Intervista
alla Prof.ssa Hanieh Tarkian, docente di studi islamici presso l’Università
Unidolomiti di Belluno, a cura di Stefano Zecchinelli.
1. Prof.ssa Tarkian, nonostante la Repubblica
Islamica dell’Iran abbia attivamente sostenuto la Resistenza palestinese
infliggendo umilianti sconfitte all’imperialismo israeliano, in Europa (Italia
compresa), molti attivisti “propal” (per non parlare del giornalismo cosiddetto
“non allineato”) continuano a definire l’Iran una “teocrazia”, dimostrando una
conoscenza alquanto approssimativa delle dinamiche geopolitiche del nostro
tempo. Come si spiega, da un punto di vista culturale, questo cortocircuito
politico?
Questo cortocircuito politico e culturale nasce innanzitutto da un’egemonia
ideologica liberale che ha colonizzato anche ampi settori del progressismo,
dell’attivismo e della cosiddetta “sinistra radicale” o “non
allineata” in Europa. Molti attivisti in Occidente soffrono di un radicato
imperialismo morale: pretendono che la resistenza
all’imperialismo globale debba conformarsi esclusivamente ai canoni, ai
linguaggi e alle categorie della modernità laica o progressista europea.
Quando si scontrano con la realtà della Repubblica Islamica dell’Iran,
rifiutano di comprenderne la struttura istituzionale e la liquidano con la
comoda etichetta coloniale di “teocrazia” o “dittatura”.
Questo atteggiamento è alimentato da decenni di propaganda martellante e di
“iranofobia” veicolata dai media mainstream, gestiti dalle élite
mondialiste e guerrafondaie che hanno costantemente bisogno di costruire un
“nemico necessario” per giustificare le proprie ingerenze, le guerre
e le sanzioni illegali che affamano i popoli.
Da un punto di vista culturale, si commette l’errore di giudicare il
sistema iraniano attraverso un paradigma esclusivamente eurocentrico, ignorando
la realtà dei fatti: l’Iran non è una teocrazia, ma una Repubblica Islamica. È una “repubblica”
perché si fonda sulla sovranità popolare — sancita storicamente da un
referendum in cui il 98% dei votanti scelse questo ordinamento — ed è
“islamica” perché il suo apparato legislativo si basa sui valori
religiosi e sulla dottrina della Wilayat al-Faqih
(l’autorità del giurista garante). Il popolo partecipa attivamente alla vita
politica eleggendo il Presidente della Repubblica, il Parlamento e l’Assemblea
degli Esperti, la quale a sua volta ha il compito di nominare e vigilare sulla
Guida Suprema.
Non si vuole comprendere che l’Asse della Resistenza non si fonda sui dogmi
liberali, ma sul diritto sacro dei popoli all’autodeterminazione e sulla
sovranità culturale. Per l’attivismo occidentale, sostenere la Palestina è
accettabile solo finché la si dipinge come una vittima inerme; quando la
Palestina si fa Stato, si fa asse di resistenza armata e trova nell’Iran il suo
polmone logistico, militare e spirituale, scatta il rifiuto pregiudizievole.
Gli attivisti europei, purtroppo, si lasciano ingannare dalle false narrazioni
di pseudo-ONG politicizzate, cadendo nella trappola di chi vuole annientare
l’unica vera forza sovrana che si oppone all’imperialismo nella regione.
2. Quali sono, al momento, le relazioni
che intercorrono fra il governo iraniano, governo riconducibile alla sinistra
riformista, con la Resistenza palestinese? Ricordiamo, inoltre, che la
Resistenza palestinese, oltre Hamas, ricomprende organizzazioni come la Jihad
islamica (di orientamento “islamico-socialista”) ed i marxisti del Fronte
Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP).
Le relazioni dell’Iran con la Resistenza palestinese non sono determinate
dalle contingenze o dal colore politico dei governi di turno a Teheran.
L’attuale presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, appartiene sicuramente all’area
riformista, la quale storicamente ha mostrato un approccio più propenso al
dialogo con l’Occidente (come si è visto con l’accordo sul nucleare). Tuttavia,
la politica estera strategica e il sostegno ai popoli oppressi sono pilastri costituzionali
e dottrinali invalicabili della Repubblica Islamica, tracciati direttamente
dalla Guida Suprema.
La politica di sostegno incondizionato alla causa palestinese e all’Asse
della Resistenza (Mahwar al-Muqawamah) trascende le
dinamiche partitiche interne. L’Iran collabora attivamente con tutte le anime
della Resistenza, non considerandole come semplici “proxy” o
delegati, ma come alleati sovrani alla pari:
- Hamas e Jihad Islamica: Movimenti con cui
esiste una profonda comunanza etica, spirituale e strategica orientata alla
liberazione di Gerusalemme (Al-Quds).
- Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
(FPLP): Nonostante le storiche radici marxista-leniniste del FPLP, l’Iran applica
con pragmatismo il principio della convergenza antimperialista. L’unità
d’azione contro l’occupazione sionista supera e azzera qualsiasi divergenza
dottrinale o filosofica.
L’Asse della Resistenza non è un blocco ideologico omogeneo, ma una
coalizione pluralista unita dall’obiettivo comune dello smantellamento del
giogo coloniale. Il principio di base dell’Iran è unire tutte le forze — siano
esse sciite, sunnite, cristiane o di matrice socialista — nella lotta comune
contro l’oppressione imperialista e sionista.
3. Può darci, molto brevemente, un suo
giudizio concernente il vertice NATO di Ankara terminato con la dichiarazione
congiunta dell’8 luglio 2026? Quale potrebbe essere, in questa congiuntura
storica, il ruolo della Turchia di Erdogan?
Il vertice NATO svoltosi ad Ankara nel luglio del 2026 ha mostrato chiaramente
il tentativo disperato dell’Alleanza Atlantica di puntellare la propria
egemonia eurasiatica, proprio mentre gli Stati Uniti affrontano un palese
declino strutturale.
In questa congiuntura, la Turchia di Erdogan gioca la sua solita partita,
profondamente opportunistica, ambigua e intrisa di contraddizioni strutturali:
- Da un lato, ospitando il vertice atlantico, Ankara riafferma la propria
indispensabile centralità militare all’interno della NATO, utilizzando questo
peso geopolitico come fondamentale leva negoziale sia nei confronti
dell’Occidente sia nei rapporti con l’Est e le potenze eurasiatiche.
- Dall’altro lato, sul piano retorico, Erdogan cerca di accreditarsi come
mediatore diplomatico globale e difensore della causa palestinese, un
posizionamento necessario per non perdere legittimità di fronte al proprio
elettorato interno e all’intera opinione pubblica del mondo islamico.
Non dobbiamo dimenticare che la Turchia ha spesso perseguito agende
neo-imperiali spregiudicate e destabilizzanti per l’area, come dimostrato dal
sostegno ai gruppi armati in Siria. Nonostante la retorica, la Turchia rimane
strutturalmente integrata nel sistema economico e militare della NATO. Quello
di Erdogan è un equilibrismo tattico, non una rottura strategica in chiave
antimperialista.
L’Iran, muovendosi in un’ottica puramente multipolare, adotta verso Ankara
un approccio pragmatico: punta ad allentare le tensioni bilaterali, mantenere
buoni rapporti di vicinato e risolvere le divergenze attraverso i canali diplomatici,
ben consapevole che un conflitto o una polarizzazione tra vicini andrebbe a
esclusivo vantaggio delle agende di Washington e Tel Aviv.
4. Le esequie della Guida Suprema
Khamenei ci hanno presentato un Iran coeso, unito da un forte orientamento
antimperialista. Questo potrebbe avere un riflesso anche nella politica interna
iraniana, avvicinando le politiche governative alla linea anticapitalista
sistematizzata da Ali Shariati?
Le solenni esequie della Guida Suprema Ayatollah Khamenei hanno smentito in
modo clamoroso i sogni geopolitici e le narrazioni dei media occidentali, che
da tempo dipingevano un Iran fragile e sull’orlo del collasso interno. Al
contrario, la straordinaria partecipazione popolare ha mostrato al mondo una
nazione compatta, cementata da una profonda coscienza storica e da un saldo
sentimento patriottico e antimperialista.
La barbara aggressione perpetrata dall’amministrazione statunitense proprio
nei giorni del lutto, che ha vigliaccamente colpito infrastrutture civili e pellegrini
nel nord e nel sud del Paese, ha ottenuto l’esatto contrario di ciò che
speravano gli oppressori. Come accadde nel 2020 con il martirio del generale
Soleimani, l’aggressione esterna e il sangue dei martiri hanno l’effetto
storico di compattare l’intero popolo iraniano attorno alle proprie
istituzioni.
Questo immenso bagno di popolo ha riflessi formidabili sulla politica
interna iraniana:
- Riafferma con forza la centralità dei valori originari della Rivoluzione
del 1979 rispetto alle sirene del neoliberismo economico che alcune correnti
tecnocratiche e riformiste hanno tentato di accreditare negli anni.
- Riattualizza l’eredità intellettuale di Ali Shariati, il
sociologo che seppe unire l’analisi anticapitalista alla teologia
rivoluzionaria sciita. Il pensiero di Shariati è stato uno dei punti di
riferimento prima della Rivoluzione: la richiesta di giustizia sociale (‘adalah) e la difesa degli oppressi (mustad’afin) contro gli oppressori (mustakbirin) si impongono oggi non come opzioni teoriche,
ma come le uniche ricette pratiche per garantire la coesione sociale e la
sicurezza nazionale di fronte alla guerra economica dell’Occidente. Questi sono
stati anche gli insegnamenti dell’imam Khomeini basati sulla dottrina sociale
dell’Islam.
Il malcontento che talvolta emerge in alcuni settori della popolazione non
esprime il desiderio di abbracciare il modello liberal-capitalista occidentale,
bensì la richiesta che lo Stato iraniano applichi con maggiore rigore i
principi di equità sociale e lotta alla povertà scritti nella sua Costituzione.
La Resistenza, per il popolo iraniano, non è solo una dottrina militare, ma è
anche il rifiuto del materialismo alienante imposto dalle élite finanziarie
globaliste.
5. Lei ritiene che la vittoria militare dell’Iran
contro la “coalizione di Epstein”, un capolavoro di strategia militare dettato
dalla “difesa a mosaico” sciita, potrebbe aprire le porte a nuove Rivoluzione
anti-coloniali in Asia occidentale?
La straordinaria tenuta militare e strategica dell’Iran e dell’Asse della
Resistenza di fronte alle massime pressioni della coalizione imperialista
rappresenta una svolta storica epocale. L’arroganza degli Stati Uniti e di
un’amministrazione Trump palesemente ricattabile — anche a causa delle pesanti
ombre e degli scandali legati alla rete di ricatto di Epstein — si è
letteralmente infranta contro la determinazione dell’Asse.
Questa vittoria è il capolavoro della dottrina della “difesa a mosaico”. Questa strategia
asimmetrica, profondamente legata alla flessibilità dell’Asse della Resistenza,
ha dimostrato sul campo che l’immensa superiorità tecnologica e bellica della
coalizione atlantista e sionista può essere neutralizzata e sconfitta
attraverso:
- Una straordinaria capacità di deterrenza missilistica e l’impiego di droni
in grado di saturare i sistemi di difesa nemici.
- Una guerra di logoramento asimmetrica, decentralizzata e fortemente
radicata nel territorio, che abbiamo già osservato a Gaza e nel Sud del Libano.
Le operazioni militari del 2026 hanno infranto definitivamente il dogma
dell’invincibilità dell’apparato militare statunitense e israeliano.
Dimostrando concretamente che il “colosso dai piedi d’argilla”
dell’imperialismo può essere arginato e battuto.
Questo esito storico apre indubbiamente la strada a una nuova era. Mostrando ai popoli oppressi dell’Asia occidentale e ai diseredati di tutto il mondo che è possibile resistere e vincere contro il dominio unipolare, la Repubblica Islamica ha acceso una scintilla che ispirerà inevitabilmente nuove e inarrestabili ondate di liberazione e rivoluzioni anti-coloniali contro le ingerenze sioniste e atlantiste.