“Io, ex vicesegretario dell’Onu, vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio”

Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.

Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.

Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.

Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

* Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002

Fonte articolo: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/02/27/venezuela-in-crisi-cosa-nasconde-il-grande-imbroglio/5000660/

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Fonte foto: La Voce d’Italia (da Google)

9 commenti per ““Io, ex vicesegretario dell’Onu, vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio”

  1. pedro navaja
    28 febbraio 2019 at 5:49

    Mi scuso se non mi dedico direttamente ai contenuti di Arlacchi.
    Sono chiaramente disponibile ad una risposta dettagliata a quanto esposto da lui, ma ora vorrei dedicarmi al messaggero, considerata l’importanza che già dal titolo gli si attribuisce.

    Perchè quest’attenzione ad Arlacchi, che potrebbe essere un povero e tranquillo pensionato?

    Per due ragioni:

    La prima è che si tratta effettivamente di un importante ex burocrate dell’ONU, ma cerca di accreditarsi un “titolo”, vicesegretario ONU (correttamente under secretary), che ha una funzione quasi puramente salariale, e stranamente nasconde il suo vero ruolo (direttore generale UNDCP).

    Secondo perchè ho l’impressione che Arlacchi aspiri ad un seggio europeo.

    Andiamo per ordine.
    Pino Arlacchi, docente di sociologia. Deputato PDS. Candidato PD alle europee 2014.

    Il suo più importante incarico è stato quello di direttore generale UNDCP 1997-2001.
    L’UNDCP (attuale ONUDC) è l’agenzia della Nazioni Unite di lotta al narcotraffico e crimine.
    All’epoca di Arlacchi l’attività di gran lunga più importante era quella relativa al narcotraffico. Arlacchi divenne direttore generale a Vienna (sede UNDCP) perchè l’Italia allora era uno dei principali donanti e manteneva la direzione generale fin dalla fondazione dell’agenzia, nel 1991.

    Tra il 1997 e il 2001 entra Arlacchi, promosso da Prodi.
    Dopo Arlacchi viene Costa fino al 2010. Quindi un russo. Arlacchi vi resterà quindi meno tempo di tutti. Perchè?
    Perchè due rapporti dell’ispettore generale dell’ONU (OSSI) manifestavano gravi irregolarità nell’amministrazione. In particolare: cattiva gestione (tanti soldi pochi risultati), nepotismo (consulenze d’oro) e “possible frode”. L’Olanda minacciò di ritirare il suo contributo se non si faceva trasparenza.
    Inoltre si denunciava la “forma altamente arbitraria e centralizzata” senza “equilibrio di potere” della sua gestione.

    Insomma…un varo caporione: non stupisce che ora preferisca gli autocrati.
    Qualcuno disse: “The presence of Arlacchi at the top of the United Nations is incomprehensible”.

    In quegli anni, d’oro senza metafora, Arlacchi disponeva di centinaia di milioni di dollari di fondi, erogati soprattutto per l’eradicazione di coca e oppio con risultati che tutti vediamo: nulli.

    Arlacchi propagandava nei suoi rapporti la riduzione di 20mila ettari di coltivazioni di coca in Colombia, ma taceva sui nuovi 30mila ettari tra Bolivia e Perù. Agiva così: informazione selettiva.

    Con lui l’UNDCP consolidò la politica di repressione alle droghe, ed ai contadini produttori, anche contro il parere di vari paesi per ridiscutere le strategie (ora per fortuna in voga dall’Uruguay al Canada). Arrivando al suo più noto e grande (s)proposito: assicurare la scomparsa (o forte riduzione) delle coltivazioni di coca, oppio e cannabis per il 2008. Sappiamo com’e andata.

    In questa sua foga autocratica arrivò anche a fomentare la creazione di funghi transgenici per distruggere le coltivazioni. In Colombia il progetto fu bloccato per i possibili danni sugli ecosistemi e le coltivazioni legali dei contadini.

    Altro effetto della sua gestione è stato l’aumento della militarizzazione della lotta alle droghe, con i risultati, anche in termini di diritti umani, che molti conoscono.

    Quindi Arlacchi è stato effettivamente un importante funzionario della Nazioni Unite. Ha esercitato, sembra anche oltrepassando le sue attribuzioni, un potere enorme. Veniva ricevuto da capi di stato. Distribuiva finanziamenti. Ma in sintesi si trattava solo un burocrate, importante, spendaccione, autocratico all’interno dell’istituzione, ma solo di un burocarte messo li dalla politica, non dalle competenze.

    Nonostante questo non usa il suo reale ruolo all’ONU di direttore generale UNDCP, ma si accredita come vicesegretario, in realta under secretary, un titolo automatico per i direttori generali di un’agenzia dell’ONU (il suo successore Costa è stato anche lui under secretary). Nel 2001, quando Arlacchi è costretto ad abbandonare, ve ne sono circa 40 (quaranta under secretary).

    Ma è un’impressione solo mia che l’articolo voglia far credere che Arlacchi avesse un ruolo più “nobile” e prestigioso di quello che in realtà aveva, quasi voglia far credere di essere stato una specie di vice Kofy Annan (dando quindi maggior peso alle sue affermazioni)?

    Infine il secondo punto.
    Non riesco a togliermi l’idea che Arlacchi aspiri ad una nuova candidatura europea. Non certo nel PD, che per fortuna ha una posizione chiara sul Venezuela e la tirannia di Maduro, e dove del resto non riuscì a farsi eleggere neanche col 40% del 2014. Ma con i 5S.

    Vedremo Arlacchi tra di loro?
    Ha presentato le sue credenziali con questo articolo e sul giornale giusto (FQ). Come spesso si dice: a pensar male si fa peccato…ma spesso s’azzecca.

  2. Fabrizio Marchi
    28 febbraio 2019 at 10:00

    Non abbiamo pubblicato questo articolo perché siamo vicini politicamente ad Arlacchi. Anzi, proprio perché non lo siamo ci è sembrato utile pubblicarlo. proprio perché non si tratta certo di un bolscevico o di un estremista di sinistra, la sua analisi – che ovviamente tu non condividi a giudicare da come ti esprimi su Maduro (e quindi sei di fatto un sostenitore del fantoccio USA, Guaidò) – ci sembra importante e anche lucida.
    Dopo di che delle sue intenzioni politiche e personali non ce ne importa assolutamente nulla. Ciascuno fa legittimamente quel che crede della sua vita. Lui vorrà candidarsi non so con chi e non mi interessa, tu sostieni Guaidò e noi continuiamo nel nostro lavoro.
    Grazie del contributo.

  3. pedro navaja
    28 febbraio 2019 at 23:09

    Caro Fabrizio. Prima di tutto ringrazio.

    Per un momento ho pensato che la frase “Per capire chi vi comanda, basta scoprire chi non vi è permesso criticare”, fosse solo un principio valido per alcuni.
    Mi venivano in mente frasi simili su “come don chisciotte” o nel sito di Carotenuto dove, di fronte ad argomentazioni, senza avera ne l’ambizione ne la presunzione di aver ragione, hanno finalmente optato per censurare semplicemente i miei interventi.
    Quindi ringazio.

    Devo anche aggiungere che realmente poco mi importa di Arlacchi, un personaggio investigato e costretto alle dimissioni per mal uso dei fondi internazionali che riceveva.
    O rispondere ai sui dati statistici mentre la gente è massacrata, mentre giovani sono trucidati nelle strade, mentre il popolo è affamato e maltrattato.

    Guardate questa intervista con un povero muratore di colore ferito dagli sbirri di Maduro:
    https://cnnespanol.cnn.com/video/entrevista-herido-ayuda-venezuela-fernando-del-rincon-intvw-cnnee/
    Vale più di tutte le constestazioni ai bislacchi , ma terribilmente complici con il tiranno,dati di Arlacchi.

    Infine…c’è qualcosa che non capisco?
    Perchè la CGIL, il manifesto, l’ARCI, voi (e naturalmente molti supporter e gerarchi dei 5S, ma qui non siamo nell’ambito della sinistra), difendono, o gustificano o hanno un complice silenzio verso un satrapa che ha massacrato e continua a massacrare centinaia di venezuelani, maggiormente giovani?

    C’è qualcosa che non capisco perchè quei giovani morti nelle strade e periferie di Caracas o Tachira non contino nulla o valgano meno di un giovane italiano…che so, di Regeni o Cucchi?

    Perchè? Perchè sono latinoamericani? Perchè si considera naturale e scontato che in Venezuela (terra di migrazione italiana) la vita valga meno che in Italia? O è perchè quei giovani protestano contro un massacratore, ma “dei nostri”, con il pugno alzato?

    O è perchè c’è di mezzo Trump, o il petrolio, o una destra impresentabile, o Putin e la Cina? Tutto ciò giustifica il carnefice?

    Non capisco nemmeno il Vaticano (non la chiesa del Venezuela), sempre tiepido…troviamo una soluzione pacifica. Negoziamo…fino a quando?

    Non contano per il Vaticano i 26 morti nelle strade nel solo breve periodo della visita del Papa a Panama?
    Ma come? Il Vaticano difende la vita, si mobilita per il caso del povero bimbo inglese Alfie, mette a disposizione le strutture mediche della chiesa a Roma (in un caso purtroppo non risolvibile per la medicina), ma non si mobilita per quei giovani, per quelle famiglie, per quelle mamme che vedono i loro figli morire. Una di loro diceva, di fronte al figlio ucciso dal piombo di Maduro, “lottava solo per un Venezuela migliore. E’ morto anche per dare una speranza e un futuro ai giovani come lui”.

    Non si mobilita il Vaticano per i migliaia di bambini denutriti e quelli morti anche solo per mancanza di antibiotici (dati di amnesty international)? O per quelli morti per l’espansione della malaria, unico caso al mondo, o dei 111 (centounidici) bambini morti a mano della delinquenza in 10 mesi…?

    Non contano nemmeno i 3.4 milioni di venezuelani che hanno abbandonato il loro paese (dati ONU), in una diaspora che non ha precedenti nel continente, per penuria e la violenza?

    Deve esserci sicuramente qualcosa che non capisco: perchè cio che non accetteremo in Italia diventa invece, per alcuni, apprezzato, o difendibile e giusto altrove?

    • Fabrizio Marchi
      1 marzo 2019 at 8:33

      Caro Pedro, sei male informato, la Cgil e il Manifesto non appoggiano affatto Maduro e il PD è in assoluta sintonia con la Lega (e con tutta la destra mondiale, da Trump a Netanyahu e ovviamente a Bolsonaro, ma anche l’UE e la “sinistra” europea) nell’appoggiare gli USA e Guaidò per liberare appunto il Venezuela dal “dittatore comunista” Maduro (e prima di lui Chavez). Curioso che questi due “dittatori” siano sempre stati confermati in tante elezioni riconosciute sempre come regolarissime da tutti gli osservatori dell’ONU. Durante l’era Chavez la gran parte dei media e delle televisioni erano controllate dall’opposizione e hanno sempre continuato a “bombardare” sistematicamente e quotidianamente contro il governo. Ci sono stati nel tempo diversi tentativi di colpi di stato organizzati dall’opposizione (cioè dalla borghesia venezuelana che vuole tornare al potere) e sostenuti ovviamente dagli USA e sono stati respinti anche dalla mobilitazione popolare, oltre che dall’esercito.
      Per quanto riguarda le violenze della polizia, potrei rovesciare completamente il tuo discorso e portarti tantissime testimonianze delle violenze commesse dalle bande di teppisti al soldo dell’opposizione. I venezuelani che hanno abbandonato il paese? E’ assolutamente normale, la situazione è a dir poco critica, c’è un’inflazione galoppante, il potere d’acquisto dei salari è a zero, anche la distribuzione è nelle mani dei grandi proprietari (che stanno contro Maduro, ovviamente) che fanno mancare i generi alimentari, è del tutto normale che tanta gente abbandoni il paese, tanto più che è incentivata a farlo.
      Ma non è questo il punto. La tua mi sembra, a dir poco, una posizione di parte, se non faziosa. Al di là del fatto personale, mi pare che Arlacchi nel suo articolo porti dei dati inoppugnabili sui quali tu sorvoli completamente. A ciò che spiega Arlacchi bisogna ovviamente aggiungere delle considerazioni politiche (e tu glissi anche su queste) e cioè che gli USA si stanno riprendendo ciò che considerano una loro proprietà privata, il famoso “cortile di casa”, cioè l’intero continente latinoamericano. Tutto quello che accade in Sud America dal 1821 (cioè dalla dottrina Monroe ad oggi) fino ad oggi vede lo zampino (altro che zampino…) degli USA. Colpi di stato che hanno portato al potere dittature ferocissime, sfruttamento selvaggio delle risorse e delle persone, un intero continente schiacciato sotto il tallone di regimi militari e fascisti, al servizio diretto dell’imperialismo americano. Ogni tentativo di ribellarsi a tutto ciò è stato duramente represso. Negarlo, equivarrebbe a negare l’esistenza dell’acqua calda.
      Ora, dopo un ventennio in cui la sinistra e i movimenti progressisti sudamericani hanno aperto uno squarcio per un continente da sempre sventrato dal capitalismo americano, dalle borghesie “compradore” locali e dai militari corrotti al loro servizio, gli USA, come dicevo, si stanno riprendendo ciò che considerano di loro proprietà. Hanno appoggiato il nazista Bolsonaro in Brasile e ora stanno tentando di rovesciare Maduro. Adesso per te anche Bergoglio che sta tentando una timida mediazione, diventa un nemico. Sei un bel reazionario filoamericano, altro che…
      Mi pare che – per come stanno le cose – tentare di farti cambiare idea non abbia senso. Così come non avrebbe senso che tu tentassi di cambiare la nostra. Direi che quello che dovevamo dirci ce lo siamo detto. Continuare sarebbe solo un perdita di tempo, anche perché le nostre posizioni sono diametralmente opposte. Se fossimo in Venezuela saremmo dalla parte opposta della barricata e molto probabilmente ci troveremmo anche – purtroppo – nella condizione di scontrarci non solo dialetticamente.
      Per cui, che dirti, grazie ancora del contributo e ciascuno per la sua strada, anche perché – una volta chiarite le rispettive posizioni (e compreso che non c’è nessuna possibilità di addivenire ad una sintesi condivisa o ad una mediazione) – né tu né noi abbiamo tempo da perdere.

  4. pedro navaja
    1 marzo 2019 at 18:05

    Caro fabrizio. Hai ragione, “difficile cambiare idea”.

    Ma non è per avere l’ultima parola.

    Anzi: assicuro che dopo questo rapidissimo intervento, capito “l’invito”, non replicherò a nulla di ciò che tu potrai scrivere.

    Concedimi però solo una cosa, questa frase:

    “tantissime testimonianze delle violenze commesse dalle bande di teppisti al soldo dell’opposizione”.

    Eccoti quindi i teppisti.

    Qui c’è un elenco, anche con le foto “dei teppisti”. Sono quelli del 2017.

    Non è per cuori deboli: http://runrun.es/rr-es-plus/319427/fotos-infografia-y-mapa-muertos-en-protestas-en-venezuela-parte-dos.html. (vedere anche la prima parte)

    GNB: guardia naz. bolivariana.
    PNB: polizia naz. bolivariana.
    Plan republica: piano di ordine pubblico.
    Paramilitares colectivos: gruppi civili di Maduro.
    Electrocutado: morti per scariche elettriche durante saccheggi.

    Ce ne sono alcuni anche tra le forze repressive…(vedi l’8 o il 144). Sono pochi ma ci sono. Per me anche loro sono vittime del regime, anche se stanno dalla parte dell’oppressore.

    Ciao e grazie

    • Fabrizio Marchi
      2 marzo 2019 at 3:20

      Caro Pedro, continui a non entrare nel merito politico, fai solo propaganda e insisti nel pubblicare elenchi di persone ammazzate dalla polizia…
      Vuoi che ti faccia l’elenco (ma sarebbe impossibile perché troppo lungo…) di tutte le persone torturate e massacrate in mezzo secolo nei vari paesi latinoamericani da tutte le dittature militari e i governi fantoccio asserviti agli USA? Ma che senso avrebbe? E’ un discorso politico questo? E’ un confronto? No. Non è niente. Sei un sostenitore di Guaidò, e quindi degli USA e naturalmente di tutta la peggior destra sudamericana. E’ un fatto al quale non puoi sottrarti. Neanche io, se è per questo, penso che Maduro sia il sol dell’avvenire, però faccio una scelta politica, così come la fai tu. Inutile arrampicarsi sugli specchi cercando di difendersi dietro gli elenchi dei morti uccisi dalla polizia. Non entri nel merito delle argomentazioni politiche e, appunto, continui con i tuoi elenchi. Abbi il coraggio delle tue idee e non utilizzare argomentazioni capziose. Sei un sostenitore del fantoccio USA, Guaidò. E va bene. E’ una scelta politica legittima. Vergognosa dal mio punto di vista, ma politicamente legittima. Ma non venirci a raccontare che Maduro è un assassino criminale e Guaidò un bravo ragazzo. Queste sono scemenze. E questo è un giornale serio. Non possiamo perdere tempo con le scemenze. Ne stiamo già perdendo troppo, come vedi e come è evidente.
      Ciao e grazie anche a te.

  5. gengiss
    5 marzo 2019 at 14:17

    Tra i dati citati dal commentatore filo-golpista Pedro Navaja ho notato lo strano dato dei 111 bambini uccisi dalla delinquenza… come se fossero una colpa di Maduro. Forse non sa che non molto distante dal Venezuela c’è un narco-Stato chiamato Messico, dove ogni anno le organizzazioni criminali uccidono talmente tante persone che il bilancio è simile a una guerra civile; eppure nessuno dice nulla. Nelle elezioni del 2018 sono stati uccisi oltre un centinaio di candidati (prego notare, non di votanti), eppure le elezioni sono state giudicate regolari e nessuno definisce il Messico un “regime”. E’ molto sospetta questa preoccupazione occidentale per i civili del Venezuela, come se in Messico, ad Haiti, in Honduras, in Brasile… e in tutta l’America latina il popolo viva una situazione di pace e benessere. Le elezioni in Venezuela, non si capisce perché, non sono valide; invece nulla da obbiettare sui colpi di stato in Honduras e in Paraguay, nulla da dire sulle elezioni in Brasile dove i due candidati del maggior partito sono stati messi fuori gioco dal un golpe giudiziario… (chiamato Mani pulite… non hanno nemmeno fantasia) e quel magistrato, a dimostrazione della sua indipendenza, è stato nominato Ministro della giustizia del neo-fascista Bolsonaro!

    • Fabrizio Marchi
      5 marzo 2019 at 14:30

      Sottoscrivo in toto il tuo commento e, aggiungo, che in tutta sincerità non avevo neanche aperto i link che aveva postato. Non ce n’era necessità…

  6. gianni
    9 marzo 2019 at 12:44

    Ho molti dubbi su qesta analisi. Anche i paesi arabi del Golfo distribuiscono una parte della rendita petrolifera per la spesa sociale che io sappia ma nessuno l’ha mai definiti nè “socialisti” nè “antimperialisti”. Con questo non voglio dire che non bisogna essere solidale con il Venezuela bolivariano.

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