Qualche considerazione a caldo
sul derby TRUMP/MAGA VS DEM/WOKE (ora soltanto un pochino meno “crazy” ed
estremista rispetto a poco tempo fa), che ha visto prevalere, come ampiamente
previsto, i secondi sui primi, le due fazioni del sistema capitalista americano
da sempre in competizione per chi vince il campionato, per restare nella
metafora calcistica, cioè per il controllo e la gestione della macchina di
governo, amministrativa, politica e militare degli USA.
Intanto vorrei dire che non ho
mai creduto che il “trumpismo” rappresentasse una svolta epocale per gli Stati
Uniti. Trump e il trumpismo sono stati una risposta, ovviamente reazionaria, di
una parte del capitalismo americano alla sua crisi e alla sua incapacità e
impossibilità oggettiva di continuare ad essere egemone sul mondo. Questo
tentativo sta fallendo per una serie di ragioni. Vado in ordine sparso.
Le condizioni economiche e
sociali di quella parte di società che ha sostenuto Trump sperando in un
cambiamento reale, cioè la fine della proiezione esterna degli USA – leggi, le
guerre imperialiste aperte dalla gestione (democratica) precedente – e nella ripresa
del processo di industrializzazione interna, sono state disattese. La guerra
all’Iran si è rivelata un boomerang per gli Stati Uniti, il prezzo del petrolio
è schizzato e, come ben sappiamo, per i cittadini americani il costo della
benzina è una sorta di termometro delle proprie condizioni di vita, un po’ come
per noi il prezzo dei generi alimentari. Ma la crisi energetica nel suo
complesso, dovuta alla guerra, comporta inevitabilmente l’aumento generalizzato
dei prezzi di tutte le merci, compresi i beni di prima necessità. E se il costo
dell’energia sale anche il processo di re-industrializzazione non può
ripartire. In poche parole la guerra all’Iran (e agli Houti) è stata una
sciagura per Trump, forse un errore di calcolo, forse perché spinto da Israele
e dalle potentissime lobby sioniste che in larghissima parte determinano la
politica estera degli USA, forse perché realmente convinto di poter sconfiggere
l’Iran e mettere le mani sulle risorse di quel paese. Sta di fatto che il
disastro è stato totale, sia per quanto riguarda la capacità degli USA di riconquistare
l’egemonia assoluta nel Medio Oriente sia, come già detto, per la perdita di
consensi al proprio interno. Anche la strategia di scaricare sull’Europa i
costi della guerra alla Russia non ha dato i frutti sperati. Agli occhi della
maggior parte degli elettori americani la relazione personale del Tycoon con
Putin è stata percepita più come un cedimento piuttosto che come una strategia per
riconquistare una posizione di forza nel mondo costruendo un nuovo rapporto con
la Russia al fine di indebolire il rapporto di quest’ultima con la Cina (e con
i BRICS).
Sotto il profilo interno, le
politiche brutalmente anti immigrazioniste che erano uno dei mattoni fondamentali
del programma di governo si sono rivelate un vero e proprio fiasco, e infatti
sono state sospese ma ormai la frittata era stata fatta. Trump e i suoi sodali
non sono riusciti a creare quel blocco sociale anti immigrazionista che
speravano coinvolgendo anche settori sociali e pezzi di opinione pubblica non
necessariamente repubblicana (e, se repubblicana, non di stretta osservanza trumpiana),
comunque ostile ad una immigrazione fuori controllo e sensibile ai temi della
sicurezza. La rozzezza e la brutalità con
cui queste politiche sono state portate avanti hanno prodotto l’effetto
contrario e sono riuscite addirittura a riavvicinare questi settori della
società americana ai dem, nonostante la loro avversione, comprensibilissima, al
wokismo più o meno esasperato, diventato da almeno una ventina di anni a questa
parte la principale bandiera ideologica dei liberal e soprattutto della “sinistra”
del partito democratico.
Il combinato disposto di tutto
ciò, in estrema sintesi, ha portato alla sconfitta alle elezioni di Midterm. Resta soltanto lo zoccolo duro del MAGA ma con
questo da solo non si vince e non si governa.
Cosa accadrà ora e nei prossimi
due anni? Come dicevo nell’incipit non ho mai creduto che il trumpismo
rappresentasse una svolta epocale ma solo una fase di passaggio. Naturalmente
le sorti degli USA e delle varie amministrazioni che da sempre si succedono
alla guida di quel paese dipendono in larga misura dall’andamento della
situazione economica e geopolitica mondiale. Gli Stati Uniti, indipendentemente
da chi è al governo, sono sempre stati e sempre saranno una potenza capitalista
e necessariamente imperialista, per ragioni oggettive. Se vogliono mantenere il
livello di consenso e di relativa pace sociale al proprio interno devono far sì
che una parte consistente se non maggioritaria dei loro cittadini abbia un
tenore di vita relativamente alto o medio-alto, e per far questo hanno
necessità di estrarre enormi risorse dal resto del mondo. Il problema è che
ormai una gran parte di questo resto del mondo non è più disposto a dargliele né
gli americani sono in grado di imporglielo. Nello stesso tempo sono oberati da
un debito macroscopico non solvibile e dal processo di de-dollarizzazione in
corso ormai da tempo (diversi paesi, Cina, Russia, Iran e in parte anche l’India
e altri ancora non scambiano più in dollari). In altre parole il sogno che sembrava potersi concretamente
materializzare dopo il crollo dell’URSS, di diventare i padroni assoluti del
pianeta e quindi di fatto i primi detentori della ricchezza mondiale, è
definitivamente tramontato. Ora, il loro
obiettivo, indipendentemente, lo ripeto ancora, da chi vincerà il prossimo
derby delle presidenziali, ossia da chi siederà alla Casa Bianca fra un paio d’anni,
sarà come riconquistare il terreno perduto, cioè continuare ad esercitare un
controllo assoluto su quella parte di mondo realisticamente controllabile e
quindi cercare di contenere l’avanzata dei BRICS e in particolare della Cina. Di
conseguenza, la guerra ibrida, come viene chiamata, continuerà, con o senza
Trump, molto più probabilmente senza quest’ultimo. Solo l’andamento delle vicende
nei vari quadranti geopolitici, potrà determinare quali e quante guerre, più o
meno locali, si verificheranno nel mondo, per il controllo delle varie aree,
nel Medio Oriente come nell’Indo-Pacifico, in America Latina o nel cuore stesso
dell’Europa.
Come ho sempre sostenuto, con il
probabile prossimo futuro ritorno dei dem alla Casa Bianca, tornerà ad essere
dominante l’ideologia woke (solo leggermente appassita in questi anni), quella
che noi chiamiamo “politicamente corretta”, in tutte le sue articolazioni. La
differenza è che dal crollo del muro di Berlino fino a qualche anno fa, quando
appunto gli USA erano ancora convinti di poter avere il dominio totale sul
mondo, questa ideologia pretendeva di essere universale. Le guerre imperialiste,
camuffate come “guerre umanitarie”, sono infatti state portate avanti negli
ultimi trenta/quarant’anni anni all’insegna della esportazione della democrazia
e dei diritti civili. Una sorta di missione “universalista” coerente con lo “spirito”
della “nazione americana”, “unica e indispensabile al mondo”. Ora tale ideologia
resterà immutata nei contenuti ma sarà costretta a ridimensionarsi dal punto di
vista della sua “estensione”, diciamo così. Non più l’ideologia destinata, come
nei sogni dei liberal, ad unificare il mondo – ridotto ad un unico grande
mercato globale, una sorta di gigantesco Mc Donald dominato dagli Stati Uniti –
ma il baluardo della civiltà occidentale contro il resto del mondo medioevale, barbaro,
autocratico, patriarcale e oscurantista. In altre parole, un ridimensionamento (ma solo
nel senso della sua capacità estensiva) della sovrastruttura ideologica determinata
dalla struttura, cioè dalle condizioni oggettive economiche, tecnologiche,
militari che vedono gli USA e il blocco occidentale sulla difensiva in questa
fase storica. Una visione sostanzialmente non meno reazionaria e razzista di
quella delle destre, trumpiane e non, americane o europee.
E dal momento che la politica europea è sempre condizionata da quella d’oltre oceano e tutto ciò che accade laggiù, dalla fine della seconda guerra mondiale, accade anche qui in Europa, è probabile che le destre europee, vecchie e nuove, subiscano un contraccolpo dalla sconfitta del trumpismo. Non che questo sia un male, sia chiaro, al contrario, ma sappiamo purtroppo bene che dall’altra parte non abbiamo una reale alternativa al sistema capitalista, neoliberale e neoliberista, ma solo una sua variante, quella, appunto, “progressista e politicamente corretta”. Insomma il sempiterno gioco del poliziotto (apparentemente) buono contro il poliziotto cattivo. Ciascuno di questi due rappresenta pezzi dello stesso sistema – lobby, gruppi di potere, capitali e capitalisti, classi dirigenti, apparati mediatici, politici e militari – in competizione fra loro (capitalismo della sorveglianza, capitalismo per “procura”, capitalismo estrattivo). A loro volta queste fazioni (le definisco tali per semplificare le cose, ma in realtà siamo di fonte ad un sistema estremamente complesso) riescono ad esercitare egemonia su questa o quella parte di società civile in base alla contingenza del momento e agli interessi che quelle stesse fazioni riescono a rappresentare o ancor meglio alla capacità persuasiva che hanno di rappresentarli effettivamente. Ma questo è un tema estremamente importante e complesso che sarà oggetto di una prossima riflessione.
Fonte foto: https://www.armadninoviny.cz/kdo-je-american-maga-proti-woke-v-bitve-o-dusi-usa.html (da Google)