Il terrorismo indica lo stato che consolida il potere
mediante l’imposizione del “panico di stato” pianificato e capillarmente
diffuso. Terrore e sorveglianza sono un binomio inscindibile. Il terrorismo è creatura
dello stato totalitario. Vi sono gradualità e modalità differenti con cui tale
pratica si è affermata e consolidata nel tempo. In questi giorni si
sovrappongono le emergenze che non lasciano fiato e impediscono ogni reale
dialettica sostituita da immagini che si ripetono in modo ossessivo e da dati
che allarmano i comuni cittadini.
Russofobia e pericolo di una nuova guerra mondiale e nucleare
sono ora sostituiti dal “caldo killer che uccide e brucia boschi e foreste”, di
sottofondo restano le guerre in Ucraina, Hormuz e il genocidio palestinese. Il
gioco è sempre eguale, al ridimensionamento di una emergenza corrisponde
l’affermarsi di una “nuova con dettagli sempre più truci”. Il gioco e il giogo
del terrore è sempre in atto. La logica del terrore è così vincente. I sudditi
che vivono la grammatica del timore panico dinanzi a fenomeni incontrollabili
si depoliticizzano, si rinchiudono nel loro privato e, ormai impotenti,
lasciano che tutto avvenga in modo inesorabile e fatale. In questi giorni si è
aggiunto il “terrore dei migranti”, pertanto ci si dedica ai cani e si parla
solo di essi per non guardare “il crudo vero”. I governi possono mettere in
atto le loro controriforme, imporre la sorveglianza climatica con relativi
affari green e imporre l’aumento delle spese militari. I russi, con 20
milioni di Kmq spopolati, pare siano interessati ad una Europa priva di risorse
e in piena decadenza produttiva e politica. Il terrore talvolta ha venature da
commedia buffa. Il terrore necrotizza le menti e neutralizza la capacità di
porre domande e di comprendere le dinamiche che guidano le scelte governative.
Il popolo, in tal maniera, si trasforma nel gregge alla cui
guida vi è il terrore. L’infantilizzazione generale e l’irrazionalità dei
costumi sono gli unici spazi in cui molti si rifugiano, perché in essi possono
scegliere o, meglio, hanno la percezione di decidere, giacché i costumi e le
abitudini private sono dettate da immagini e informazioni pianificate dal
sistema.
Il terrore è impalpabile, investe la comunità impaurita e la
frammenta fino a renderla atomistica dell’irrazionalità. Il potere può dunque
“parlare alla pancia” dei terrorizzati, i quali sono sempre più soli e sempre
più gettati in un universo incomprensibile in cui sono impotenti. Terrorismo
stratificato, quindi, che si sedimenta nelle menti ed entra nelle relazioni
fino a determinare rapporti di inaudita violenza.
Il terrorismo funziona. La democrazia, quella reale e vera, è liberazione dalla paura, è partecipazione progettante e dialettica al comune destino. La nostra è la democrazia del terrore che tarpa le ali al senso critico con il pessimismo tipico degli impotenti che vivono l’eterna sconfitta, perché sanno che non decidono nulla e non c’è nulla da fare dinanzi ai terrori del nostro tempo. Emanciparsi dal terrore significa “sospendere l’angosciante narrazione mediatica quotidiana” per osare pensare la complessità nelle nostre comunità. La libertà è in questo gesto di fiducia nella ragione che potrà portarci a progettare il nostro comune destino dal basso nella verità che non teme la responsabilità politica ed etica, ma la cerca e la desidera. Umanesimo è liberazione dalla paura, perché la ragione che concettualizza libera dalla paura di vivere, di pensare e di progettare.
Fonte foto: State of Mind (da Google)