C’è un meccanismo ormai collaudato nell’arena mediatica e sui social network, che scatta ogni volta che l’ortodossia ideologica dominante si sente sfiorata dal dubbio: la sacralizzazione della vittima usata come ariete censorio. Il post di Goffredo D’Antona sui “vannacciani” e sul “partito della feccia” ne è un esempio da manuale, e merita una risposta puntuale — nel merito degli argomenti, non nel registro degli epiteti.
La costruzione
del santino intoccabile
Il dolore di Gino Cecchettin per la morte della figlia Giulia è, senza alcuna ambiguità, reale e straziante. Nessuno lo mette in discussione, e nessuno intende farlo. Il problema nasce quando quel dolore — legittimo, umano, rispettabilissimo — viene trasformato in un totem intoccabile che pretende di blindare a priori ogni scelta pedagogica e comunicativa che ne discende. Una volta issato il santino, chi solleva un dubbio metodologico su un progetto scolastico non sta più discutendo di pedagogia: sta “profanando un lutto”, sta “spalleggiando gli assassini”, sta “seminando odio”. È una scorciatoia retorica che sposta il piano dalla discussione delle idee alla squalifica morale di chi le formula, e che nel post in questione si traduce in etichette come “partito della feccia” o nel bollare le posizioni critiche come “liquami da riversare”.
Qui sta il primo paradosso: chi accusa gli altri di odio è, nello stesso paragrafo, il primo a usare un linguaggio apertamente disumanizzante. È un’indignazione asimmetrica e a doppio standard, che tollera la denigrazione indiscriminata di chi dissente e si scandalizza solo quando è l’ortodossia a essere messa in discussione.
Il nodo che si evita: la clinica al posto dell’ideologia
Il punto più debole della narrazione contestata non è la prevenzione dell’omicidio in ambito relazionale in sé — nessuno lo nega — ma la spiegazione monocausale che se ne dà quando lo si inserisce senza distinzioni nella “lista che sembra non finire mai” e lo si presenta come il prodotto lineare di una cultura sistemica maschile da estirpare con la rieducazione collettiva.
Questa lettura innanzitutto ignora la reale classificazione criminologica di tutti gli omicidi in cui la vittima è di sesso femminile (inserendo nella stessa categoria l’omicidio della madre compiuto dal figlio malato psichiatrico, quello maturato in ambienti criminali per ragioni economiche, quello per pietas e financo gli omicidi di donne compiuti da altre donne) e salta a piè pari la complessità clinica del gesto. Gli omicidi relazionali sono quasi sempre ancorati a dinamiche di dipendenza affettiva patologica e al collasso psichico di un Io fragile, non a un’educazione al dominio in senso patriarcale. Nella psicosfera italiana, l’uomo raramente è forgiato da un patriarcato autoritario: più spesso resta un puer aeternus emotivamente dipendente, dominato da un legame irrisolto con la figura materna. Per un Io non individuato, l’abbandono della partner non è la fine di una relazione ma l’anticipazione di un annientamento psichico — e il gesto violento nasce da quell’impotenza terrorizzata, non da un presunto “diritto” patriarcale. La situazione non cambia quando ci si trova davanti a un collasso psichiatrico (nel 22% dei casi ci sono delle diagnosi conclamate), dipendenze, caregiver burden, dinamiche economiche e situazionali. Ridurre tutto questo a “maschio dominatore contro femmina sottomessa” è una spiegazione sociologica comoda che evita di fare i conti con la realtà.
Colpevolizzazione collettiva nelle scuole
Chi contesta certi progetti educativi non contesta la prevenzione della violenza in sé, ma l’impianto colpevolizzante che spesso la accompagna. Entrare in una classe partendo dal presupposto implicito che ogni ragazzo debba “farsi un esame di coscienza” o “decostruirsi” in quanto portatore potenziale di sopraffazione trasforma una devianza criminale individuale in una colpa ascrittiva di genere. È una regressione rispetto al principio di responsabilità individuale, e rischia di disorientare proprio gli adolescenti che si vorrebbe formare, con un impatto addirittura peggiorativo rispetto alla necessità della prevenzione di quelle dinamiche che in taluni casi possono condurre ad esiti omicidiari.
Anche la vittima ha un’Ombra, e negarla non la protegge
C’è un terzo livello, meno discusso ma non meno importante. Costruire la donna esclusivamente come vittima angelicata e passiva, priva di qualunque ambivalenza psichica o corresponsabilità nelle dinamiche relazionali che si sceglie di vivere, non è un atto di tutela: è una mutilazione della sua soggettività. Negare alla donna qualsiasi Ombra — nel senso junghiano del termine — la relega a una perenne minorità psicologica e le toglie proprio l’autocoscienza necessaria a riconoscere per tempo i segnali di un legame tossico. Il dogma della “pura vittima” non protegge: infantilizza.
Un avvocato e le parole che pesano
Resta un punto che merita una riflessione a parte, proprio perché l’autore del post è un avvocato. La professione forense non impone l’afasia né l’appiattimento su posizioni consensuali — un avvocato ha pieno diritto, come chiunque altro, a esprimere opinioni politiche anche nette. Ma il codice deontologico forense chiede a chi esercita questa professione un surplus di misura nel linguaggio pubblico, proprio perché il mestiere si fonda sulla capacità di argomentare le proprie tesi confutando quelle altrui, non liquidandole con etichette da tifoseria. Definire chi dissente “feccia” o le sue argomentazioni “liquami” non è solo eccesso polemico: è l’abdicazione esplicita al metodo che dovrebbe contraddistinguere chi di mestiere è chiamato a costruire argomentazioni, non a bollare l’avversario per sottrarsi al confronto. Il rischio, per un professionista che parla anche a titolo personale ma con la propria identità pubblica in vista, è che il registro usato finisca per squalificare proprio l’autorevolezza che dovrebbe sostenere le sue tesi.
Il nocciolo che resta intatto
Il punto politico e culturale di fondo non è mai stato scalfito da nessuna delle repliche indignate: la devianza criminale di un singolo omicida non può essere trasformata in una colpa collettiva ascritta a un genere. Affrontare seriamente questo nodo richiederebbe di fare i conti con la clinica, con la complessità psicologica delle relazioni e con il fallimento delle spiegazioni sociologiche monolitiche. È molto più comodo, invece, rifugiarsi nel manicheismo morale e accusare gli altri di quell’odio che, in realtà, è l’unico argomento rimasto a chi non vuole entrare nel merito.
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