«La
guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.» La
celebre definizione di Carl von Clausewitz appartiene a un mondo nel
quale la forza si misurava sul campo di battaglia. Le guerre erano
combattute dagli eserciti e l’obiettivo consisteva nella conquista
del territorio o nella distruzione della capacità militare
dell’avversario. Due secoli dopo quella definizione conserva tutta la
sua validità, ma i “mezzi” attraverso i quali la politica
continua sono profondamente cambiati. Le grandi potenze non
perseguono più i propri interessi esclusivamente attraverso la
guerra tradizionale. L’informazione, la finanza, i mercati
energetici, le sanzioni economiche, la tecnologia e perfino i flussi
migratori sono divenuti strumenti di competizione geopolitica. La
guerra non è scomparsa: si è trasformata. Questa trasformazione
riflette anche un cambiamento del capitalismo.
Per
comprendere il presente occorre partire da una constatazione. Gli
Stati Uniti non occupano più la posizione che avevano nel secondo
dopoguerra. Rimangono la principale potenza militare del pianeta, ma
non sono più il centro indiscusso della produzione industriale
mondiale. La Cina è divenuta la principale piattaforma
manifatturiera globale, mentre il vantaggio competitivo americano si
concentra sempre più nella finanza, nell’innovazione tecnologica,
nel controllo del dollaro e dei mercati internazionali dei capitali.
Se questa diagnosi è corretta, cambia anche la natura dell’egemonia.
Nel Novecento la ricchezza veniva spesso trasferita attraverso il
controllo diretto delle materie prime, delle colonie, delle rotte
commerciali o mediante l’intervento militare. Oggi il meccanismo
appare diverso. La principale risorsa strategica non è soltanto il
petrolio o una miniera di rame. È il capitale finanziario. L’ipotesi
che propongo è semplice. Gli Stati Uniti sembrano perseguire una
forma di estrattivismo diversa da quella classica. Non estraggono
prevalentemente risorse naturali; estraggono capitale. Il loro
obiettivo strategico consiste nel mantenere il sistema finanziario
americano al centro della circolazione mondiale della ricchezza. Per
farlo è necessario che il dollaro continui a rappresentare il
principale bene rifugio del pianeta e che i mercati statunitensi
rimangano la destinazione privilegiata dei capitali internazionali.
In questa prospettiva, l’instabilità non costituisce necessariamente
un incidente del sistema. Può diventare una condizione che rafforza
il ruolo centrale degli Stati Uniti. Ogni crisi internazionale
produce infatti una redistribuzione della ricchezza.
Quando
aumenta l’incertezza, gli investitori ricercano sicurezza. Ancora
oggi tale sicurezza è rappresentata, in larga misura, dal dollaro e
dai titoli del Tesoro statunitense. Ogni spostamento di capitali
verso gli Stati Uniti contribuisce a sostenere Wall Street, facilita
il finanziamento del debito federale e rafforza la capacità
americana di esercitare influenza sull’economia mondiale. Non è
necessario dimostrare che ogni crisi venga deliberatamente provocata
da Washington per osservare questo meccanismo. È sufficiente
constatare chi sostiene i costi e chi beneficia sistematicamente dei
movimenti internazionali di capitale. La stessa logica può essere
applicata alla comunicazione politica. Molti osservatori interpretano
le dichiarazioni di Donald Trump come espressione di impulsività o
di improvvisazione. È possibile. Ma è anche possibile una lettura
differente.
Le
sue dichiarazioni producono regolarmente forti oscillazioni nelle
aspettative dei mercati. Il punto, però, non è stabilire se le
Borse salgano o scendano. Ogni fase di elevata volatilità genera
contemporaneamente vincitori e perdenti. La volatilità è essa
stessa una risorsa economica. L’annuncio della sospensione temporanea
dei dazi, preceduto dal messaggio pubblicato su Truth Social in cui
Trump invitava a considerare quello come «un grande momento per
comprare», alimentò interrogativi tanto rilevanti da indurre i
senatori Adam Schiff e Ruben Gallego a chiedere un’indagine
sull’eventuale utilizzo di informazioni privilegiate. La richiesta di
un’indagine non dimostra l’esistenza di illeciti. Dimostra, però,
quanto stretta possa essere la relazione tra comunicazione politica e
mercati finanziari. È quindi legittimo domandarsi se la crescente
instabilità comunicativa rappresenti soltanto uno stile politico
oppure uno strumento capace di produrre effetti economici funzionali
al mantenimento della centralità finanziaria americana.Lo stesso
ragionamento può essere esteso ai conflitti geopolitici.
Una
possibile chiusura dello Stretto di Hormuz provocherebbe un aumento
dei prezzi dell’energia, colpendo soprattutto le economie
importatrici dell’Europa e dell’Asia. Al contrario, i principali
esportatori di energia estranei a quel corridoio marittimo e numerosi
operatori finanziari potrebbero trarre vantaggio dalla nuova
configurazione dei mercati. Anche l’aumento della spesa militare
europea conseguente al deterioramento della sicurezza internazionale
produce effetti economici facilmente osservabili: una quota rilevante
di quella domanda si indirizza verso l’industria della difesa
statunitense. L’episodio di Ceuta offre un’ulteriore chiave di
lettura. In quel caso il fenomeno migratorio cessa di essere soltanto
una questione umanitaria e diventa uno strumento di pressione
diplomatica. Ciò dimostra come, nella competizione contemporanea,
anche fenomeni apparentemente estranei alla guerra possano essere
utilizzati come strumenti di conflitto. Mercati, energia, migrazioni,
informazione e finanza non sostituiscono la guerra tradizionale. Ne
ampliano gli strumenti. Per questa ragione considero insufficiente
interpretare gli avvenimenti internazionali come episodi separati. Le
guerre commerciali, le crisi energetiche, la volatilità finanziaria,
le tensioni geopolitiche e le campagne di comunicazione sembrano
elementi di un medesimo quadro sistemico. La domanda decisiva non è
se Donald Trump agisca in modo imprevedibile. La domanda è un’altra.
Quale forma assume l’egemonia americana nella fase finanziaria del
capitalismo?
In conclusione la mia impressione è che gli Stati Uniti stiano progressivamente sostituendo l’estrazione diretta delle risorse con una diversa forma di estrazione della ricchezza: quella esercitata attraverso la centralità del dollaro, dei mercati finanziari e della capacità di attrarre capitale mondiale. Se questa interpretazione coglie almeno una parte della realtà, allora Clausewitz continua ad avere ragione. La guerra rimane la prosecuzione della politica con altri mezzi. Solo che, nel XXI secolo, quei mezzi non sono più soltanto gli eserciti. Sono i mercati, la finanza, il dollaro, l’energia, l’informazione e la gestione dell’instabilità. È forse questa la forma contemporanea dell’egemonia.
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