Sono
tra quanti sostengono, sulla scorta di Luciano Gallino, che il tempo
presente, quello dell’egemonia neoliberista, si segnala per la
compiuta instaurazione – efficacemente coperta dalla parvenza della
democrazia – di un “totalitarismo liberale”, cioè un ordine
con tratti totalitari perché capace di entrare in tutti gli spazi
della vita dell’individuo, modellando secondo l’ideologia di
mercato tanto i suoi stili cognitivi che i suoi comportamenti (1). Un
totalitarismo diverso da quelli novecenteschi, con caratteri
specifici, perché diversamente dai suoi antecedenti non ricorre
strutturalmente alla repressione – sebbene possa all’occorrenza
ricorrervi e nella più recente fase di ristrutturazione tecnocratica
e neo-autoritaria vi ricorra in effetti in misura crescente – bensì
della promessa dell’illimitata estensione della libertà.
Questa
“libertà”, però, non è altro che il feticcio che nasconde la
radicale riduzione dell’individuo-massa a soggetto di consumo (2).
Sotto le insegne della libertà è stata contrabbandata l’attività
desiderante degli individui convinti di poter fare e di poter essere
tutto ciò che vogliono, alla sola condizione che lo vogliano con
sufficiente determinazione lasciandosi plasmare dall’ethos
mercantile e “meritocratico” che trasforma ciascuno in Impresa di
sé, accettando di mettere a valore ogni aspetto dell’esistenza
umana. In questo modo, in forme non soltanto fluide e apparentemente
innocue, totalmente e quotidianamente normalizzate, ma anche
accattivanti si è affermata la mercificazione di ogni aspetto
dell’umano. Questa è stata ottenuta parcellizzando l’individuo,
sempre più ridotto all’io-digitale e narcisistico privo di
proiezione in chiave collettiva, persino privo di una coscienza
sociale.
Dopo
aver così misurato la completa vittoria del neoliberismo, occorrerà
aggiungere che la più recente controrivoluzione digitale culminata
attorno alla metà degli anni Dieci del Duemila nei social
network ha prodotto
un rinforzo e una vertiginosa accelerazione dell’ordine mercantile.
Come ho sostenuto in un recente saggio contenuto nel volume a più
mani Per
un nuovo pensiero strategico
e cura de L’Inteferenza
(Meltemi 2026), la “sincronizzazione” neoliberale, alla quale il
“nuovo ordine digitale” ha offerto strumenti ultimativi, presenta
una forte analogia con la più celebre “sincronizzazione”, quella
nazista. Condotta tra il 1933 e il 1937, la “campagna di
sincronizzazione” (in tedesco Gleichschaltung)
nazista ebbe lo scopo di modellare in profondità i comportamenti
individuali e collettivi allineandoli all’ideologia del regime.
Come
argomento nel mio contributo, è in atto da tempo una analoga
“sincronizzazione neoliberale”. Si tratta di una conseguenza
logica immediata del concetto di “totalitarismo liberale”. Un
totalitarismo, infatti, è tale perché uniforma i comportamenti
degli individui rendendoli docili alla propria ideologia. Un elemento
cardine della “sincronizzazione neoliberale” consiste nella
dis-intermediazione della società; nel connesso smantellamento delle
organizzazioni collettive, specialmente dei lavoratori, e anche nel
discredito e nella neutralizzazione di tutte le figure di mediazione,
in primo luogo degli educatori, quindi genitori e insegnanti, come in
misura crescente è avvenuto.
Questi
processi sono stati accelerati dal “nuovo ordine digitale”, ma
corrono lungo gli ultimi quattro decenni. Il risultato finale è
stato ottenuto senza crucci e senza scrupoli, visto che ha
comportato, tra l’altro, la demolizione delle coordinate
esistenziali di adolescenti, pre-adolescenti e finanche bambini. Ma è
proprio questo il nocciolo del neoliberismo che oggi si prolunga
nella tecnocrazia: deve restare soltanto l’individuo a tu per tu
con il mercato. Tutto quello che si pone, o meglio si poneva, tra
l’individuo o il Mercato doveva essere spazzato via, in quanto
ostacolo alla riduzione dell’individuo a soggetto di consumo. Ogni
legame comunitario doveva essere distrutto, la capacità di condurre
lotte collettive annientata. Dovevano infine nascere generazioni che
riflettessero un nuovo tipo di umanità antropologicamente mutata.
Una generazione che non guarda più alle figure di
riferimento
come educatori perché queste rappresentano un intralcio da rimuovere
per il “capitalismo nomade”. I valori devono essere dettati
unicamente dal Mercato, e sono quelli dell’Impresa, non della
trasmissione di un ordine stabile del mondo affidata ad adulti
di riferimento. Soltanto il Mercato è il vero metro di ciò che è
“giusto” o “sbagliato”. Le figure educative, in quanto
esercitano una funzione mediatrice, dovevano essere neutralizzate
oppure demolite. Per i genitori si è seguita principalmente la prima
strada: gli adulti sono infatti a loro volta distratti e sedotti
dallo stesso modello e dagli stessi strumenti che rappresentano lo
steccato oltre il quale le nuove generazioni faticano enormemente a
guardare. Il “nuovo ordine digitale” abbassa tutti allo stesso
livello in quanto esseri desideranti. Si interpone nelle relazioni,
compresa quella educativa. Con gli insegnanti si è seguita
soprattutto la seconda via, quella del discredito, che è stata
battuta in modo sistematico. (3)
Si
mostra così che il nuovo ordine digitale rafforza e potenzia
l’ideologia neoliberista, che costituisce una forma di
totalitarismo. Stando così le cose, occorre trarre una conseguenza
ulteriore, che scaturisce direttamente dalla definizione di
“totalitarismo liberale” aggiornato al tempo della
controrivoluzione digitale e dalla connessa analogia tra la
“sincronizzazione” nazista e quella neoliberale e tecnocratica.
La conseguenza è questa: anche il “totalitarismo liberale” nella
fase attuale ha le sue forme di organizzazione di massa necessarie a
garantire la costante “sincronizzazione”. Con la differenza che
le organizzazioni dei totalitarismi novecenteschi avevano il compito
di aggregare, mentre quelle dell’odierno totalitarismo hanno il
compito di disaggregare e di farlo per altro nel modo più ultimativo
e irreversibile. Le prime dovevano mobilitare
le masse, le seconde smobilitarle.
La smobilitazione delle masse è un pilastro del neoliberismo, che ha
trovato nelle dittature del Cono Sud degli anni Settanta il suo
cruento laboratorio. Anche in questo caso, la controrivoluzione
digitale ha impresso un moto di accelerazione a logiche preesistenti.
Comune al nuovo e ai vecchi totalitarismi è, invece, lo scopo di
plasmare gli individui assoggettati secondo l’ideologia dominante.
Le odierne “organizzazioni disaggreganti” sono strumenti ma non
già nella disponibilità degli “utenti”. Devono servire,
infatti, a scomporre il corpo sociale, lusingando continuamente
l’io-digitale per ottenere la parecellizzazione dell’individuo
all’ennesima potenza.
Queste
“organizzazioni disaggreganti di massa” sono i social
network. Come per i
loro omologhi nei totalitarismi novecenteschi, ne esiste uno per ogni
fascia d’età. Gli odierni Figli della lupa, i Balilla, e gli
Avanguardisti si divideranno principalmente tra Tik tok e Instagram;
ovviamente i tagli non sono netti, diversamente dai totalitarismi
disciplinari, e nuovi social
sorgono del resto di continuo, appunto per canalizzare l’attività
desiderante. Per
i “boomer”, tendenzialmente più affezionati al riconoscimento
delle proprie opinioni che dell’immagine, c’è l’Opera
nazionale del dopolavoro che ora si presenta con la forma
accattivante e dopaminica di Facebook. Ovviamente ce n’è per tutti
i gusti e tutti sono invitati ad esprimersi e ad esporsi. Tutto, ogni
minima azione o “reazione” alimenta il vorace capitalismo
di sorveglianza. Le opinioni realmente scomode potranno pur sempre
essere limitate oppure cadere sotto la censura levigata e impersonale
dell’algoritmo. Se l’adesione alle organizzazioni di massa nei
totalitarismi disciplinari novecenteschi avveniva attraverso una
combinazione di coercizione e costruzione del consenso, il
tecno-suddito si iscrive ai social
in forma volontaria indotto dalla continua necessità di esposizione
narcisistica di sé (Byung-Chul Han(4)). Nel nuovo ordine digitale la
sottomissione diventa tanto desiderata
quanto
inavvertita.
Le
forme di disaggregazione odierne possono essere comparate alle
organizzazioni di massa dei totalitarismi disciplinari relativamente
a quattro principali aspetti tra loro strettamente legati: inquadrano
il tempo; vampirizzano o ricanalizzano le energie; entrano in tutti
gli aspetti dell’esistenza individuale fino a rendersi
“indispensabili”; ingenerano un profondo conformismo. E, mentre
fanno tutto questo, naturalmente estraggono plusvalore, ossia
monetizzano. Sono le propaggini tentacolari di una Tecnica divenuta
planetaria e strettamente intrecciata al Mercato.
In
realtà i social non si limitano a inquadrare il tempo, bensì lo
colonizzano, in modo anche più radicale ed esteso rispetto alle
organizzazioni di massa dei totalitarismi novecenteschi, che avevano
bisogno della presenza fisica. Quanto alla capacità di generare
conformismo, non deve sussistere alcun dubbio. Di certo non avere uno
smartphone o un I-phone
che spadroneggia sul nostro tempo sia lavorativo che privato è oggi
diventato tanto “sospetto” quanto lo era in passato non
partecipare alle “adunate oceaniche”. L’assenza dai social
sancisce una condizione di non esistenza apparente che scivola
nell’oblio. Il tecno-suddito esiste soltanto esponendosi, cioè
rinnovando di continuo la sua attività desiderante.
(1)
La definizione di “totalitarismo liberale” costituisce il
filo conduttore di diversi scritti di Luciano Gallino; una pietra
angolare è rappresentata dal saggio La
lotta di classe dopo la lotta di classe
(2012).
(2) Antonio Martone, Il capitalismo perde il pelo “moderno” – ma non il vizio, sta in L’Interferenza, Per un nuovo pensiero strategico, Meltemi, Milano 2026
(3) Tali processi si alimentano di una serie di elementi concomitanti, si vedano le contro-riforme scolastiche la cui funzione è stata proprio quella di erodere la funzione pedagogica dell’insegnamento, garantendo la penetrazione degli interessi di mercato.
(4)
Al filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han è largamente riconosciuto
il merito di aver condotto, nei suoi scritti, un’analisi chiara e
acuta del “nuovo ordine digitale” come sviluppo e apoteosi
dell’ideologia neoliberista.
Fonte foto: Rizomatica (da Google)