Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Questa seconda parte del saggio esplora le manifestazioni più complesse della proiezione dell’Ombra femminile, analizzando il senso evolutivo dell’attrazione per il lato oscuro e la necessità di un drastico cambio di paradigma culturale.
Tipologia 2: l’ “emancipata”
arrogante, le fantasie oscure e il fascino per il violento
Esiste un secondo caso,
altrettanto frequente e indicativo dei danni della narrazione odierna, che
smonta il mito della donna fragile e sottomessa: la donna che non è per niente
dolce.
Parliamo di una donna che spesso
appartiene alla borghesia medio-alta, è economicamente indipendente,
socialmente emancipata e che sposa appieno la tesi della lotta al patriarcato.
Ha un atteggiamento cinico, distaccato, a volte sprezzante e arrogante. Eppure,
inspiegabilmente, questa stessa donna si ritrova attratta da uomini palesemente
violenti, da “bruti”, da criminali o picchiatori di strada. È un
fenomeno che la cronaca ha evidenziato in casi tragici come l’omicidio di Willy
Monteiro Duarte a Colleferro: i responsabili, noti per la loro brutalità, non
erano emarginati, ma godevano di un enorme successo e fascino, circondati da
ragazze di “buona famiglia” attratte dalla cruda esibizione di
violenza.
Come si spiega questo paradosso
attraverso la psicologia del profondo? Marie-Louise von Franz ci insegna che
quando una donna si identifica troppo con il proprio Animus (diventando dura,
sprezzante e tagliata fuori dalla sua natura femminile e dal vero sentimento,
l’Eros), la sua coscienza diventa sterile e arrogante. Ma la psiche richiede
una compensazione. Poiché la sua vita cosciente è artificiale e priva di vero
istinto, il suo inconscio inizia a bramare la forma più grezza, primitiva e
animalesca della mascolinità. Perché proprio quel tipo di mascolinità? Perché è con essa che la narrazione
femminista ha identificato il maschile tout court. Essa infatti ha
sistematicamente smantellato e deriso la “mascolinità positiva” (il Logos
solare, l’assunzione di responsabilità paterna), etichettandola come
“paternalismo tossico”. Avendo distrutto l’archetipo dell’Eroe
positivo, cosa rimane a disposizione nell’inconscio della donna “emancipata”?
Rimane solo l’energia allo stato brado, l’incarnazione di un Animus ctonio e
primitivo nella sua forma più brutale: il mostro, la belva, il picchiatore. La
donna altoborghese, posseduta da un Animus freddo e sprezzante, proietta la sua
ombra primitiva e il suo bisogno di essere “scossa” su questi uomini
violenti. Cerca il bruto perché la narrazione che ha interiorizzato ha ucciso
l’uomo sano, lasciandole solo il demone della forza fisica[1].
E del resto, questo bisogno di
essere dominate da una forza implacabile, si riflette plasticamente nei consumi
culturali femminili. I personaggi maschili di fiction più apprezzati dalle
donne – nei romanzi rosa dark, nei thriller romantici o nelle serie TV – non
sono impiegati sensibili o partner paritari, ma mafiosi, vampiri spietati,
signori della guerra o miliardari manipolatori. Più la vita cosciente della
donna è sterilizzata dalle norme del politicamente corretto, più la sua
fantasia primaria richiede un archetipo oscuro, incontrollabile e pericoloso
che sappia violare la morale che lei stessa dichiara di praticare.
La necessità
dell’individuazione e il mancato risveglio
Per quanto questa dinamica,
riscontrabile sia nella donna “dolce” che in quella
“arrogante”, possa apparire come una “perversione” o un
effetto puramente negativo, essa nasconde in realtà un profondo senso
evolutivo. L’inconscio non innesca simili situazioni per puro gusto della
distruzione, bensì come un disperato tentativo di rottura.
Quando la psiche femminile
permane in uno stato di inerzia o resta prigioniera di un intellettualismo
freddo, ha estremo bisogno di un evento traumatico per destarsi. Sperimentare
il maschile come un’entità soverchiante, misteriosa e spaventosa attraverso
l’irruzione dell’Animus ctonio (sotterraneo) serve proprio a provocare uno
shock vitale.
La sensazione di essere
schiacciate da una potenza estranea e la conseguente angoscia mortale si
traducono in uno scontro simbolico con il “drago” o con il
“cavaliere rosso”. L’obiettivo di tale urto è costringere il
femminile a svegliarsi, a ribellarsi e a prendere in mano la propria vita,
sollevando la lampada della coscienza per illuminare le tenebre e sviluppare
un’identità autonoma. Questo risveglio coincide con la capacità di smettere di
proiettare la propria forza e la propria Ombra all’esterno, rendendo finalmente
possibile un vero incontro con il maschile, poiché il dolore e lo shock
agiscono come la levatrice dell’individuazione.
La cecità indotta e la
trappola delle proiezioni
Affinché la sperimentazione dello
shock si trasformi in evoluzione, la donna deve assumersi la responsabilità del
proprio destino. Deve guardare in faccia il “mostro”, riconoscere la
propria Ombra (il motivo per cui ne è stata attratta) e ritirare le proiezioni.
L’attuale ideologia blocca
chirurgicamente questo processo. Dominando l’etosfera, interviene nel momento
dello shock fornendo un alibi deresponsabilizzante: Tu non c’entri nulla. È
colpa del patriarcato. L’uomo è un oppressore sistemico.
Fornendo questa spiegazione
preconfezionata, l’ideologia impedisce alla donna di compiere il lavoro
dell’introspezione e le vieta di riconoscere il suo “gancio”
proiettivo. Le vieta di ammettere che l’uomo violento da cui è attratta è lo
specchio della sua aggressività rimossa (nel caso della donna sottomessa) o
della sua aridità emotiva (nel caso dell’emancipata altoborghese). Un esempio
mitologico di questo fallimento si trova nella fiaba eschimese della ragazza
che sposa lo Spirito della Luna. Per sfuggire a una realtà intollerabile, sale
al cielo vivendo un’esperienza numinosa. Ma quando deve tornare sulla Terra –
il momento in cui l’esperienza inconscia deve farsi realtà concreta – le viene
detto di aprire gli occhi non appena toccherà il suolo. Impreparata, non apre
gli occhi in tempo e viene trasformata in un ragno, condannata a tessere
all’infinito la sua tela, cieca e alienata.
La narrazione vittimistica
mantiene le donne prigioniere in questa cecità psichica, condannandole a
ripetere le stesse dinamiche in modo circolare. Senza l’integrazione dell’Ombra
(ovvero del proprio lato oscuro), il potenziale dell’Animus ctonio rimane
intatto nell’inconscio, pronto ad attrarre inesorabilmente il prossimo partner
violento.
Rieducare il femminile: l’orso
e il nano
Alla luce di questi meccanismi
archetipici, appare evidente l’errore strategico e filosofico delle attuali
politiche culturali (“rieducare il maschile”). L’assunto secondo cui per
fermare la violenza si debba diffondere un clima di sospetto verso gli uomini,
dipingendoli come “oppressori da rieducare” fin dall’infanzia, è
controproducente. Rieducare l’uomo per estirpare la sua “tossicità”
maschile significa agire su un sintomo, trascurando la dinamica sotterranea che
quel sintomo lo ha evocato.
Ciò che invece sarebbe necessario
fare è favorire una profonda maturazione psicologica del femminile. Questo
percorso non significa affatto colpevolizzare la donna per la violenza fisica
che subisce, bensì richiamarla alla più alta e faticosa delle responsabilità
umane: l’autocoscienza. Significa insegnare alle donne (sia a quelle che si
atteggiano a vittime sacrificali, sia a quelle che si trincerano dietro un
cinismo altoborghese) a integrare la propria Ombra, la propria aggressività, il
proprio istinto di potere e il proprio Animus affinché non debba più delegarli
a partner psicopatici: se una donna non prende coscienza della propria natura
distruttiva e della propria spinta al potere, continuerà a delegare all’uomo il
compito di incarnare il “mostro”.
La fiaba dei Grimm Biancaneve
e Rosarossa fornisce il paradigma di questa guarigione. Le due ragazze,
mosse da una pietà materna e fuori luogo, salvano continuamente un nano
malvagio, ingrato e distruttivo, simbolo dell’Animus negativo. Questa
situazione tossica si sblocca solo con l’intervento dell’orso, principio
maschile sano e vitale che, animato da una giusta collera, annienta il nano con
una sola zampata. La donna rieducata è colei che non rifugge da questa forza
ferma e assertiva (l’orso interiore), ma la integra per stroncare senza pietà
le dinamiche distruttive (il nano) prima di esserne divorata.
Finché la società continuerà a
coccolare il femminile nella culla della passività vittimistica o della finta
emancipazione anti-maschile, il drago non verrà mai sconfitto. Solo quando la
donna si riapproprierà della propria Ombra e svilupperà un Io cosciente e
forte, il fascino per il “bruto” perderà la sua ragion d’essere. In
quel momento, il partner cesserà di essere lo schermo su cui proiettare i
propri dèmoni irrisolti, diventando un individuo da incontrare in una relazione
finalmente libera dall’attrazione per il baratro.
[1] In questo secondo profilo, il fallimento nell’integrazione delle forze inconsce avviene attraverso una strategia difensiva opposta (la possessione da parte dell’Animus), ma conduce al medesimo risultato: l’attrazione per il baratro. L’ideale di donna “forte e razionale” è qui malsano poiché tradisce la natura femminile attraverso un’identificazione totale con l’Animus negativo. Per proteggersi dalla vulnerabilità e dal sentimento (l’Eros), la donna costruisce un’armatura di cinismo, spietatezza e volontà di potere, sostituendo la propria natura con uno razionalismo sterile. Marie-Louise von Franz e la psicologia junghiana insegnano che l’inconscio agisce sempre per compensazione: più la coscienza è rigida, astratta e iper-civilizzata, più l’inconscio diventerà barbaro, primitivo e caotico. Saturata da un Logos freddo e snob, la vita cosciente della donna altoborghese entra in uno stato di profonda deprivazione istintuale. Per scuotere questo “castello di ghiaccio”, la sua psiche smette di desiderare un uomo civilizzato o alla pari (che percepirebbe come noioso o debole) e inizia a bramare l’opposto assoluto del suo intelletto: la forza bruta. La donna “arrogante” cerca il bruto perché la sua mente è diventata così arida e distaccata dall’Eros che solo un urto fisico, primitivo e spaventoso riesce a farla sentire viva, evocando il “mostro” per tentare disperatamente di risvegliarsi.