L’ultimo libro di Alessandro Volpi, edito da Einaudi, è un atto di accusa contro il capitalismo finanziario. Ciò che oggi risulta comprensibile anche a un semplice spettatore degli eventi è iniziato negli anni settanta con l’economia del debito, la centralità del dollaro, l’avvento del neoliberismo che hanno regalato decenni di egemonia agli Stati Uniti. Autori come Maurizio Lazzarato più che di finanza parlano di debito e non per avere assunto una posizione specificamente ideologica, volendo invece evidenziare anche il sistema di potere tra debitori e creditori, tra sfruttati e sfruttatori.
Quando parliamo di debito o di finanza dovremmo riuscire a cogliere una pluralità di questioni che vanno dal sistema fiscale ai rapporti di produzione e distribuzione fino ai processi involutivi del corpo statale e le conseguenti disuguaglianze sociali. Negli ultimi 50 anni i rapporti tra classi sono cambiati come lo stesso welfare e il rapporto tra pubblico e privato, la quota di ricchezza destinata al capitale è accresciuta a discapito della parte destinata allo stato sociale e al reddito.
Sono cambiati i riferimenti culturali, per dirne una, il lavoro vivo non è più centrale come 50 e passa anni fa. Tanti anni fa Lazzarato parlava di uomo indebitato come condizione diffusa di un indebitamento che riguardava famiglie incapaci non solo di risparmio ma impossibilitate ad arrivare a fine mese, costrette a vivere attraverso prestiti. Questa condizione è stata devastante con i mutui subprime quando decine di migliaia di cittadini statunitensi hanno perso la casa non potendo pagare gli interessi alle banche; parliamo di una classe media la cui proletarizzazione ha portato nel tempo acqua al mulino del trumpismo.
La condizione endemica del debito è determinata dalla debole crescita dell’economia occidentale che non riuscirà a pagare la gran quantità di debiti accumulati, i cui interessi oggi superano 17 mila miliardi. Fuori discussione l’ipotesi più ragionevole, ossia la cancellazione del debito, pur sapendo che intere aree del globo sono destinate alla perenne crisi non avendo sufficiente autonomia finanziaria. L’economia del debito è anche economia di guerra, strettamente connessa con la speculazione immobiliare (i cui risultati sono ben comprensibili in alcune nazioni come la Spagna), genera politiche razziste e securitarie, acuisce le disuguaglianze economiche e sociali, accelera i processi di riarmo e di militarizzazione.. Noi non abbiamo ricette precostituite, anche il richiamo retorico, e salvifico, ai movimenti è fin troppo semplicistico perchè la distanza tra movimenti e contraddizioni di classe è andata acuendosi. Rischiamo letture parziali focalizzando l’attenzione sui singoli temi senza una lettura complessiva. Rispetto a 50 anni fa i capitali non sono indirizzati ad investimenti produttivi ma a processi speculativi, vanno ad accrescere le attività finanziarie, favoriscono prestiti ad alcune attività che a loro volta genereranno ulteriori processi finanziari.
Guerra, riarmo e militarizzazione determinano nuovi rapporti di forza e gerarchie future sul mercato del lavoro dentro cui dovremo operare senza pensare che gli scenari possibili siano identici a quelli del passato.
Fonte foto: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-debito-come-marcatore-culturale-del-capitalismo-contemporaneo-divagazioni-intorno-a-graeber/ (da Google)