“ <Da duecentocinquant’anni
la macchina viene sostituendo gradatamente l’uomo e distruggendo l’artigianato.
Il vasellame viene sputato fuori da uno stampo. Le opere d’arte sono state
rimpiazzate da roba stampata in serie. Lo chiami pure progresso, se le piace! L’artista
è costretto all’astrazione, confinato nel mondo delle idee. Deve disegnare
qualcosa nella sua mente, poi le macchine fanno il resto. Crede che il vasaio
sia soddisfatto della creazione mentale? Che non ci sia proprio niente nella sensazione
di toccare la creta, di guardarla prender forma mentre mani e mente lavorano assieme?
Non pensa che l’opera manuale, nel prender forma, possa servire a modificare e
sviluppare l’idea iniziale?>
<Lei non è un vasaio.> disse la dottoressa Calvin.
<Io sono un’artista creativo! Io progetto e costruisco articoli e
libri! C’è molto di più che non il semplice pensare le parole e metterle a
posto nell’ordine esatto. Se fosse tutto qui non ci sarebbe alcuna ricompensa
nel lavoro. Un libro deve prender forma nelle mani di uno scrittore. Uno
scrittore ha bisogno di vedere i suoi capitoli che crescono e si sviluppano.
Uno scrittore deve rivedere e limare la sua opera, anche se così facendo
talvolta va al di là del concetto iniziale. Ci sono centinaia di contatti tra l’uomo
e il suo lavoro, a ogni stadio della sua formazione, e il contatto in sé è
piacevole e ripaga, più di qualunque altra cosa, l’uomo della sua fatica
creativa. E i suoi robots distruggeranno tutto questo>
<La stessa cosa fa anche una dattilografa. È una macchina da stampa,
propone forse di ritornare all’incisione a mano dei manoscritti?>
<I dattilografi e le macchine da stampa portano via qualcosa, ma i
suoi robots ci vogliono portare via
tutto. I suoi robots correggono le bozze. Ben presto essi, o altri robots,
correggeranno addirittura i manoscritti, controlleranno le fonti, verificheranno
tutto, passo per passo e, magari, rivedranno anche le conclusioni. Cosa rimarrà
allo studioso? Solo una cosa: la nuda facoltà di decidere il prossimo ordine da
dare ad un robot. Io voglio salvare le future generazioni da un simile inferno.
Questo per me significava di più della mia reputazione, e così decisi di
distruggere la Società Robots degli S.U.>
<Non poteva altro che fallire lo scopo> disse Susan Calvin.
<Non potevo altro che tentare> rispose Simon Ninheimer.”
Estratto da Il correttore di bozze, Isaac Asimov, 1957.
Simon Nihheimeir, il protagonista del racconto di Asimov, uscito quasi settanta anni fa, fallisce nella sua lotta contro i robots perché nessuno si può opporre ad una tecnologia tanto utile quanto inquietante. È paradossale che ci troviamo adesso in una situazione molto simile con l’attuale IA, che è molto diversa dai robots di Asimov, ma nella sostanza, indipendentemente dal come, è capace di fare esattamente le stesse cose ovvero è in grado anche di “rivedere le conclusioni”. Se non altro questo è a merito delle capacità previsionali della fantascienza che a volte sono sottovalutate o sconosciute[1].
Ma visto che non ci si può opporre alla tecnologia, nell’ottica di
favorire un cambio politico che porti al superamento di questa fase di
capitalismo assoluto (quello a cui siamo interessati qui), si deve venire in
qualche modo a patti con essa. Quanto segue sono una serie di considerazioni
sull’impatto dell’IA sul lavoro, sulle professioni e sulla società in genere.
Non sono cose nuove, già molti ne hanno scritto, e di alcuni farò ampie, necessarie,
citazioni. Terminerò con una proposta di decalogo per l’utilizzo dell’IA nello spazio
pubblico italiano od europeo.
Alcune premesse
- rifiutare la tecnica vuol dire che il “nemico” (l’alieno, l’altro) userà quella tecnica per dominarti o, se lo ritiene necessario, distruggerti. Due esempi possono bastare: Il soft-power è parte della tecnica, in questo senso noi stati dominati dalla cultura anglosassone per almeno ottanta anni, un tempo sufficientemente lungo per imporre cambiamenti anche culturali; altro esempio: i brevetti ASML usati per i chips avanzati sono americani. Il luddismo è sempre una soluzione parziale, può andare bene per i margini, le regioni lontane non centrali ma non per la maggioranza della popolazione, quella al centro dell’economia-mondo. Peraltro, nemmeno il luddismo originario era a priori contro la tecnica, ma era contro le conseguenze sociali della tecnica.
- non tratterò il problema se l’Intelligenza Artificiale pensa o non pensa[2], dò per scontato che comunque “non pensa” né soprattutto è autocosciente, anche perché se volessimo farla una discussione sul gioco dell’imitazione ci porterebbe molto lontano dagli obiettivi di questo articolo. Peraltro, è bene ricordare che l’IA[3] si basa su stime probabilistiche, che possono essere anche molto accurate, ma non sono mai la certezza in situazioni complesse[4].
- parlerò solo brevemente dei rischi più specificamente psicologici dell’IA vista come “Grande Fratello” o “Grande Madre” (se ne occupa estesamente l’articolo di S. Bravo pubblicato qui su L’Interferenza[5]).
Su quali professioni impatta l’IA?
Siamo davvero alla fine del lavoro? Ci sono due ordini di problemi qui,
che a volte si confondono. Il primo è l’impatto dell’IA nel lavoro c.d.
“creativo”, esattamente quello invoca il professor Ninheimer, quindi
dall’arte alla semplice progettazione o anche ad una pianificazione generale.
Questo riguarda le IA attuali come Claude, OpenAI e gli altri modelli, tra cui
quelli cinesi. È chiaro che questo impatto è soprattutto sulle professioni c.d.
intellettuali che richiedono creazione, progettazione, stime, compatibilità con
le normative. Quindi parliamo soprattutto di ingegneria, in prima battuta, ma
anche medicina (diagnosi) o diritto (scrittura di istanze e sentenze)[6].
Anche la libera scrittura o le arti visive o la musica potrebbero risentire
dell’effetto dell’IA[7].
Differente è il problema dell’uso dei bot fisici, già largamente usati
nell’industria. Non sappiamo se e quando dei bot sostituiranno gli operai che
riparano l’asfalto sotto il sole d’estate, ma è una possibilità che nel futuro
potrebbe essere presa in seria considerazione: anche i lavori più umili potrebbero subire la sorte di
quelli professionali. Questo è già realtà nell’industria manufatturiera
avanzata (ci tornerò più avanti).
Una domanda sorge spontanea: quali lavori resteranno? È possibile o
quanto meno auspicabile che resteranno tutti i lavori che richiedono un
contatto umano sensibile o la necessità di socializzazione? Ma allo stato non
possiamo dire con esattezza quali lavori resteranno con certezza assoluta: un
bot antropomorfo guidato da un’IA potrebbe essere un buon badante, magari migliore del
miglior badante (ricordo che una coppia mista italo-cinese doveva tornare in
Italia lasciando gli anziani genitori di lei in Cina, l’anziana genitrice disse
alla coppia: “andate pure non preoccupatevi qui ci saranno i bot per
aiutarci”[8]).
Lo sport ha a che fare con limiti umani, per cui è quasi certo che
resterà, un bot potrà correre la maratona meglio di un umano, ma resterà sempre
un bot e non un umano. È già successo per gli scacchi che i modelli artificiali,
che nemmeno sono IA[9],
riescono a battere qualsiasi campione, ma i campioni umani continuano a
sfidarsi e i modelli sono usati per studiare strategie diverse o gli errori
umani. Ma un bot o una IA potrebbe essere un allenatore di calcio migliore del
miglior allenatore umano? O l’empatia umana è un ingrediente assolutamente
necessario?
I rischi dei modelli proprietari
Simon Ninheimeir perde la sua battaglia contro i robots di una fittizia
società privata, la dr.ssa Calvin è la rappresentante della Società Robots, non
riesce a non provare un po’ di simpatia per Simon, ma anche lei non è che un
ingranaggio del sistema. Nel nostro capitalismo avanzato i rischi dell’utilizzo
dell’IA sono evidenti: dovendo basarsi sulla massimizzazione del profitto il
capitale non ha altra strada che generare sistemi IA in competizione che
tendono a occupare il massimo spazio possibile. Abbiamo già visto questo
accadere con le grandi corporation del digitale come Google, Meta o Amazon,
solo la Cina si è parzialmente sottratta sviluppando proprie risposte come
Tiktok, Wechat o Alibaba. Ora la cosa si sta, da un paio d’anni a questa parte,
ripetendo con l’IA generativa, i sistemi americani dominano, fatto salvo le
risposte cinesi. Ma il problema è anche interno: le IA americane sono sistemi
proprietari non open, per cui essi non sono modificabili da utenti esterni che
vogliano aggiungere codice (esattamente come è accaduto nella sfida tra
Microsoft Windows e i sistemi basati su Linux), questo è naturalmente
necessario in un ambiente in cui il tuo
codice deve essere protetto da chi potrebbe copiarlo e insidiare il tuo profitto.
Patetico è il fatto che mentre i grandi fondi d’investimento, il governo americano
stesso, e le grandi corporation investono nei data center per l’IA, l’Europa
invece investe in armamenti per finanziare la follia della guerra contro la
Russia, diventando sempre più dipendente dagli USA nella tecnologia dell’IA. Il
prodotto ultimo di questo tecno-capitalismo è il neonazismo degli eletti alla
Peter Thiel, dietro al quale vi è la perpetuazione dell’Imperialismo americano,
in cui si salda l’interesse statale con
quello dei privati[10].
Il pericolo di accettare un dominio US è ancora più grande e subdolo perché è di natura psicologica basandosi sul riconoscimento di un interlocutore, l’IA che è stato nutrito secondo i canoni di una cultura che è quella dei suoi creatori. Con lucidità Alessandro Visalli ha espresso questo concetto:
“Decidono cosa è pensabile, formulabile, e lo fanno uno ad uno.
Direttamente a ciascuno. Segmentando l’universo di senso e adattando ciascuno
dentro di esso, piano piano, giorno dopo giorno, discussione dopo discussione.
Attivando una delle più forti strutture evolutive ed adattive della nostra
specie: la fiducia tra parlanti faccia a faccia. Loro non classificano
discorsi, li producono. In questo senso sono qualitativamente diversi dagli
aggregatori cui siamo abituati e dai social (anche se si stanno intrecciando ad
essi, i social ormai sono pieni di bot). Qui bisognerebbe pretendere pluralismo
dei modelli, piena trasparenza sul modo in cui sono costruiti e su cosa
definiscono conforme/deviante, modelli pubblici di cittadinanza aperti a tutti
e pubblicamente discutibili e revisionabili, carte dei valori di ciascuno, preferenza negli appalti pubblici per modelli
trasparenti e pubblici. Un punto è che non si tratta solo, o meramente, della
questione della proprietà pubblica.”
Non è detto che una proprietà pubblica possa essere salvifica: vogliamo
fidarci dell’IA cinese?
Nemmeno quella è la nostra cultura, possiamo ammirarla in quanto aperta e fondamentalmente a guida statale, ma anche essa ha per noi dei limiti che sono scritti nella nostra storia. Non è che le culture non si evolvano e non integrino parte di altre culture, per ottanta anni siamo stati culturalmente dominati dal mondo anglosassone e ora parte di quella cultura è stata rielaborata e digerita su un substrato che comunque è ancora il nostro[11]. Ci farebbe bene forse anche un po’ di confucianesimo in questi tempi amorali, ma i tempi della cultura non sono quelli événementielle del mercato, direbbe Braudel. Tutto viene assorbito lentamente, occorrono anni, mentre la dipendenza tecnologica è già adesso.
La pianificazione IA sarà possibile?
Veniamo ad un altro punto dirimente che è entrato nel dibattito sull’uso
dell’IA con un articolo di Pino Arlacchi, sicuramente interessante anche se
forse eccessivamente ottimista. Arlacchi considera l’uso cinese dell’IA come al
servizio del popolo per disegnare un futuro migliore usando una pianificazione generata
dalle IA:
“Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze.
La grande obiezione liberale alla pianificazione,
formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo
un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli
esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni
di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il
mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente
impossibile. Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo
manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale. Fu Oskar Lange,
l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco
prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua
polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayek “mettiamo le equazioni su domanda
e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un
concetto visionario allora. È realtà oggi…
La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange.
Il quindicesimo piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di
programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai
prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90%
dell’economia entro il 2030 …La densità robotica cinese è passata da 49 robot
ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la
Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. …La
forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in
un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo
si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di
riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in
servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.”
Non è noto se la pianificazione cinese, sia esso questo piano
quinquennale o i futuri, sia stata prodotta dall’IA, o se questa sia uno degli
argomenti da sviluppare all’interno del piano stesso. Arlacchi si riferisce comunque
esplicitamente alla diminuzione della forza lavoro manufatturiera, non alle
professioni intellettuali che, apparentemente, sono quelle più a rischio in
Europa. La forza lavoro manufatturiera è già molto ridotta in occidente.
Secondo dati 2019[12]:
Francia e USA sono al 20%, Italia e Germania intorno al 26-27%, mentre la Cina
era al 28%, se la proporzione di Arlacchi fosse corretta la Cina sarebbe adesso
al 24% ma è probabile che il calo sia continuato anche in occidente. Non so
quanto nel modello cinese sia praticabile fino ad arrivare a tutte le fabbriche
automatizzate in modo da far tendere a zero gli operai nell’industria. Che faranno
queste persone? C’è un limite all’assorbimento nell’alta tecnologia? Cosa
significa “servizi”?
Se guardiamo all’Italia le conseguenze del calo della forza lavoro
manufatturiera sono state quelle di una ulteriore massiccia precarizzazione del
lavoro[13]
che ha compensato la disoccupazione, ma ha aperto una forbice tra chi è
precario, soprattutto nei servizi a basso reddito (colf, badanti, riders), e i
pochi che per la loro formazione (STEM soprattutto) sono destinati appunto a
lavorare come ricercatori in industrie ad alta tecnologia. La classe media
potrebbe spaccarsi tra la massa dei giovani destinati a questi bassi salari e i
pochi che lavoreranno tra i professionisti che resisteranno nello strato
superiore.
Conclusione, una proposta di un decalogo per l’uso dell’IA
1) Sembra necessario lo sviluppo di una IA “nostra” (italiana o in subordine europea), non mancano le forze intellettuali, è appena il caso di ricordare che fino agli anni ’70 l’industria informatica italiana era la più avanzata del mondo dopo gli US grazie alla lungimiranza di uomini come Adriano Olivetti, poi la nostra inetta classe politica ha distrutto questo primato;
2) Qualsiasi sistema IA deve essere a controllo pubblico o a maggioranza
pubblica (in CDP ad esempio);
3) Ogni sviluppo deve prevedere la valutazione dell’impatto ambientale ed
energetico dei data center e di conseguenza questo problema ha anche impatto
sull’indipendenza energetica del paese e si lega strettamente alla
pianificazione energetica (va considerato anche il consumo di acqua per il
raffreddamento). È auspicabile che l’IA utilizzi energia rinnovabile[14];
4) Ogni progetto o pianificazione deve passare per la decisione umana, l’IA non prende decisioni operative, si limita a suggerire soluzioni; conviene inoltre che vi siano più IA di alto livello indipendenti, dedicate a specifici campi, o, come già fanno molti, il processo decisionale si serve dei suggerimenti di più modelli indipendenti, anche addestrati in modo diverso;
5) La plasticità dell’IA è superiore a quella della programmazione standard, laddove la gestione di un sistema trae vantaggio rispetto allo standard conviene operare con un IA entro certi limiti ben posti. Per gestione si può intendere quella di una fabbrica in cui agiscono bot fisici, o un cantiere, o una rete di qualsiasi tipo (energetica, di trasporto, dati); la gestione è distaccata dalla progettazione perché passa per la decisione umana (punto
6) La questione della privacy/sicurezza deve essere impostata in modo
rigoroso. È inevitabile che si vada sempre più verso un sistema in grado di
identificare chiunque in uno spazio pubblico o anche privato. Se la nostra
interazione con un’IA sarà a imitazione di quella tra umani, sarà chiaro che la
stessa privacy deve essere richiesta all’IA, essa può rispondere ad una domanda
che violi la privacy solo e soltanto nel caso questa sia richiesta dall’Autorità
Giudiziaria a guida umana entro determinati limiti di tempo come richiesto
dalle leggi sulla privacy;
7) Inevitabilmente si pone anche il problema di una tecnologia che attualmente è dual use ed evidentemente invade anche il campo militare. Tenere strettamente separato l’utilizzo di IA nella tattica o strategia militare da quelle utilizzate nel civile è una richiesta minima per quanto possibile, lo stesso discorso poi si dovrebbe vincolare l’IA alla minimizzazione delle vittime civili, ma questo è certamente argomento di accordi internazionali;
I punti 4-5 possono essere considerati il triangolo progettazione-decisione-costruzione
di una pianificazione guidata dall’IA, in cui l’umano interviene al livello più
alto quello decisionale. È pensabile anche come processo infinito di
riproduzione, poiché la costruzione non si esaurisce in una eterna gestione, ma
in una nuova progettazione che rimedierà ad errori e carenze o introdurrà nuova
tecnologia, in questo caso il vertice umano svolge un lavoro di supervisione.
I successivi tre punti riguardano la necessaria compensazione del lavoro
e sono copiati integralmente da un commento di Alessandro Visalli:
8) proibito per legge licenziare avendo come motivazione che
l’automazione tramite IA consegue maggiore efficienza del lavoratore (operativamente,
nelle imprese in cui viene introdotta la IA in un settore, nei 24 mesi
successivi ogni licenziamento, salvo dimostrazione analitica, si intende connessa con l’automazione ed è proibita);
9) stabilire un piano di riduzione dell’orario di lavoro, a parità di
retribuzione, settore per settore,
indicizzato al valore aggiunto per ora lavorata.
10) creazione di un fondo di perequazione intersettoriale che prelevi dai
settori che conseguono guadagni di efficienza per automazione, per
redistribuire in formazione, riduzione di orario di lavoro nei settori stagnanti. Con particolare
attenzione ai settori della salute e servizi.
[1]
Una recente polemica è nata sul Corriere della Sera dopo un articolo di Mauro
Covacich ed ancora presente con diversi botta e risposta.
[2]
l’autocoscienza che è la caratteristica delle Intelligenze Artificiali del
celebre romanzo Neuromante di William Gibson (1984), una apparentemente
“buona” e una sicuramente “cattiva”, non è assolutamente presente
negli attuali LLM che si limitano ad una stima probabilistica basata su un
enorme quantità di dati. Questo non esclude però che una IA generativa globale possa prendere decisioni autonome che
potrebbero in linea di principio modificare il corso della storia (all’estremo
scatenare una guerra mondiale perché si stima una probabilità di vincerla, è la
tesi più o meno folle, della serie di film Terminator). I limiti di una IA sono
un elemento fondamentale dello stesso romanzo di Gibson.
[3]
qui userò per semplicità d’ora in poi il termine IA, altri usano termini
diversi come “macchina artificiale” (Franco Romanò nella sua risposta
a Moreno Pasquinelli su Sinistra in Rete) o “macchina IA”.
[4]
Forse è più utile per comprendere i limiti di un modello probabilistico pensare
la complessità nel senso di Luhmann, ovvero non è possibile mettere in
relazione ogni elemento con ognuno degli altri (Niklas Luhmann, Sistemi
sociali, Il Mulino 1990) che la complessità in senso classico come sistema che
più della somma delle parti.
[5] https://www.linterferenza.info/attpol/ia-la-grande-madre-tecnocratica/
[6]
Un amico ha provato a dare in pasto sentenze e allegati ad una IA, con un
opportuno prompt è possibile scrivere in
cinque minuti un ricorso al CSM quasi perfetto. Il CSM potrebbe essere
costretto in futuro esaminare migliaia
di ricorsi scritti da una IA, alla massa dei quali potrebbe forse rispondere
solo un’altra IA, di fatto rendendolo inutile da questo punto di vista.
[7]
come è noto l’UE ha imposto che i prodotti IA siano riconoscibili attraverso un
“watermark IA” (ovvero alcune parole chiave inserite nei testi)
alcuni sistemi come Claude si sono adattati, altri non ancora. Tuttavia, questo
sposta solo il problema e ci sono certamente metodi per non farsi riconoscere
(basta rielaborare leggermente un testo per rendere difficile
l’identificazione).
[8] Visto su
https://dazibao.substack.com/ in riferimento alla famiglia dell’autore del
blog.
[9] gli scacchi
sono un gioco completamente deterministico non ci sono probabilità in gioco, la
capacità di vittoria si basa sulla bruta capacità di calcolo di tutte le
possibili mosse partendo da una data configurazione.
[10] È
appena il caso di ricordare che Google è nata da un progetto nell’Università di
Berkeley finanziato dalla CIA.
[11]
È interessante guardare a due film di Gabriele Mainenti come esempi di
ibridazione culturale, il primo dedicato ad una reinterpretazione del mito dei
supereroi, Lo chiamavano Jeeg Robot, e il secondo La città proibita,
dove il tema è invece una rilettura in salsa romana dei film sul kung-fu.
[12] Prendo
i dati da Emanuel Todd, cfr. il mio articolo https://www.linterferenza.info/cultura/a-che-punto-sono/
[13] https://www.sollevazione.it/2026/08/inchiesta-sulla-caduta-dei-salari-in-italia-di-leonardo-mazzei.html
[14] In Italia esistono molteplici centrali idroelettriche dismesse o abbandonate, il loro uso per i data center potrebbe essere un’idea poiché uniscono alla produzione di energia anche la presenza di acqua corrente. In linea di massima l’idroelettrico per questo motivo è forse la soluzione più vantaggiosa.
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