Dall’operaio massa alla classe operaia frammentata


Questo articolo rappresenta la naturale continuazione del mio precedente C’era una volta l’operaio massa (https://www.linterferenza.info/contributi/cera-una-volta-loperaio-massa/). L’operaio massa è stato un soggetto estremamente combattivo, capace di alimentare diffuse speranze rivoluzionarie in ampi settori dell’estrema sinistra italiana.

Mi concentrerò sull’Italia, perché affrontare un tema simile su scala globale sarebbe molto complesso. È tuttavia evidente che l’evoluzione della condizione operaia italiana presenta numerosi punti di contatto con quella degli altri Paesi industrializzati. Altrettanto importante è riconoscere che proprio la combattività operaia ha contribuito in modo determinante alle trasformazioni del sistema industriale.

Il sistema fordista

L’operaio massa aveva il suo habitat nella struttura produttiva fordista: grandi stabilimenti, migliaia di operai, mansioni parcellizzate, catena di montaggio e forte concentrazione territoriale. È il modello che caratterizza soprattutto gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quelli del boom economico e della grande espansione industriale.

Un caso emblematico è quello della Fiat di Mirafiori, a Torino, che rappresentava uno degli esempi più significativi di questo modello produttivo.

Già negli anni Settanta, tuttavia, cominciano a manifestarsi importanti trasformazioni. Alla Fiat, per esempio, l’automazione delle operazioni di saldatura e assemblaggio si sviluppa progressivamente, mentre vengono sperimentate forme di organizzazione del lavoro diverse dalla tradizionale catena di montaggio, come le isole e i banchi di montaggio.

Il primo elemento da tenere presente è dunque questo: la riduzione del fabbisogno di lavoro operaio comincia anche all’interno della fabbrica, attraverso l’aumento della produttività.

Dove prima erano necessari dieci operai per determinate operazioni, l’introduzione di macchine, robot e sistemi automatizzati, insieme alla riorganizzazione del lavoro, può consentire di impiegarne cinque, poi tre, a parità di produzione.

Gli anni Ottanta: la fabbrica si trasforma

Negli anni Ottanta, mentre prosegue l’automazione, si consolida un’altra tendenza: una parte delle attività produttive e dei servizi prima svolti all’interno della grande impresa viene affidata ad aziende esterne.

Il lavoro non viene necessariamente eliminato: viene anche spostato fuori dalla grande fabbrica, attraverso la subfornitura, l’esternalizzazione di servizi e la formazione di reti di imprese.

Immaginiamo, a titolo esemplificativo, una grande azienda che prima impiegava direttamente 10.000 lavoratori e che, dopo una riorganizzazione, si trovi ad averne 5.000, mentre altri lavoratori risultano occupati presso aziende di componentistica, imprese di logistica e subfornitori.

Formalmente, il grande stabilimento si ridimensiona, ma intorno a esso può svilupparsi una vera e propria costellazione di imprese, legate alla produzione principale da rapporti di dipendenza economica e organizzativa.

Questo processo è particolarmente importante per comprendere il caso italiano, caratterizzato dalla diffusione delle piccole e medie imprese e dei distretti industriali. La ristrutturazione della grande industria, tuttavia, non si traduce soltanto nella crescita delle imprese minori: comporta anche una ridefinizione dei rapporti tra aziende, una diversa distribuzione delle attività produttive e una crescente frammentazione dei rapporti di lavoro.

Gli anni Novanta: la globalizzazione produttiva

Negli anni Novanta si apre una nuova fase. La riorganizzazione industriale si intreccia sempre più con processi di portata internazionale:

  • la liberalizzazione dei movimenti di capitale;
  • l’integrazione europea;
  • la dissoluzione del blocco sovietico;
  • l’apertura dei mercati dell’Europa orientale;
  • la crescente concorrenza internazionale, anche asiatica;
  • l’espansione delle imprese multinazionali;
  • lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione;
  • la riduzione dei costi e dei tempi dei trasporti internazionali.

Diventa così sempre più agevole distribuire le diverse fasi della produzione in Paesi differenti, scegliendo di volta in volta i luoghi più convenienti in termini di costi, competenze, infrastrutture e accesso ai mercati.

Un’impresa italiana può progettare un prodotto in Italia, realizzarne alcuni componenti sul territorio nazionale, affidarne altri a stabilimenti dell’Europa orientale, assemblarlo in un altro Paese e venderlo in tutta Europa.

È questa la trasformazione delle catene produttive su scala internazionale: le diverse fasi della produzione vengono distribuite geograficamente, mentre il coordinamento rimane spesso nelle mani di grandi imprese multinazionali.

La delocalizzazione

Il fenomeno della delocalizzazione si sviluppa gradualmente negli anni Novanta, acquista maggiore rilevanza negli anni Duemila e trova nuove opportunità con l’integrazione dei Paesi dell’Europa centro-orientale nell’Unione europea, avvenuta attraverso successivi allargamenti.

Non viene necessariamente trasferita all’estero un’intera fabbrica. Spesso sono soltanto alcune attività a essere delocalizzate, mentre altre rimangono in Italia.

In uno schema semplificato, possiamo immaginare che in Italia restino la progettazione, la ricerca, l’amministrazione, il controllo della qualità e una parte della produzione, mentre all’estero vengano trasferiti l’assemblaggio, alcune lavorazioni standardizzate, la produzione di componenti e le attività che richiedono un impiego più intensivo di lavoro.

Naturalmente, la distribuzione effettiva delle attività varia da settore a settore e da impresa a impresa. Il punto essenziale è che la produzione non coincide più necessariamente con un unico luogo fisico e con un’unica azienda.

Questa trasformazione ha conseguenze importanti sulla composizione della classe lavoratrice. Operai che partecipano alla realizzazione dello stesso prodotto possono lavorare in stabilimenti diversi, appartenere ad aziende differenti e avere contratti, salari e condizioni di lavoro molto distanti tra loro.

Gli operai in Italia si sono estinti?

No. È però indubbio che l’operaio massa, figura strettamente legata al sistema fordista, abbia subito un forte ridimensionamento e non occupi più il ruolo politico che aveva conquistato nel ciclo di lotte culminato nell’autunno caldo del 1969.

Se guardiamo all’industria in senso stretto, tuttavia, vediamo che è tutt’altro che scomparso. Nel 2023, secondo i dati richiamati in questo articolo, l’industria in senso stretto occupava ancora il 23,5% degli addetti delle imprese dell’industria e dei servizi di mercato e produceva il 35,3% del loro valore aggiunto.

Questo dato ci ricorda un fatto fondamentale: l’Italia non è diventata un’economia senza fabbriche.

Il Paese ha perso una parte consistente dell’occupazione industriale tradizionale, soprattutto rispetto alla fase di massima espansione del fordismo, ma conserva una solida base manifatturiera.

La classe operaia, quindi, non è scomparsa: si è frammentata in una pluralità di figure, differenziate per mansioni, collocazione produttiva, rapporti contrattuali e condizioni di lavoro.

A questa frammentazione hanno contribuito molteplici fattori: l’automazione, la delocalizzazione, l’esternalizzazione, la diffusione della subfornitura, il ricorso alle cooperative e al lavoro in somministrazione, nonché la crescente importanza della logistica e dei servizi connessi alla produzione industriale.

Il risultato non è soltanto una diversa distribuzione degli operai nello spazio produttivo. È anche una maggiore difficoltà nel riconoscersi come parte di una medesima condizione sociale, nel costruire interessi comuni e nel tradurli in un’iniziativa politica collettiva.

La frammentazione della classe lavoratrice è dunque uno degli elementi che aiutano a spiegare il declino del suo peso politico, anche se non l’unico. A essa si aggiungono le trasformazioni sindacali, politiche e culturali, che meriterebbero un’analisi specifica.

La teoria marxista di fronte alla nuova composizione di classe

Con l’affermazione dell’operaio massa nella società dei consumi, la teoria marxista si è trovata a dover riconsiderare alcuni aspetti della propria tradizione e ad adeguare i propri strumenti analitici alle trasformazioni del capitalismo. Questa esigenza si è riproposta, a maggior ragione, di fronte alla nuova composizione della classe lavoratrice.

In questo dibattito hanno avuto particolare rilievo le teorie dell’«operaio sociale» e della «fabbrica diffusa», associate soprattutto ad Antonio Negri e all’area dell’operaismo italiano. Queste elaborazioni hanno cercato di interpretare un sistema produttivo nel quale la cooperazione e lo sfruttamento capitalistico non si esauriscono più nei confini della fabbrica tradizionale, ma si estendono a una rete più ampia di attività sociali e produttive.

Si tratta di prospettive teoriche che hanno suscitato discussioni e critiche, soprattutto per il modo in cui ridefiniscono il rapporto tra lavoro, produzione, composizione di classe e possibilità di un conflitto rivoluzionario.

È proprio da qui che intendo partire nel prossimo articolo: dalle nuove categorie interpretative elaborate dal marxismo, dalle critiche che hanno suscitato e dalla questione decisiva della possibilità di una contestazione radicale del sistema capitalistico nelle condizioni.

Fonte immagine: Google

7 commenti per “Dall’operaio massa alla classe operaia frammentata”

  1. Ros* lux
    9 Ottobre 2026 at 19:40

    I propagandisti anticomunisti del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione hanno sempre scritto di postfordismo…Una Supercazzola per veicolare l’ideologia Toyotista.

    La Crisi del Modello Fordista

    Limiti del sistema: Negli anni ’70, la saturazione dei mercati, la richiesta di prodotti personalizzati e l’aumento del costo delle materie prime resero la rigidità della catena di montaggio un punto di debolezza.

    Accumulare grandi scorte (magazzini pieni) diventò uno spreco insostenibile (muda), e il lavoro alienante portava a tassi elevati di assenteismo e bassa qualità.

    L’Ohnismo (Toyotismo o Lean Production)

    Origine e ideatore: Sviluppato in Giappone all’interno della Toyota principalmente da Taiichi Ohno (padre del Toyota Production System – TPS) insieme a Eiji Toyoda e Shigeo Shingo, tra gli anni ’50 e ’70.

    Principio cardine: Il ribaltamento della logica produttiva. Non si produce più per il magazzino (push), ma si produce solo ciò che viene richiesto dal mercato nel momento esatto in cui serve (pull).

    I pilastri dell’Ohnismo

    Just-in-Time (JIT): I componenti arrivano sulla linea di montaggio nella quantità esatta e nel momento preciso in cui sono necessari, riducendo le scorte di magazzino a zero.

    Jidoka (Autonomazione): I macchinari sono dotati di intelligenza per fermarsi automaticamente al primo segnale di anomalia o difetto, e l’operaio ha l’autorità (e il dovere) di bloccare l’intera linea per risolvere il problema alla radice.

    Polivalenza e Lavoro di Squadra: A differenza dell’operaio taylorista confinato a un singolo gesto ripetitivo, l’operaio ohnista è polivalente, lavora in team e partecipa al miglioramento continuo (Kaizen).

    Kanban: Sistema di cartellini e segnali visivi per regolare il flusso dei materiali lungo la filiera in tempo reale.

    Lotta agli sprechi (Muda): Eliminazione di ogni elemento che non aggiunge valore al prodotto finale (sovrapproduzione, attese, trasporti inutili, difetti).

    • Ros* lux
      10 Ottobre 2026 at 10:45

      Oggi Gramsci scriverebbe Toyotismo e Wokismo… Definirebbe il PD un partito Dannunziano Rosabruno e il.M5S il partito della Donna Qualunque.
      La Lean Production (produzione snella) teorizzata da Taiichi Ohno per il Toyota Production System non nasce con l’intento esplicito di sfruttare il lavoro autonomo fittizio. Tuttavia, quando i suoi principi operativi vengono applicati al di fuori della fabbrica tradizionale e traslati nell’economia dei servizi, delle piattaforme digitali (Gig Economy) e del terziario avanzato, essi creano le condizioni strutturali perfette per promuovere e mascherare lo sfruttamento del lavoro autonomo fittizio (i cosiddetti falsi professionisti a partita IVA o i lavoratori parasubordinati).

      Estendendo questo concetto all’estremo, l’azienda madre frammenta il lavoro interno trasformando i propri ex dipendenti o i nuovi collaboratori in fornitori individuali di servizi.

      Pur operando formalmente come soggetti autonomi (partite IVA, subappaltatori), questi lavoratori restano monocommittenti e totalmente dipendenti dalle direttive, dai tempi e dai prezzi imposti dall’azienda madre, configurando un chiaro impianto di subordinazione fittizia.

      • Ros* lux
        10 Ottobre 2026 at 15:29

        Errata corrige alla fine del mio commento precedente subordinazione fittizia.sta per subordinazione di fatto o mascherata.

      • Ros* lux
        10 Ottobre 2026 at 19:40

        # Errata corrige alla fine del mio commento precedente subordinazione *fittizia* sta per subordinazione di fatto o mascherata.#

        il PD e il partito rosabruno del toyotismo wokista per l’accumulazione accelerata del Capitale.

        Nel Toyotismo, la fabbrica rigida viene sostituita dall’azienda snella (lean production), dove il lavoro di squadra (teamwork) e l’armonia aziendale sono fondamentali.

        La “Diversity” come lubrificante aziendale: In aziende globalizzate con catene del valore frammentate, la gestione delle risorse umane ha bisogno di un codice di condotta universale che neutralizzi i conflitti tradizionali (quelli di classe).

        Inclusione per la produttività: Il Wokismo aziendale (le politiche di Diversity, Equity & Inclusion – DEI) serve a far cooperare pacificamente individui di estrazioni diverse nello stesso team flessibile, massimizzando l’efficienza ed eliminando gli attriti.

        Sostituzione del conflitto: La sovrastruttura woke sposta l’asse del conflitto dal piano economico (capitale contro lavoro, tipico del Fordismo) al piano culturale e dei diritti civili (inclusione contro discriminazione).

        Il compromesso toyotista: Un’azienda può essere perfettamente “woke” (promuovendo la parità di genere o i diritti LGBTQ+ nelle sue campagne e nei suoi uffici) e contemporaneamente applicare massiccia flessibilità contrattuale, esternalizzazioni, precariato e ritmi di lavoro toyotisti (pressione psicologica e just-in-time). La sovrastruttura culturale offre una patina etica e progressista a un sistema economico iper-capitalista.

      • Ros* lux
        11 Ottobre 2026 at 11:45

        Censura?

  2. Piero
    11 Ottobre 2026 at 14:42

    Sono completamente in accordo con la descrizione del toyotismo, a cui propongo una integrazione relativa all’utilizzo del microprocessore (inventato tra l’altro da un italiano Faggin).

    Il toyotismo è stato l’attacco decisivo all’identità politica della classe operaia. Ha decostruito la rigidità fordista, spezzato l’egemonia sindacale nei luoghi di lavoro e sradicato la cultura del conflitto di classe sostituendola con quella della qualità e della flessibilità.

    Il microprocessore è stato l’abilitatore materiale fondamentale. Senza l’elettronica a basso costo e la capacità di calcolo diffusa, il Just-in-Time sarebbe rimasto un esperimento circoscritto a poche grandi aziende giapponesi e la globalizzazione delle filiere produttive non avrebbe potuto raggiungere il livello attuale.

    Il toyotismo ha concepito la fine della centralità dell’operaio massificato; il microprocessore gli ha fornito le gambe per correre su scala planetaria.

    • Piero
      11 Ottobre 2026 at 14:44

      Errata corrige: inventato

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