Genetica della Rivoluzione sovietica e crollo dell’URSS

Pubblichiamo questo interessante articolo del nostro collaboratore Salvatore A. Bravo che personalmente condivido solo parzialmente. In particolare dissento radicalmente sulla parte finale dove l’autore – riprendendo e citando un passo di un libro di Costanzo Preve – individua nella classe media il possibile nuovo soggetto se non rivoluzionario, comunque resistente al capitalismo.

Non c’è dubbio che alcuni settori di piccola-media borghesia impoveriti o “proletarizzati” dalla crisi e dal processo di globalizzazione capitalista, potrebbero in linea teorica essere spinti ad allearsi con i ceti popolari e subalterni e con la grande massa del lavoro dipendente, stabile o precario, ma solo se quest’ultimo è in grado di essere un punto di riferimento per quei ceti, di costituirsi come un blocco sociale, cioè come classe, provvista di coscienza e autonomia politica. Viceversa, in assenza di tale blocco sociale, quella piccola-media borghesia è inevitabilmente destinata ad essere preda delle forze reazionarie di destra (cosa che sta avvenendo e in buona parte già avvenuta) la cui funzione è proprio quella di disinnescare quel che di potenzialmente sovversivo potrebbe esserci in quel ceto sociale, indirizzandolo verso falsi obiettivi (autoctoni contro immigrati) o addirittura rivolgendolo contro gli stessi lavoratori e ceti subalterni; penso ad esempio all’ostilità nei confronti dei lavoratori pubblici o alla retorica interclassista del mondo dei “produttori” (che vorrebbe unire i lavoratori e i datori di lavoro) contro quello dei “parassiti” (cioè di tutto il comparto del pubblico impiego) e del “capitalismo buono”, cioè quello produttivo”  contro il “capitalismo cattivo”, cioè quello finanziario.

Una questione molto complessa che naturalmente non può essere esaurita in poche righe e che rimando a successivi articoli. Non c’è dubbio però che questo articolo di Bravo sia di stimolo ad un dibattito vivace e fecondo sul tema.

(Fabrizio Marchi)

 

 

 

Genetica della rivoluzione sovietica

Costanzo Preve in  La fine dell’URSS dalla transizione mancata alla dissoluzione reale ripercorre la fine dell’Unione Sovietica cercando di comprenderne le cause nella complessità del loro intreccio “locale” ed “internazionale”. Il comunismo sovietico ha la sua genesi nell’inutile strage  della Prima guerra mondiale, la quale fece da detonatore alle contraddizioni che insidiavano l’impero dei Romanov. La rivoluzione non era scritta nelle ferree leggi della storia, era una possibilità, la cui traduzione in atto è stata causata da una serie di circostanze concomitanti, in primis, per il dispendio di vite umane  (tre milioni circa nella sola Russia), per l’inflazione e  per  i nazionalismi che minavano l’impero e che non trovavano risposta alcuna nel governo zarista. Senza la macelleria della Prima guerra mondiale l’impero poteva evolversi diversamente. Lenin ed il partito comunista nel caos della caduta dello zar (15 marzo 1917)  seppero trasformare una circostanza storica in prassi. La popolazione russa composta in grandissima parte da contadini non era comunista, ma appoggiò il comunismo, poiché il trattato di Brest-Litovsk  (3 Marzo 1918) poneva fine alla “macelleria”. Il grande errore di Aleksandr Fëdorovič Kerenskij (21 luglio 1917- 7 novembre 1917) nel condurre il governo borghese  fu di continuare la guerra e di essere in linea con il potere zarista che si era mostrato cieco e sordo alle richieste della popolazione. La storia dell’Unione Sovietica inizia con una rimozione; la sua istituzione è l’effetto non delle leggi marxiste della storia, ma di un evento inaspettato che lo stesso Lenin  ha saputo utilizzare in funzione della rivoluzione d’Ottobre. La rimozione è stata un vulnus nella politica sovietica, poiché di primaria importanza era coinvolgere la popolazione nella politica, in modo che si sentisse parte attiva in un grandioso progetto condiviso:

“L’atroce macelleria è dunque il fondamento di legittimazione, a mio avviso sacrosanto ed indiscutibile, della rivoluzione russa del 1917. Se mettiamo a fuoco gli ultimi dieci anni di vita di Lenin (1914-1924), vediamo che ci sono in essi quattro distinti eventi politici: il rifiuto frontale di ogni legittimazione, sia pure implicita o possibilistica, dell’atroce macelleria, con il conseguente ritiro di ogni titolo di legittimazione giuridica e politica degli stati che l’avevano promossa; la scelta rivoluzionaria di presa del potere dell’Ottobre 1917, dopo che fu chiaro che tutte le altre forze politiche, dai cadetti ai socialrivoluzionari, non erano disposti a firmare una pace separata; la conduzione di una guerra civile terribile, durata dal 1918 al 1921, dichiarata, iniziata, condotta e scatenata da chi aveva voluto l’atroce macelleria; ed infine, dal 1921 alla morte, la scelta convinta della NEP, cioè di una nuova politica economica che lasciava spazio a forme di piccola e media impresa industriale ed agricola[1]”.

 

Materialismo aleatorio

Il comunismo sovietico non è mai stato sostenuto da un moto rivoluzionario diffuso, da un sollevamento dei popoli della Russia  che hanno fondato il comunismo. L’inizio è stato caotico e appoggiato dalla chiara volontà di pochi di dare al comunismo, in circostanze nazionali ed internazionali che continuavano ad essere avverse la sua inaspettata concretizzazione. L’alzata di scudi dei capitalisti con la guerra civile tra bianchi e rossi (1917-1922) è la dimostrazione delle difficoltà che la classe dirigente del partito comunista ha dovuto affrontare. La stessa pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918)  rientra nella strategia di “cedere” un terzo della Russia ai tedeschi per salvare la Rivoluzione. In questo clima si produce la necessità di una classe dirigente che guidi col ferro e col fuoco la nazione fuori dalla tempesta della guerra civile. Vengono a mancare, in questi anni, le condizioni per una partecipazione generale al nuovo corso storico divenuta in seguito strutturale. La ragione profonda del crollo sovietico nel 1991 è individuato da Preve nel disincanto della Rivoluzione che non è riuscita ad eliminare i rapporti di sussunzione. Il crollo non era inevitabile[1], in quanto la storia si gioca su molte variabili con il relativo incrocio, ciò malgrado per “tentare” di capire senza pretendere di avere in tasca facili verità è necessaria una visione olistica e un “materialismo aleatorio” libero dal determinismo. Il comunismo sovietico si è sclerotizzato in forme di alienazione che divengono strutturali, e che hanno comportato la divisione della popolazione in dominatori e dominati:

“A volte bisogna tagliare con la spada un nodo gordiano. Charles Bettelheim lo ha tagliato rilevando, a partire dal 1929 e dalla collettivizzazione dell’agricoltura, la formazione di due gruppi separati della società sovietica, i dominanti e i dominati[2]

Nulla di più distante da quanto prospettato da Marx che intendeva il comunismo come la realizzazione “delle libere individualità sociali”.

 

Nuova classe dominante

Costanzo Preve predilige “il termine nuova classe dominante” per non schiacciare quest’ultima su facili definizioni, ma evidenziarne la novità dei nuovi dominatori pur essendo simili per taluni aspetti alla borghesia. I nuovi dominatori non sono burocrati, perché non hanno strappato la gestione del potere alla classe operaia e contadina, per cui Preve definisce la nuova classe al potere “nuovi dominatori”:

“Il termine di nuova classe dominante comunista deve essere preferito ai termini di burocrazia o di (nuova) borghesia per le seguenti ragioni. In primo luogo, il termine di burocrazia implica un’usurpazione burocratica originaria, ma perché ci sia quest’usurpazione burocratica originaria bisogna presupporre nella classe operaia e proletaria una capacità complessiva di autogestione economica e di autogoverno politico globali (…). In secondo luogo, il termine borghesia non può essere impiegato riduttivamente nel solo significato di “agenti della produzione” (magari della produzione capitalistica nella forma del capitalismo di Stato). Il termine “borghesia” è più ampio, non coincide con quello di capitalismo, ed implica dimensioni politiche, economiche, culturali e sociali che si risolvono nella semplice funzione di agente della produzione[3]”.

La mobilità sociale in Unione Sovietica è realtà possibile, ma tremenda sotto Stalin (1924 1953), si fa carriera con la partecipazione alle purghe. Si avanza in una realtà sociale violenta che ha fatto della delazione e della partecipazione al crimine la sua tragica regola in un clima di aggressioni interne ed esterne. Costanzo Preve da comunista/comunitarista non cerca di difendere posizioni ideologiche, ma di capire, affinché la verità possa salvare future esperienze alternative al capitalismo assoluto e possa insegnare che capire è più importante che appartenere:

“In breve, la fine delle purghe di massa comportò indirettamente anche la fine dei processi  di rapida mobilità sociale ascensionale dal basso[1]”.

 

Destalinizzazione

Kruscev (1953-1964) lasciò intatto il baraccone comunista, si liberò di Stalin per rafforzare la condivisione oligarchica. Il male è proiettato su Stalin, il quale è beffardamente assimilato a figure grottesche e sanguinarie e diviene il centro di tutte le contraddizioni della società, del potere e dell’economia sovietica, in questo modo la destalinizzazione conserva il potere sovietico senza riformarlo:

“Assimilato così a Caligola ed a Nerone, la caduta simbolica di Stalin permetteva ai senatori di rendere nuovamente (o in questo caso per la prima volta) collegiale il loro dominio sfrontatamente oligarchico[2]”.

Il blocco della mobilità sociale, in assenza di purghe, è fatale per la società sovietica che si avvia verso l’immobilità. Breznev (1964-1982) deve gestire l’irrigidimento con “la stagnazione” definizione dell’Occidente, dinanzi allo svuotamento ideale e alla crisi della mobilità sociale mette in atto un compromesso tra dominati e dominatori con l’effetto di una diminuzione della produzione e ciò rese il sistema impopolare sia ai dominati che ai dominatori. La distribuzione dei beni diviene il fine principale del comunismo sovietico che spoglio di ogni ideale e progetto si limita ad assicurare il minimo alla popolazione conservando enormi privilegi per la nomenclatura di Stato:

 

“Questo compromesso produttivo fu pienamente realizzato da Breznev, ma l’abbassamento inaudito di produttività sociale che questo compromesso comportò fu anche la causa di un tale restringimento della base produttiva dell’intero sistema, da rendere impossibile la regolare estorsione del plusprodotto con cui viveva parassitariamente il settore statale e partitico della classe dominante russa e sovietica[3]”.

                                                     

Il liquidatore

Il grande errore di Gorbaciov (1985-1991) è nel non essere  riuscito a fare la sintesi tra le diverse componenti del sistema al cui interno si era strutturata e consolidata una nuova classe media. Gorbaciov resta all’interno del linguaggio del potere sovietico: l’economicismo e il politicismo inibiscono la capacità del riformatore di catalizzare nel progetto  gli interessi delle nazionalità, della nuova classe media e degli stessi operai. La caduta non era inevitabile, le possibilità per risolvere le contraddizioni erano plurime, si poteva intraprendere un’accidentata via cinese, ma l’Unione Sovietica non aveva l’omogeneità nazionale cinese e una borghesia commerciale pronta ad interagire con la patria sorreggendola dall’estero. Gorbaciov cerca di rispondere alla globalizzazione che minaccia il potere sovietico, ma lo fa con decisioni accelerate e fatali:

“Gorbaciov ha gli strumenti per mediare tra queste due fazioni della classe dominante, ma il suo economicismo ed il suo politicismo, frutti avvelenati della tradizione culturale nichilistica del comunismo storico novecentesco, non gli permettono di prendere in vera considerazione gli interessi di altre fazioni sociali, come le nazionalità recalcitranti al sovietismo (baltici in primo luogo, e solo in seconda istanza caucasici), la nuova classe media sovietica ed urbana fanaticamente occidentalizzante, il nuovo capitalismo parallelo mafioso sovietico, e la stessa classe operaia di fabbrica[1]”.

Smantella il patto di Varsavia, peccando quasi di ingenuità, in quanto l’Occidente dinanzi al ritiro dall’Est europeo comprende d’aver vinto e punta sulla vittoria totale, abbandonando Gorbaciov al suo destino:

“Gorbaciov cerca di mettere gli occidentali dalla sua parte nel 1989 consegnando loro l’intero Est europeo conquistato da Stalin nel 1945, e credendo in questo modo di garantirsi la loro riconoscenza imperitura. Ma gli occidentali capiscono che il vecchio baraccone infetto sta tirando le cuoia, e non c’è bisogno di avere il 70% quando si può avere il 100 % e conseguire risultati che forse neppure Hitler aveva mai sognato (…). In questo modo non si avrebbe soltanto il risultato minimo della fine del comunismo e della restaurazione capitalistica in Russia, ma il risultato massimo dell’esplosione di uno spazio geopolitico esistente da secoli e della riduzione della Russia a colonia di tipo africano e latino-americano[2]”.

 

La storia non è finita

La storia della caduta sovietica nell’agile libretto di Costanzo Preve  mette in controluce la verità del capitalismo occidentale, il quale con la sua pressione perenne sul baraccone infetto ha contribuito al suo dissesto fino alla rovina. Il capitalismo si mostra nella sua “verità imperiale e nichilistica”, mentre il comunismo sovietico si svela un sistema senza fondamento veritativo e ciò consente il repentino susseguirsi degli eventi senza resistenza  fino al suo tramonto, ma la storia non è terminata con la momentanea vittoria del capitalismo.

Bisogna congedarsi dal “sosia socializzato[3]” delle grandi liturgie di partito come dal “sosia socializzato” del finto individualismo del capitalismo assoluto, solo in questo modo la storia può riprendere il suo cammino. Rileggere la storia dell’Unione Sovietica è necessario per riaffermare la distanza tra il pensiero di Marx ed il comunismo reale, senza tale distanza non ci si può congedare da nostalgie e rimpianti che indeboliscono la prassi e consolidano, loro malgrado, lo stato presente. La rilettura della storia deve orientarci verso il presente e verso il futuro. Non ci sono “barbari” che verranno a salvarci dai cocci spinosi della storia e dal capitalismo:

“Non manca chi vede i “barbari” nelle donne che sapranno sostituire i valori maschilisti di competizione i valori femministi di tolleranza, oppure negli operai che dalle fabbriche preparano il definitivo avvento dell’internazionalistico del proletariato dalle mani callose ma dal grande cuore, oppure infine negli emarginati che dormono nelle case occupate e rifiutano gli imperativi del lavoro e della produttività, che comunque nessuno cerca di imporre loro, visto l’enorme numero dei membri di quello che a suo tempo Marx definì l’esercito industriale di riserva[4]”.

 

Nuova classe media globalizzata

Conoscere la storia è fondamentale per la nuova classe media globale, la quale  è il campo nel quale convergono due spinte: l’una che la induce ad essere il supporto fisico dell’accumulazione flessibile del capitale mediante la precarizzazione e l’omogeneizzazione identitaria, ma d’altra parte è, anche, la classe che potrebbe diventare fonte di resistenza e progetto, poiché vive nella perenne minaccia della “caduta”:

“La nuova classe media globale è dunque la sede sociologica  di una vera e propria contraddizione dialettica di tipo antropologico. Da un lato, il soggetto moderno è continuamente spinto ad essere soltanto il supporto fisico dell’accumulazione flessibile, in una spirale di artificialità crescente che i progressi dell’ingegneria genetica non potranno che accentuare. Dall’altro, il soggetto moderno è anche un centro di resistenza alla logica artificialistica di questa illimitata accumulazione flessibile[1]”.

La storia con la sua prospettiva critica e plastica è indispensabile per la nuova classe media globale, la quale è l’unico soggetto che potrebbe essere  veicolo di resistenza e prassi. Il compito politico della classe media è risolvere la resecazione dell’individuo che connota il capitalismo.  La separazione dalla comunità è negazione della natura sociale del soggetto umano che non può che realizzarsi con la concretezza solidale e sociale mediata dall’appartenenza ad un’identità che non esclude, ma si scopre nella relazione con le alterità. Senza storia non si programma il futuro, pertanto la prassi deve essere in attività osmotica con la teoria per costruire barriere di resistenza che possano avanzare, oltre che, semplicemente resistere.

 

[1] Costanzo Preve, La fine dell’URSS dalla transizione mancata alla dissoluzione reale, Petite Plaisance Pistoia, 2020 pag. 18

[2] Ibidem pag. 10

[3] Ibidem pag. 26

[4] Ibidem pag. 29

[5] Ibidem pag. 34

[6] Ibidem pag. 33

[7] Ibidem pag. 39

[8] Ibidem pag. 45

[9] Ibidem pp. 46 47

[10] Costanzo Preve, Individui liberati, comunità solidali, Petite Plaisance Pistoia, 2020 pag. 56

[11] Ibidem pp. 64 65

[12] Ibidem pag. 66

Democrazia Oggi - La Rivoluzione d'ottobre e le eresie interne

2 commenti per “Genetica della Rivoluzione sovietica e crollo dell’URSS

  1. Giulio larosa
    21 gennaio 2021 at 19:21

    Interessante consiglio anche il magnifico libro di Ted Grant “dalla rivoluzione alla contro rivoluzione “. Sono un seguace di ted grant e trovo la sua analisi estremamente veritiera

  2. Gian Marco Martignoni
    22 gennaio 2021 at 21:55

    Curioso di rileggere questo testo di Costanzo Preve, concordo con Fabrizio anche per la genericità e la contraddittorietà , tipicamente eurocentrica ,dell’individuazione del nuovo soggetto globale…in grado di mettere in campo resistenza e prassi. Ribadisco che non condividevo molte delle conclusioni politiche di Costanzo, per cui ad analisi filosofiche e politiche interessanti, non sempre corrispondono giudizi altrettanto fondati.

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