Premessa: l’articolo che segue è
il secondo ed ultimo contributo
all’analisi critica del testo “la sinistra non è woke” di Susan
Neiman. Potete leggere la prima parte su https://www.linterferenza.info/cultura/la-sinistra-non-e-woke-parte-prima-la-cultura-di-sinistra-e-luniversalismo/
Abbiamo visto nella prima parte
che l’autrice pone l’universalismo alla base delle teorizzazioni e della
sensibilità della sinistra. Alla base del woke ci sarebbe invece il suo
opposto, quello che l’autrice definisce tribalismo.
L’universalismo richiede una
maggiore capacità di astrazione rispetto al tribalismo, che si fonda sul
riconoscersi in gruppi di persone accomunate da prossimità e da caratteristiche
evidenti, facilmente percepibili. Si potrebbe quasi dire, a mio parere, che vi
sia una differenza anche a livello cognitivo, dato che la capacità di
astrazione è caratteristica del pensiero superiore, associato ai lobi
prefrontali. Riconosco tuttavia che si tratta di un’ipotesi azzardata e, per
certi aspetti, piuttosto lombrosiana.
L’universalismo consiste nel
riconoscersi tutti come esseri umani che rifuggono il dolore, desiderano vivere
liberi e considerano questi principi come diritti fondamentali che non devono
essere violati.
Il relativismo culturale, che pure
ha origini nobili, sfocia spesso nel razzismo. A questo proposito è illuminante
quanto riportato a pagina 36:
«Durante la guerra in Vietnam era normale
sentire commentatori statunitensi spiegare con solennità che, per gli asiatici,
morire fosse meno grave che per gli altri. Ricordo ancora l’espressione sincera
di quei giornalisti.»
Di conseguenza, l’uccisione di un
americano non veniva considerata sullo stesso piano di quella di un asiatico.
[N.d.R.: Una gerarchia tra gli omicidi che mi ricorda la recente legge sul
femminicidio.]
Le moderne tribù si organizzano
intorno ai concetti della cosiddetta “cultura e politica
identitaria”, costruendosi attorno a caratteristiche quali il sesso,
l’etnia o la religione, assunte come tratti distintivi e come fondamento di una
presunta superiorità o, comunque, della rivendicazione di un trattamento
privilegiato. Nonostante queste tribù parlino generalmente di inclusione, hanno
bisogno di escludere e di individuare dei nemici. [N.d.R.: Né il movimento
LGBT+, né il femminismo, anche nelle sue versioni più intersezionali, riescono
a comprendere gli uomini; il maschio bianco cisgender resta anzi il nemico
dichiarato, anche quando versa in condizioni disperate.]
Stranamente, l’autrice non parla
mai delle lobby e di quella che considero la progressiva trasformazione delle
nostre democrazie in sistemi di lobbying. Non più giustizia per tutti, ma
“ascolto” dei gruppi più influenti, di chi riesce a farsi sentire,
mentre altri rimangono sempre esclusi dal “salotto buono”.
Ogni tribù riconosce dunque i
propri membri sulla base di qualche caratteristica, spesso rivendicando in
senso positivo ciò che la società aveva originariamente imposto come etichetta
stigmatizzante.
Molte tribù si strutturano quindi
attorno alla consapevolezza, reale o presunta, di essere vittime. Proprio di
recente ho sentito una sorta di proverbio o aforisma: «Chi si atteggia a
vittima finisce per fare vittime.»
Viene immediatamente in mente la
politica di Israele. È indubbiamente vero che gli ebrei siano stati vittime di
numerose persecuzioni nel corso della loro storia e di un vero e proprio
tentativo di genocidio da parte dei nazisti.
Sono quindi stati spesso nella condizione di vittime. Sarebbe però una fallacia
logica ritenere che chi è stato vittima, proprio in virtù della propria
esperienza, non possa diventare a sua volta carnefice.
L’autrice individua correttamente
la crescente attenzione che la storiografia moderna ha dedicato alle vittime,
cioè a coloro che hanno subito la violenza e la prevaricazione dei potenti. Ciò
ha generato una forte empatia che, talvolta, ha finito per offuscare il senso
critico.
A mio parere, pesa anche la nostra
formazione cristiana, sintetizzata nel passo evangelico: «Beati gli ultimi,
perché saranno i primi a entrare nel regno dei cieli», insieme a un certo manicheismo
che ci porta a dividere nettamente il mondo in buoni e cattivi e ad assegnare
il ruolo di vittima, e quindi implicitamente quello di “buono”, a
determinati soggetti una volta per tutte.
La storia ha smentito questi
preconcetti, e non soltanto nel caso degli ebrei e di Israele.
Vorrei ora parlare di quella che
ritengo essere la più potente tribù o lobby del nostro tempo, quella
femminista, che sarebbe riuscita a diventare uno degli assi portanti
dell’ideologia dominante.
L’autrice ne parla soltanto in
modo occasionale e, in alcune parti del libro, si premura di dichiarare la
propria adesione all’idea del patriarcato. A mio avviso, ciò costituirebbe
un’ulteriore dimostrazione della forza della suddetta tribù o lobby.
L’ascesa del femminismo può essere
letta attraverso la categoria della “profezia che si autoavvera”,
concetto formulato dal sociologo Robert K. Merton nel 1948. Questa breve
conclusione riflette esclusivamente le mie analisi e non quelle dell’autrice
del testo:
Prendiamo, ad esempio, l’interpretazione corrente della violenza di genere. Si parte dall’idea che la donna sia sempre vittima dell’uomo e di una società maschilista e patriarcale. Si cercano conferme nella storia indagando esclusivamente la condizione femminile e non anche quella maschile; si dà per scontata una rigida continuità storica fino ai giorni nostri; si istituiscono centri che accolgono esclusivamente vittime femminili, con la conseguenza che la violenza subita dagli uomini rimane in larga parte invisibile e non raggiunge l’attenzione dei media. In questo modo si finisce per confermare l’idea dalla quale si era partiti: che la donna sia sempre vittima dell’uomo e della società. Come corollario, chi mette in discussione questa interpretazione viene considerato complice della violenza sulle donne.