Il volto inesplorato della doppia morale: donne, guerra e responsabilità morale dalla Rivoluzione francese ad Abu Ghraib


Nel suo libro “Le donne e la guerra”, lo storico Martin van Creveld attacca con forza una delle ipocrisie più radicate nella cultura bellica moderna; il fatto che le donne, pur partecipando ai conflitti armati, sia come combattenti che come civili, non vengano giudicate, per gli eventuali reati commessi, con lo stesso rigore morale riservato agli uomini. Le loro colpe, per quanto possano essere gravi, sono spesso attenuate, dissimulate o rielaborate simbolicamente come deviazioni, eccezioni, effetti collaterali di un sistema patriarcale. Secondo un report del Congressional Research Service e dei Judge Advocate General’s Corps (JAG), oltre il 90% dei condannati nelle corti marziali durante il periodo della guerra globale al terrorismo (inclusi Iraq e Afghanistan) erano uomini. Le donne militari processate o condannate in corte marziale rappresentano una percentuale molto esigua, generalmente inferiore al 5% annuo del totale delle condanne militari. Questo giudizio differenziato non è una forma di rispetto, ma una nuova e ferrea applicazione del diritto, in termini di responsabilità pubblica. Un caso paradigmatico, dove la doppia morale ti appare in tutta la sua iniquità  è quello delle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib (2003-2004). Le immagini scattate da personale militare statunitense mostrarono detenuti nudi, umiliati, torturati e costretti a posizioni degradanti. Protagonista emblematica fu Lyndie England, soldatessa della 372ª compagnia di polizia militare, ritratta con il pollice alzato mentre tiene un prigioniero nudo al guinzaglio. Accanto a lei, Sabrina Harman sorrideva accanto al cadavere di un prigioniero morto sotto interrogatorio. England fu condannata a 3 anni, Harman a 6 mesi, mentre Charles Graner, considerato l’ideatore delle torture, fu condannato a 10 anni. Il divario morale e mediatico tra i due sessi è evidente. Questo trattamento rivela la persistente infantilizzazione della donna in ambito militare: può torturare, ma non essere considerata una torturatrice; può comandare, ma resta moralmente subordinata all’uomo.

Durante la Seconda guerra mondiale, numerose donne servirono come guardiane nei campi di concentramento nazisti: Irma Grese, Ilse Koch e altre, furono processate per atrocità efferate. Eppure, la narrazione le presentò come aberrazioni individuali, non come agenti del sistema repressivo, riducendo le loro colpe a mostruosità isolate. Mentre i nazisti maschi furono severamente e giustamente condannati, perché avevano aderito alla ideologia nazista, per le donne si trovava una scusante nel fatto che si erano accordate ai loro compagni, mariti o padri, ma mai una donna è stata considerata una perversa applicatrice della nefasta ideologia nazista. Non esiste nessun Eichman, nessun Heydrich, ma solo donne vittime di una ideologia che non avevano compreso a che cosa portasse. Lo stesso accadde tra le donne Khmer Rouge in Cambogia. IengThirith e Im Chaem attive partecipanti al genocidio non furono processate e condannate perché per la prima fu considerato il fatto che era gravemente malata e per la seconda non si trovò una Corte disposta a processarla. Una simile cosa avvenne nel Ruanda con lo sterminio dei Tutsi ad opera degli Hutu. Due suore benedettine responsabili di avere organizzato la logistica degli stermini e aver raccomandato l’uso di benzina per bruciare vivi i Tutsi, furono condannate a pene minime di 12 e 16 anni grazie al fatto che la Corte gli concesse le attenuanti generiche. Nei gruppi terroristici armati europei e nei gruppi armati europei del secondo dopoguerra, anche quando attivamente coinvolte in atti violenti, le donne furono spesso viste come “seguaci” o vittime di manipolazione maschile. Ma è nel contesto rivoluzionario che la asimmetria tra uomini e donne, nel bene e nel male, diventa ancora più evidente. Sia nella Rivoluzione francese che in quella russa, l’abbandono dei figli fu un fenomeno di massa. Nella Francia del 1792, la riforma del diritto familiare introdusse il divorzio civile, scardinando la famiglia tradizionale. Molti genitori, uomini e donne, abbandonarono i figli, spesso lasciandoli agli ospizi statali, sovraccarichi e inefficienti. Il film ‘Les Mariés de l’an II’ rappresenta in forma comica ma efficace la fragilità del vincolo matrimoniale in quegli anni. Ma nelle cronache del tempo è raro trovare donne accusate di abbandono di minore senza che si giustificasse il tutto come un momento di follia e ciò portò le donne a ricevere pene minori ove fossero state condannate. Paradigmatico è ciò che accadde a Louise Michel maestra, scrittrice, anarchica e combattente della Comune, partecipò attivamente alla difesa della Comune, imbracciando le armi nella difesa di Montmartre. Arrestata dopo la caduta della Comune, rifiutò qualsiasi difesa e chiese la pena capitale per sé; condannata alla deportazione in Nuova Caledonia, vi rimase per otto anni, dopo la sua liberazione tornò in Francia vivendo libera per altri 25 anni. E’ bene ricordare che furono migliaia i comunardi (uomini) che vennero fucilati mentre nessuna donna che pure partecipò attivamente alla Comune fu condannata a morte.

In Russia, tra il 1917 e il 1922, milioni di bambini divennero besprizornye: orfani, abbandonati, erranti nelle città. Non solo la fame e la guerra. Le donne, tanto quanto gli uomini, furono protagoniste dell’abbandono dei figli, talvolta per convinzione politica, talvolta per disperazione. Tuttavia, la narrazione successiva cercò di salvaguardare l’immagine della donna considerata come vittima, ignorando il suo ruolo attivo.

il mito dell’istinto materno è stato sempre usato per assolvere le donne e condannare gli uomini. Ma la storia dimostra che, nei momenti di crisi, anche le donne possono tradire, uccidere, abbandonare. Senza contare che studi degli ultimi trent’anni hanno dimostrato che l’istinto materno è una costruzione sociale e non una realtà naturale. Non sono migliori né peggiori, ma sono pienamente umane, e come tali devono essere giudicate. La colpevolizzazione esclusiva del maschio, cui non si attribuisce un corrispondente ‘istinto paterno’, è un’ipocrisia culturale che occulta la verità.

A questo si aggiunge un elemento moderno e ideologico: un certo femminismo contemporaneo sostiene che le donne sono uguali agli uomini, ma in realtà migliori. Le donne, si afferma, sanno governare meglio, comprendono meglio, agiscono con maggiore empatia e responsabilità. Fino al punto in cui si arriva a sostenere che se il mondo fosse governato dalle donne sarebbe un posto migliore. Tuttavia, quando commettono errori, crimini o abusi, queste stesse ideologie sostengono che ciò accade perché sono state costrette, manipolate o sottomesse da un ambiente patriarcale. Si genera così un corto circuito morale: la donna è superiore, ma non è mai pienamente colpevole. La donna viene quasi vista come un Angelo caduto fra i diavoli, cioè gli uomini. Quando si parla di paternalismo nei confronti delle donne per spiegare il diverso trattamento bisogna però tenere presente che questo termine è ormai divenuto inviso a molte femministe ed anche a donne non femministe, perché legato a un’intera visione del mondo che viene rigettata. Tutto ciò che è paternale, tutto ciò che presuppone un’autorità maschile, viene denunciato come patriarcale, e dunque oppressivo. In questo contesto, molte donne hanno simbolicamente e ideologicamente abbandonato il rapporto con la figura maschile, non tanto come singoli uomini, con i quali continuano ad avere relazioni affettive, ma come archetipo culturale. Ciò avviene anche in quelle donne che, pur non avendo rinunciato all’eterosessualità e a vivere relazioni affettive con uomini, occupano posizioni di leadership o si identificano fortemente con il femminismo contemporaneo. In loro spesso si manifesta una profonda lacerazione interiore: da un lato riconoscono e accettano il legame amoroso con l’uomo, dall’altro mantengono un atteggiamento di costante critica, se non di rifiuto, verso la figura maschile in quanto tale. La tensione irrisolta tra affettività e ideologia diventa un campo di battaglia interiore che alimenta, a livello collettivo, l’instabilità del discorso sull’uguaglianza.

Questi esempi mostrano che il trattamento differenziale delle donne in guerra e in rivoluzione non è un’anomalia recente, ma una costante storica. Le donne possono agire con ferocia, ma raramente sono giudicate per ciò che fanno, bensì per ciò che si pensa dovrebbero essere.

La vera uguaglianza morale, sostiene lo storico van Creveld, inizia quando si smette di giudicare uomini e donne con metri diversi. Finché la donna sarà giudicata attraverso lenti paternalistiche – troppo fragile per combattere, troppo manipolata per essere colpevole – non potrà mai essere davvero considerata uguale all’uomo.

Il caso Abu Ghraib è uno scandalo non solo per i crimini commessi, ma per l’incapacità dell’opinione pubblica occidentale di accettare che una donna possa essere un carnefice. La storia, da Ravensbrück a Phnom Penh, conferma che la responsabilità morale non è una questione di genere. Solo quando le donne saranno giudicate per le loro azioni, e non per i ruoli simbolici che si assegnano loro, potremo parlare di vera uguaglianza.

1 commento per “Il volto inesplorato della doppia morale: donne, guerra e responsabilità morale dalla Rivoluzione francese ad Abu Ghraib

  1. Ros* lux
    27 Luglio 2025 at 14:40

    ‌Il neofemminismo è oggi palesemente un insieme di movimenti interclassisti egemonizzati da imprenditrici ,manager/amministratrici,libere professioniste ,attiviste di professione…Ma anche il femminismo storico come ideologia sessista si prestava alle mistificazioni e alla strumentalizzazione …Ad esempio…
    ‌La presa del potere del filo imperialista Kerenskij avvenne sulla spinta dello sciopero della giornata internazionale delle lavoratrici e lo stesso Governo Kerenskij provo’ ad utilizzare il femminismo come strumento di propaganda per continuare la guerra e nel tentativo di farsi proteggere durante l’assalto al Palazzo d’Inverno.

    https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_di_febbraio
    Il 23 e il 24 febbraio

    A Pietrogrado esistevano tre organizzazioni operaie illegali: il Gruppo dei socialdemocratici menscevichi, il Comitato bolscevico e il Comitato interrionale dei socialdemocratici internazionalisti, o mežrajoncy,[4] un gruppo formato da trotskisti e bolscevichi. Il 23 febbraio (8 marzo) si sarebbe dovuta celebrare la Giornata internazionale della donna: 

    https://it.m.wikipedia.org/wiki/Battaglioni_femminili_della_morte

    Il 6 novembre 1917, in vista del suo imminente invio al fronte, il 1º Battaglione femminile di Pietrogrado fu chiamato al Palazzo d’Inverno con la scusa di partecipare a una parata e a una rivista personale di Kerenskij; una volta nella capitale, tuttavia, il battaglione si vide assegnato al presidio del palazzo stesso, insieme a un raccogliticcio contingente di cosacchi e cadetti dell’accademia militare: il comandante del battaglione, riluttante a farsi coinvolgere in questioni politiche, si rifiutò di eseguire il compito e fece rientrare gran parte del reparto nel suo accampamento fuori città, ma acconsentì a lasciare una compagnia di 137 volontarie a presidio di un deposito di carburante posto nelle vicinanze del palazzo[1].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.