Salviamo la pelle


Un fenomeno sociale e di costume al quale bisognerebbe fare molta attenzione è quello dei tatuaggi. Ormai imperversano, è diventato difficile incontrare una persona con meno di 30 anni che non ne abbia almeno qualcuno. La responsabilità di tutto ciò, in primis, è da rintracciare tra i personaggi famosi, come cantanti e calciatori, che hanno aperto questa stagione dell’auto-profanazione, presentandosi sul palcoscenico o sul campo da calcio pieni di inchiostro, in certi casi, letteralmente dalla testa ai piedi. Mi rendo conto della spinosità dell’argomento, poiché nessuno vuole sentirsi dire cosa può o non può fare con il proprio corpo e con il proprio aspetto. Tale rivendicazione, però, non dovrebbe degenerare in quello che è un manifesto eccesso. A questo proposito, vorrei ricordarvi la distinzione che propose, negli anni 50, Isaiah Berlin, ovvero quella tra la libertà negativa e quella positiva (sulla scia di Hegel).

La prima coincide con la libertà da qualcosa o da qualcuno, ovvero con l’evasione da una situazione di costrizione, mentre la seconda è la libertà di essere o di diventare ciò che si vuole essere, realizzando il proprio potenziale e i propri desideri. Mi richiamo a tutto ciò poiché mi sembra del tutto evidente come, nella contemporanea crisi della libertà positiva, si ripieghi all’eccesso su quella negativa. Ovvero, non avendo più né i punti di riferimento ideali ed istituzionali di una volta né i mezzi pratici, come il lavoro e i soldi, per poter costruire la propria vita come si vorrebbe, o almeno provarci, ci si ritrova oppressi da una schiacciante sensazione di ingiustizia, di torto subito, che si tenta di “esorcizzare” trattandola come una costrizione o censura dalla quale ribellarsi. La crisi della nostra epoca e della nostra parte di mondo viene somatizzata (è il caso di dire) sotto forma di ribellione brutale, quasi primordiale, rispetto ad un disagio che non si riesce o non si vuole più identificare. Vediamo allora delle ragazzine le quali, non contente di potersi vestire e truccare come meglio credono e di partecipare a qualunque tipo di evento mondano, mettono in mostra questi scarabocchi che dal collo scendono loro lungo le braccia, marchiandole a vita con la loro sprovvedutezza. Oppure dei giovani ragazzi che a quanto pare vanno fieri di sembrare degli avanzi di galera, sfoggiando un aspetto talora terrificante nonché irrispettoso verso chi in galera (cioè in vera privazione di libertà) ci si trova realmente.

Qualcuno dirà che si tratta della moda del momento, che i giovani devono essere lasciati in pace. Ma purtroppo non è così. In primo luogo, un conto è rispettare i più giovani, a partire dai propri figli, un altro è abbandonarli a sé stessi, disinteressarsene, così da non porre alcun argine fra la loro ovvia inesperienza e i condizionamenti della società, che come sempre prendono di mira proprio le giovani generazioni, o comunque hanno più effetto tra di loro. Inoltre, quando Pasolini deprecava i cosiddetti “capelloni” oltre 50 anni fa, parlava per l’appunto di qualcosa che un semplice barbiere avrebbe potuto risolvere e che comunque, in un certo senso, rappresentava una presa di posizione attiva nella società, mentre i tatuaggi offrono alla passività perfino il proprio corpo, come se (assieme alla propria personalità) fosse ormai talmente inutile da poter al massimo servire come superficie da imbrattare, simile ai muri di uno stabile abbandonato. Parlando di questo, mi sovviene un ricordo cinematografico che molti di voi condivideranno: la scena nella quale il protagonista de “Il gladiatore” (2000) si lacera la pelle proprio in corrispondenza del piccolo ed unico tatuaggio che porta, la scritta S.P.Q.R. Quel minimo tatuaggio era quindi ricco di significato, ovvero il totale sacrificio del soldato agli ordini di Roma e, successivamente, il rifiuto di tutto ciò dopo gli oltraggi subiti ad opera del nuovo imperatore. Piccolo tatuaggio, grande significato, tutto il contrario di ciò che avviene oggi.

Prima ho parlato di primordialità, ma questo è ingiusto, poiché i popoli antichi (e molti ancora oggi) davano ai tatuaggi un valore molto importante sia socialmente che spiritualmente, non rappresentavano malcostume o sintomi di un profondo disagio. E poi, i popoli dell’epoca avevano totale ristrettezza di mezzi, non potevano esprimersi con grande varietà di vestiario o mostrare il biglietto da visita. Insomma, mi rivolgo soprattutto ai genitori dicendo che non si può considerare normale un tale utilizzo della propria pelle e che bisognerebbe correre ai rimedi, sia ristabilendo il dialogo in famiglia, prestando quindi maggiore attenzione alle persone che i figli frequentano, sia prendendo in tutti i modi le distanze da queste cosiddette mode e tendenze.

Salviamo la pelle.

1 commento per “Salviamo la pelle”

  1. Andrea Vannini
    2 Novembre 2026 at 23:16

    “Se non del tutto giusto quasi niente sbagliato”. Osservo solo che attualmente “salvare la pelle” più e prima dei tatuaggi porta a pensare alla guerra per la quale alacremente lavora il complesso militare industriale finanziario tecnologico e la sua emanazione USA NATO UE. Non si tratta solo di una entità “astratta ma di una élite di individui da battere e abbattere prima che sia troppo tardi (tatuati o non tatuati che siano).

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