La Filosofia vive dei suoi eroi e dei
suoi martiri. Gli uomini e le donne che hanno trasformato la filosofia in
testimonianza vivente riaprono gli orizzonti della storia nel nostro presente e
dischiudono il futuro.
E. Ilienkov è stato filosofo sovietico
che ha pagato con la vita la sua coerenza: è morto suicida nel 1979. Le
persecuzioni e la depressione dovute al disagio relazionale causato dal
contesto politico segnato dal pensiero unico lo spinsero verso la solitudine
estrema e il vuoto dialogico e ciò lo hanno indotto al gesto estremo. La
burocrazia sovietica aveva trasformato il marxismo in “religione di stato”,
egli invece voleva rendere vivo il materialismo dialettico con il quale
oltrepassare il soggettivismo e decostruire la naturalizzazione di dati e
concetti. Il materialismo dialettico con la sua logica rigorosa e con le sue
categorie era il metodo con cui l’uomo sovietico doveva emanciparsi dalla
violenza del potere. Certamente non sapremo mai le ragioni profonde ed ultime
che inducono a fuggire dalla vita, possiamo solo immaginare situazioni che ne
favoriscono la genesi.
Ilienkov è rimasto sepolto sotto il
crollo del muro di Berlino e sotto la fine dell’Unione Sovietica. Fedele al
comunismo autentico e all’emancipazione degli uomini dagli ideali socialmente
imposti che lo vorrebbero servo e passivo nel pensiero, non ebbe “padrini” e
“protettori”. La sua scelta di libertà e
per la libertà di pensiero è stata vissuta fino all’estremo. Le sue opere sono
poco pubblicate e molte di esse attendono la traduzione dal russo. Era un materialista dialettico, dunque, e un
filosofo, ma si interessò anche di
estetica e di psicologia. Diede un valido contributo allo studio per l’apprendimento
dei bambini sordi e ciechi. Lo sguardo rivolto alla totalità degli esseri
umani, alle concrete condizioni che limitano lo sviluppo è tipico dei pensatori
che “ascoltano il dolore del mondo” e in cui la razionalità si completa con il thumos. La ragione senziente può
ricercare orizzonti che gli uomini piegati alla sola ratio intesa limitatamente come calcolo non possono comprendere.
E. Ilienkov ha definito l’universale
come forma sintetica di particolare ed universale, in tal modo ha contribuito a
formulare una definizione di universale all’interno delle dinamiche sociali e
storiche. L’universale posto dall’uomo e dalla sua comunità comprende in sé la
specificità dei casi particolari letti all’interno di un fenomeno universale e
ciò ne consente la chiarificazione razionale senza eliminare i dati particolari
che vivificano l’universale, stando tra di loro in una relazione processuale. L’universale
astratto è violenza, mentre la dialettica universale-particolare supera il
relativismo e il soggettivismo senza offendere le individualità. L’universale
così definito si sottrae ai conformismi della naturalizzazione che lo rende
impensabile come fosse al di fuori dello spazio e del tempo e dunque della
storia. Gli universali devono essere riportati nella concretezza della storia,
perché in essa vivono e in essa sono oggetto di attività per essere mutati:
”Il concetto centrale
della logica di
Hegel, pertanto, è il concretamente-universale, e la sua differenza dalla
semplice universalità astratta
della sfera della rappresentazione è
illustrato splendidamente
dallo stesso Hegel
nel suo famoso
opuscolo Chi pensa
in astratto? Pensare
in astratto significa essere
servilmente sottomessi alla
forza delle parole correnti
e dei luoghi
comuni, delle vuote definizioni
unilaterali, significa vedere nelle cose reali, sensibilmente intuite, soltanto
una par-te insignificante del
loro contenuto effettivo,
soltanto quelle loro
determinazioni che sono
già «congelate» nella coscienza e vi funzionano come stereotipi già
pronti. Da qui anche la «forza magica» delle parole e delle locuzioni correnti
che celano all‘uomo pensante
la realtà, anziché
servire come forma della sua espressione. Solo in questo senso la logica
diviene veramente logica della conoscenza dell’unità nella multiformità e non
uno schema di manipolazione mediante rappresentazioni già pronte, diviene logica
del pensiero critico ed autocritico, e non un mezzo di classificazione critica
e di schematizzazione pedante delle rappresentazioni presenti. Muovendo da
premesse di questo
genere, Hegel giunse alla
conclusione che il pensiero effettivo in
realtà procede in
forme ed è
guidato da leggi diverse da quelle che la logica
corrente considera le sole determinazioni del
pensiero. È evidente che
bisogna studiare il
pensiero come un‘attività collettiva, in
cooperazione, nel corso della
quale l‘individuo coi suoi
schemi di pensiero
cosciente adempie soltanto a
funzioni particolari[1].”
Il pensiero è dunque attività
collettiva e materiale, si esplica nella storia, ed è movimento dialettico. Non
esiste pensiero se non nella comunità e nella rete relazionale che si dipana
per piani diversi dai modi di produzione alla posizione che ciascuno occupa
all’interno del sistema alla relazione tra i singoli ed tra i gruppi. Il
pensiero è attività comune, esso non emerge miracolosamente dal singolo ma
dalle condizioni materiali e dalle relazioni nelle quali le soggettività
operano. Il pensiero è comunitario, questa
è la grande lezione che il filosofo sovietico aveva imparato da Hegel, Marx e
Lenin. Il pensiero per essere emancipativo non può che essere autocritico,
altrimenti è solo sterile schematizzazione e classificazione senza alcuna
consapevolezza. L’astratto è l’antitesi del materialismo dialettico, esso è la
condizione dello spirito robinsoniano. Gli universali, i modi di vivere e di
produrre con l’astratto sono ritenuti
naturali, da sempre esistenti, per cui tracciano negli individui forme di
passività. Il pensiero unico e il totalitarismo sono sostenuti dall’incapacità
di trasformare il dato in elemento genealogico e sociale. Il corpo vissuto da pensante
secondo la lettura di Spinoza di cui Ilienkov è stato grande interprete diventa
semplice ed automatico riflesso del sistema. Spinoza aveva insegnato al
filosofo che il pensiero è corpo pensante, esso è attività che dà forma
spaziale e significato a ciò che si percepisce. Il corpo pensante è dunque
attività, per cui il pensiero non si può identificare con la corteccia
cerebrale, è attività che modifica il corpo pensante, mentre pensa. L’uomo è attività
per cui può essere libero, non totalmente perché sottoposto alle leggi di
natura, ma può modificare se stesso nell’unità psicocorporea che lo compone:
“Cos‘è
dunque il pensiero? Come trovare la giusta risposta a questa questione, vale a
dire fornire una definizione scientifica a un dato concetto, e non semplicemente enumerare
tutti gli atti
che noi per solito
riuniamo sotto questa
denominazione, ragionamento, volontà,
fantasia, e via
dicendo, come faceva Descartes? Dalla posizione di Spinoza scaturisce un
suggerimento assolutamente preciso:
se il pensiero
è un modo
di agire del corpo pensante, allora per definire il pensiero noi dobbiamo
anche analizzare accuratamente il modo
di agire del
corpo pensante a differenza dal modo di agire (dal modo di esistere e di
muoversi) del corpo non pensante. E in nessun caso la struttura o
la costruzione spaziale
di questo corpo
in stato d‘inerzia. Perché il corpo pensante, quando è inerte, non
è più un
corpo pensante, ma
semplicemente un «corpo». L‘analisi dei
meccanismi materiali
(spazialmente determinati) grazie
ai quali si
realizza il pensiero entro il
corpo umano, vale a dire lo studio
fisiologico-anatomico del cervello,
è beninteso, una
questione scientifica d‘estremo
interesse; ma anche la risposta più completa ad essa non ha una
relazione diretta con la risposta alla questione indicata: «Che
cos‘è il pensiero?».
Perché qui si chiede
tutt‘altra cosa[2].”
Spinoza e i filosofi dialettici sono
stati i grandi maestri di Ilienkov, accomunati dalla passione per l’essere
umano. L’uomo è attività, qualsiasi sistema voglia ridurre l’uomo ad esecutore
passivo di piani economici e sociali ideati da burocrazie pubbliche o private
non può che essere definito come totalitario. Senza partecipazione non vi è
comunismo ma solo sudditanza a un potere distante e retto da vuote liturgie. La
riduzione dell’uomo a passività, ad ente biologico e a soffio vitale è stata
esperienza del secolo trascorso. Ma i Musulmani
come li chiamava Primo Levi sono
anche le generazioni di uomini votati al feticismo del potere, delle merci e
dei consumi, in essi l’io è disabitato. Ogni totalitarismo ed integralismo esige che
l’umanità sia al servizio del potere. Spinoza pur vivendo nella tollerante
Olanda, visse le conseguenze dell’esclusione sociale dovuta alle sue idee
rivoluzionarie. L’integralismo religioso fa della speranza e dell’ansia il
puntello del suo sistema. Spinoza volle mostrare che speranza ed ansia sono
l’effetto di idee inadeguate e pertanto la religione trova linfa in esse,
rendendo gli uomini oggetto del destino. La religione del potere e del modo di
produzione sono forme involute della religione tradizionale, esse imprigionano
in schemi e solitudini del pensiero che reificano e dissanguano il pensiero
critico nell’ansia perenne. Un senso di minaccia incombe sull’umanità resa
passiva e gestita da specialisti e autocrati.
Il capitalismo è profondamente
anticomunitario, trasforma tutto in merce, disintegra le comunità, smantella la
vita nella sua forma più alta: il pensiero consapevole comunitario. Iliekov
elaborò il concetto di ideale. Il materialismo marxiano dimostra che ogni
sistema produce i suoi ideali, essi
sono rappresentazioni nei quali si sono oggettivati i rapporti sociali:
”Il vecchio materialismo muoveva da una concezione
dell‘uomo come parte della natura
ma, non riconducendo
il materialismo alla storia, non
poteva intendere l‘uomo con tutte le sue peculiarità come un prodotto del
lavoro che trasforma sia il mondo esterno che l‘uomo stesso. In
forza di ciò,
l‘ideale non poteva
essere inteso come il
risultato e la
funzione attiva
dell‘attività lavorativa, sensibilmente
oggettiva, dell‘uomo sociale, come l‘immagine del mondo esterno che sorge nel corpo pensante non come
risultato dell‘intuizione passiva, ma come prodotto e forma
della trasformazione attiva
della natura ad opera del lavoro delle generazioni che si
sono succedute l‘una all‘altra
nel corso dello
sviluppo storico. Perciò la
principale trasformazione che Marx
ed Engels apportarono alla concezione materialistica della
natura dell‘ideale riguardò
anzitutto il lato
attivo dell‘atteggiamento dell‘uomo pensante verso la natura, cioè
dell‘aspetto che era stato
sviluppato prevalentemente, per
dirla con Lenin, dall‘idealismo
«intelligente», della linea di Platone
– Fichte –
Hegel, e che
da essi era
stato messo in rilievo in modo astratto e unilaterale, idealisticamente[3].”
Ilienkov con la sua analisi dimostra
il difficile percorso dell’attività emancipatrice, la quale per essere tale
deve trasformare i piani profondi del pensiero e dunque del corpo pensante in
pensiero consapevole. Rileva quanto i totalitarismi (mia è l’espressione) si
rafforzano nell’incapacità indotta da parte dei soggetti di porre una distanza
critica tra i sudditi e le rappresentazioni ideali.
Decodificare il radicamento del
potere nel corpo pensante significa allora individuare strategie comunitarie
per liberare e sublimare l’attività del pensiero verso la liberazione e l’emancipazione.
Strumento non indifferente in questo senso è il materialismo dialettico che ha
in Spinoza il suo completamento. Il corpo pensante è attività, per cui è sempre
pensiero del possibile all’interno della storia.
La società comunista si delinea nel
filosofo, non come fine della storia, ma come movimento partecipato e
comunitario:
” E viceversa,
la concezione materialista
risulta naturale per l‘uomo della società comunista, dove la cultura
non si contrappone
all‘individuo come qualcosa di
indipendente ed estraneo, impostogli dall‘esterno, ma è la forma della sua
propria azione attiva. Nella società comunista, come indicava Marx, diviene
immediatamente evidente un
fatto che nelle condizioni della società borghese si palesa solo
per mezzo di
un‘analisi teoretica che
dissolva le illusioni a questo punto inevitabili: il fatto che tutte
le forme della
cultura sono soltanto forme dell’attività
dell’uomo stesso[4].”
Rileggere E. Ilienkov significa
riaprire gli orizzonti della storia mediante lo sguardo liberatorio del
materialismo dialettico. La libertà è in questo lavoro comunitario capace di
disarticolare le sclerotizzazioni del potere con la fluidificazione dei dogmi e
dei dati resi ipostasi dal sistema sociale. La libertà è dunque nello scavo
archeologico del “corpo pensante” in cui il potere abita e inquieta con la sua
presenza. La rinuncia al pensiero e alla genesi comunitaria della riflessione
comunitaria è vittoria per il potere, il quale si nutre della passività degli
aggiogati.
[1] E.
Ilienkov, La Logica Dialettica, editori
Riuniti Roma, 1978 pp. 271 272
[2] Ibidem
pp.63 64
[3] Ibidem
pp. 370 371
[4] Ibidem pag. 413