo si farà opposizione da solo, nel senso che gli obiettivi sono talmente “utopistici”, e, cosa davvero dilettantesca, talmente strombazzati attraverso questo contratto post elettorale, che saranno molto probabilmente gli stessi protagonisti al Governo a mettersi fuorigioco agli occhi del loro elettorato. Non si era infatti mai visto un partito politico che dopo le elezioni non iniziasse a ridimensionare le aspettative riguardo agli obiettivi, soprattutto dopo l’accordo con un’altra forza politica considerata fino ad allora alternativa, e questo testimonia soprattutto l’ingenuità dei 5S ( “stiamo facendo la storia!”), perchè Salvini e la Lega, mal che vada, si ricicleranno in una futura coalizione di centrodestra.
    Questi due partiti hanno avuto la possibilità durante la trattativa di rendere, infatti, credibile il loro programma congiunto, senza snaturarlo, proprio attraverso una sua sintesi, un suo “ridimensionamento”, mentre sono stati così dilettanti da riproporlo pari pari, soprattutto in materia economica, rendendolo obiettivamente una sciocchezza e mi dispiace soprattutto per i 5S che sono una forza politicamente orientata a sinistra e che almeno sulla carta, presa individualmente, rappresenta al momento la miglior opzione sul campo, meglio senza dubbio della sinistra, tutta, politicamente corretta, antinazionale e misandrica.
    Il fatto che non siano assolutamente chiare le priorità, reddito di cittadinanza e flax tax sono incompatibili ovviamente, farà sì che le due anime verranno inevitabilmente in conflitto e allora bisognerà vedere se una delle due riuscirà a uscirne da “vittima”, scaricando sull’altra l’insuccesso così da riproporsi alle successive elezioni come la forza più credibile del fronte “populista”.
    Quella che si aprirà tra non molto sarà una sfida all’interno della stessa “coalizione” e, visto quanto fatto fino a oggi, ho proprio il timore che a prenderla in quel posto saranno proprio i 5S.
    Berlusconi-Renzi sono lì in attesa che inizi lo spettacolo e passi il primo “cadavere”. D’altronde l’ingenuità in politica è una condanna a morte.
    Spero vivamente di sbagliarmi.
    P.S.: prima dell’uscita dall’euro bisogna convincere la massa, attualmente renitente, a tentare il salto nel vuoto con morbido atterraggio non garantito, soprattutto ai ceti medio-bassi. In attesa meglio percorrere strade meno rischiose e meno rivoluzionarie, ma con la schiena dritta a Bruxelles.

    • Alessandro
      27 maggio 2018 at 22:02

      Mattarella fa saltare tutto a causa di un anziano economista dell’establishment di recente critico, giustamente, nei confronti della UE e della sua politica “affamapopoli”. Mah. La verità è che Mattarella ha avuto in Savona il pretesto per rovesciare il tavolo, visto che questo governo in pectore lo nauseava e non poco, come a tutto il mondo politicamente corretto. D’altronde, come già avevo scritto, quel guazzabuglio di programma concordato non ha certamente semplificato la vita ai “populisti”.
      Adesso vedremo quali saranno le prossime mosse di Salvini, se rimettere insieme la coalizione di centro destra, probabile, o addirittura riproporre una sorta di alleanza con i 5S, assai improbabile.
      In ogni caso chi sta tremando in questo momento è il PD, che vedrà ancor di più assottigliarsi il suo già magro bottino alle prossime elezioni nell’autunno 2018 o, come spero, nella primavera 2019, a causa del voto utile che verrà inevitabilmente richiesto dai 5S per sbarrare la strada al governo Berlusconi-Salvini.
      E’ chiaro che a questo punto tutti dovranno riflettere molto bene se consegnare il Paese alla Destra.
      In ogni caso, come già avevo scritto, a uscirne prendendolo in quel posto sono stati i 5S, anche se non avevo previsto in tempi così brevi; il finto cambiamento di Salvini avrà modo di esercitarsi con i suoi naturali alleati tra non molto.

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