Ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel “novecentismo” nostalgico o nell'”identitarismo reattivo”


AAVV. “Per un nuovo pensiero strategico”, Meltemi 2026.

Per Meltemi, collana Linee, esce un volume collettivo che mette insieme atti di convegni promossi dalla rivista “L’Interferenza”. Nell’insieme emerge un documento di fase, come naturale disomogeneo, che raccoglie diciotto autori in quattro parti. L’ambizione del testo è di fornire contributi al rinnovo di un punto di vista materialista che superi la stagione del postmodernismo e del più recente “politicamente corretto”, senza tuttavia rifugiarsi nel marxismo da catechismo. La tesi di fondo, che accomuna la maggior parte dei testi, è che la sinistra occidentale, incluso quella marxista, si è fatta egemonizzare dal ceto medio urbano benestante, assorbendone priorità e battaglie. Tale spostamento ha finito per concentrarla sulle rivendicazioni politico-culturali, mettendo sullo sfondo, per lo più retorico, i temi sociali che ne rappresentavano la ragione di essere durante il Novecento (più precisamente, dagli ultimi anni dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento). Le sostituzioni operate sono: i diritti civili per i diritti sociali, il conflitto identitario per quello di classe, il cosmopolitismo per l’inter-nazionalismo. Probabilmente non per caso questo movimento, in particolare negli ultimi dieci o venti anni, si è accompagnato con lo spostamento di parte significativa dei ceti popolari e lavoratori verso destra. Dove ha trovato, non già un’effettiva difesa dei suoi interessi, quanto un riconoscimento della legittimità del suo risentimento. La sinistra socialista, e comunista, nella fase di crescita, coincidente con la lunga espansione 1870-1914 e poi con i trent’anni gloriosi tra il 1945 ed il 1973, creava la verifica empirica della promessa per la quale “il domani sarà meglio”. Per cui il progetto “progressista” socialista (narrazione ascendente e destino di vittoria della classe, diagnosi strutturale e promessa di riconoscimento della dignità del lavoratore-civiltà) era in sincronia con il tempo. Il risentimento era trasformato in un progetto politico.

Negli anni Settanta i salari stagnano, le classi medio-basse perdono terreno, la mobilità si ferma e le periferie si svuotano. Se qualcuno continua a dire che domani il progresso si produrrà, e lo dice da una “zona Ztl”, questo suona come un insulto. La sinistra liberale viene percepita come offensiva, e, peraltro, sempre più restituisce questa distanza come disprezzo. La sinistra liberale considera i ceti popolari arretrati: razzisti, sessisti, omofobi, ignoranti, (e “sdentati”). Questa è la diagnosi di Zhok nel volume. La destra vince perché riconosce il torto e ci parla, offre un nemico esterno, identifica appartenenze.

La sinistra ha offerto appartenenze, ma individuali. Cosa attraente solo se gli altri problemi sono risolti e se non si ha bisogno di essere difesi da una comunità. Il punto si potrebbe individuare in questo modo: non si può tornare al progressismo novecentesco, perché non è più questo il contesto. Non si può contendere la reazione alla destra. Non si può continuare a rifugiarsi sulle torri di avorio, sempre più piccole e sempre più assediate.

Il problema è il costo sociale del dissenso, che blocca molti, anche se sanno di essere sulla strada dell’isolamento come area. Il prezzo di allontanarsi dai riti e dalle conferme simboliche è individuale. Ed è alto.

Questo libro lo paga.

Alcuni interventi traggono da questa diagnosi di fase le ragioni per una netta presa di distanza, e talvolta attacco, all’ideologia del “politicamente corretto”, e per essa al femminismo della seconda e terza onda, all’ideologia woke, alla cancel culture, il transumanesimo, etc… tutti questi complessi fenomeni, tutt’altro che omogenei, sono individuati come ‘sovrastruttura’. Precisamente come ‘sovrastruttura coerente con il capitalismo finanziario contemporaneo’. Il carattere per lo più di interventi a convegni impedisce di approfondire al livello necessario questa diagnosi, tuttavia largamente condivisa dai relatori.

Altri temi nel volume insistono sulla crisi terminale dell’egemonia statunitense e sull’apertura di uno scenario multipolare nel quale in particolare la Cina può rappresentare un fattore di bilanciamento. La Cina non sarebbe, in questa prospettiva, il medesimo dell’Occidente imperiale, come proposto da alcune letture proprie anche a settori della sinistra radicale, quanto una formazione storico-sociale originale. Formazione con la quale il pensiero critico occidentale si deve misurare.

Alcuni interventi sono orientati all’analisi di fase. Tengono insieme demografia, crisi dell’ordine unipolare, trasformazione del capitalismo, ritorno della guerra, declino europeo e crescita della complessità globale.

Altri si concentrano sul problema della sinistra. Come diagnosticato da Sahra Wagenknecht, la sinistra occidentale avrebbe, infatti, per lo più sostituito la rappresentanza sociale con la rappresentazione morale, abbandonando il conflitto tra capitale e lavoro (e, conseguentemente, la sovranità democratica, il ruolo dello Stato). Assumendo quindi, come proprio linguaggio principale, quello dei diritti individuali, degli stili di vita, della distinzione etica, della superiorità culturale. Ciò considerato, per superarne i limiti è necessario che classe e nazione, giustizia sociale e democrazia, pace e interessi popolari possono tornare a parlarsi.

Il conflitto multipolare è letto soprattutto attraverso il “caso Cina”. Qui la tesi è che la Cina non è semplicemente “capitalismo autoritario”, né il ritorno del socialismo novecentesco. È una formazione storica originale, contraddittoria, nella quale Stato, partito, mercato, pianificazione, civilizzazione e strategia geopolitica si intrecciano. Capire la Cina, quindi, non significa aderirvi; significa smettere di leggerla come una copia difettosa dell’Occidente.

Tra i contributi, senza voler far torto ai diciotto autori, possono essere segnalati quelli di Vladimiro Giacchè e Giacomo Gabellini sul multipolarismo e l’economia della crisi, e, in questa direzione, anche di Carlo Formenti. Quindi quello di Pierluigi Fagan sui sistemi complessi e il problema della democrazia. Le distinzioni operate sul tema dei femminismi da Andrea Zhok e da Antonio Martone, che enfatizzano la “trappola della frammentazione”. Le gabbie tecniche messe in evidenza da Pier Paolo Caserta.

Più in dettaglio:

– Vladimiro Giacchè fornisce, nel suo intervento sulla Wagenknecht, quella che appare come un’analisi economicamente e storicamente molto solida. Seziona la mutazione della sinistra da portatrice dei diritti sociali delle classi subalterne a paladina del neoliberismo progressista dei ceti medi riflessivi, tracciando con precisione chirurgica le tappe della deflazione salariale in Europa (dallo SME all’Euro, fino alle privatizzazioni). Sulla Cina, evita ogni idealizzazione, spiegandone lo sviluppo attraverso l’innovazione della categoria marxista dello “stadio primario del socialismo” e l’integrazione dialettica con la propria tradizione culturale. In “Su alcune differenze tra la Cina e noi”, entra nel merito della struttura ideologica del marxismo cinese, non solo sul piano geopolitico. Il passaggio sul marxismo come visione organica del mondo, sistema di valori e guida della prassi consente di capire la distanza tra marxismo occidentale e marxismo cinese.

– Gabellini, nel saggio “Gli artefici del multipolarismo”, fornisce una utile mappa che parte dalla ricostruzione dei cicli egemonici (da Braudel ad Arrighi) spiega il parassitismo finanziario degli Stati Uniti e la deindustrializzazione occidentale non come “scelte morali”, ma come tendenze oggettive del capitale. Uno dei punti di forza è la disamina basata sui dati del Pentagono (le dipendenze della catena di fornitura militare USA dalla Cina) e la spiegazione di come la re-industrializzazione americana tenti di nutrirsi del vassallaggio e del cannibalismo economico ai danni dell’Europa.

– Pierluigi Fagan applica l’analisi dei sistemi complessi e della termodinamica all’esplosione demografica e alla “densificazione” planetaria. Ancora, in tal modo, la geopolitica a fatti “duri” (risorse, ecologia, demografia africana) e, nel saggio sulla democrazia, smaschera l’ingegneria della governance neoliberale pianificata fin dagli anni ’70 dalla Commissione Trilaterale per disinnescare la partecipazione popolare.

– Pier Paolo Caserta interpreta le logiche del capitalismo digitale e il politicamente corretto come Gleichschaltung (la ‘sincronizzazione coatta’ della società) di memoria storica. Sulla base di tale chiave chiarisce come l’ordine digitale non reprima la libido, ma la estragga per atrofizzare la capacità cognitiva di immaginare alternative.

– Carlo Formenti, partendo da Giovanni Arrighi, esplora il paradosso di uno Stato-partito – quello Cinese – che “usa” le dinamiche capitalistiche per blindare la transizione socialista e la sovranità, lasciando aperta la discussione dialettica sui rischi di questa traiettoria.

– Antonio Martone, in “Il capitalismo perde il ‘pelo moderno’ ma non il vizio”, descrive la dissoluzione edipica e la nascita dell’identità liquida del “consumatore da clic”. Viene analizzata la dissoluzione di maschile/femminile dentro il soggetto di consumo, il capitale, la reificazione, il desiderio indotto.

– Andrea Zhok, in “Il personale è politico?”, identifica il nodo del passaggio da universalismo egalitario a rivendicazioni lobbistiche di gruppi particolari, assimilando studi di genere, lobbying, psicologizzazione e crisi democratica.

– Fabrizio Marchi, in “Di bolina, contro un vento gelido e sferzante”, inquadra la linea della rivista, unendo in una critica tecno-capitalismo, politicamente corretto, crisi delle sinistre.

– Stefano Fassina, che per certi versi rappresenta una linea di critica interna ai contributi del testo, riconosce esplicitamente i limiti dell’analisi soggettivistica della Wagenknecht (la crisi dell’89 e la liberalizzazione dei capitali sono fatti strutturali, non scelte di cattivi leader), e propone interlocuzioni concrete — il M5S, una posizione contro l’allargamento UE, una battaglia sulla direttiva Bolkestein.

In sintesi, in particolare nei pezzi di Giacchè e Fassina, è contenuta un’affilata critica della sinistra occidentale come soggetto non più riconoscibile. Ciò in una chiave materialista che accomuna l’intero testo. Non si tratta di indulgere in una postura di lamentazione morale (ovvero secondo la categoria del “tradimento”), quanto di riconoscerla come effetto ultimo della liberalizzazione dei capitali, del vincolo esterno europeo, della finanziarizzazione.

I pezzi di Giacchè, Fagan, Catone e Formenti leggono la Cina da una prospettiva marxista non dogmatica, rifiutando sia l’occidentalismo (che vedrebbe la Cina come capitalismo travestito), sia l’orientalismo (che la vedrebbe come alterità assoluta). Gabellini, Volpi, Fagan e Catone, creano una mappa del presente. Per essi il sistema multipolare asiatico funziona per cooperazione e competizione regolate, non per blocchi, e la sua logica è incompatibile con la mentalità da guerra fredda che ancora struttura il discorso pubblico occidentale.

La sfida sarebbe di ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel novecentismo nostalgico, da una parte, o nel identitarismo speculare e reattivo, dall’altra.

Una sfida che resta aperta.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "I'nterferenza Per un nuovo pensiero strategico иHeT MELTENILINEE MELTEMI LINEE"

1 commento per “Ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel “novecentismo” nostalgico o nell'”identitarismo reattivo”

  1. Giulio Bonali
    20 Maggio 2026 at 9:59

    Mie modeste critiche che intendono essere costruttive:

    “Negli anni ’70 i salari stagnano, le classi medio-basse perdono terreno, la mobilità si ferma e la periferie si svuotano”
    Secondo me, anche se questi obiettivi, “da sempre” perseguiti dal grande capitale al potere, si sono intensificati allora con le reazionarissime presidenze Reagan e Theatcher, in realtà hanno cominciato rapidamente a realizzarsi solo dagli anno ’90 in seguito -non casuale!- alla caduta del muro di Berlino e alla sconfitta del “socialismo reale”.

    Sara Wagenknecht ha in parte (quella qui accennata da Visalli) predicato bene, ma come tanti altri ha razzolato malissimo rendendosi puntualmente disponibile (in particolare in occasione di elezioni) ad alleanze con la pseudo”””sinistra””” reazionaria politicamente corretta in funzione di sua portatrice d’ acqua, così contribuendo alla perdita di fiducia in un reale progresso sociale da parte delle masse popolari e alla loro caduta sotto l’ egemonia delle destre “sincere” (il contrario di quanto ha predicato).

    Invito a considerare (criticamente, com’ é avvio!) la mia considerazione dell’ importanza della sconfitta del “socialismo reale” e della sua pressocché unanime distorsione ideologica come “crollo” o addirittura “fallimento” nella svolta reazionaria che ha preparato il terreno all’ attuale pessimo stato di cose presenti e nella perpetuazione e rafforzamento di esso:
    Malgrado ovvio contributo in qualche limitata misura ovvio ed inevitabile di carenze intrinseche e di scelte inadeguate ed errate dei suoi gruppi dirigenti (da studiare criticamente con grande impegno!), il socialismo reale non si é “spontaneamente afflosciato” per un autonoma inadeguatezza intrinseca di fronte alla realtà dei fatti, ma invece é stato sconfitto dopo una furibonda, sanguinosissima guerra settantennale condotta (ininterrottamente, con altri mezzi, politici, anche negli intervalli di “tregua” meramente militare) dal capitale monopolistico dominante in gran parte del mondo con i mezzi più spietati, abbietti, disumani (interventi militari durante la guerra civile successiva alla rivoluzione d’ Ottobre, operazione Barbarossa, stragi atomiche di Hiroshima e Nagasaki, corsa agli armamenti durante la guerra fredda ne sono stati solo aspetti ed episodi più orrendamente tragici).
    Il “socialismo reale” presentava ovviamente non trascurabili difetti ed aspetti negativi, ma non può essere valutato (come intelligentemente pretendono le classi dominanti e stoltamente acconsente tantissima sinistra anche in buona fede, senza virgolette) come se si fosse trattato di un’ asettico esperimento di laboratorio, dimenticando che senza sporcarsi le mani (e in qualche misura perfino la coscienza) il grande capitale monopolistico finanziario non si sconfigge e si finisce oggettivamente per avallarne di fatto i ben più terribili e disumani crimini, magari coltivando meravigliose ma inani utopie.
    Come il “socialismo reale” ha condizionato il capitalismo reale (potentemente contribuendo ad imporgli le conquiste dello “stato sociale”, infatti in via di ingravescente smantellamento da dopo la caduta del uro di Berlino), così il capitalismo imperialistico al potere nella parte di gran lunga più ricca e potente del mondi ha potentemente condizionato in senso negativo il “socialismo reale”.
    Rendersi conto di questo NON E’ AFFATTO “NOVECENTISMO NOSTALGICO”, ma casomai sobrio realismo.
    Infatti secondo me questa mistificazione ideologica della storia del ‘900 é la leva di gran lunga decisiva dell’ attuale egemonia reazionaria, in quanto alla base del thatcheriano “there is no alternative” dal momento che “proverebbe” che tentare di cambiare nel profondo la miseria presente porterebbe inevitabilmente a miserie ancor peggiori.
    E difficilissimo capire e far capire che la perfezione non esiste, che la storia non conosce parti cesarei in confortevole anestesia ma solo dolorosissimi parti distocici, che é necessario affrontare con coraggio e spirito di sacrificio se si vuol cercare di far nascere un mondo migliore (“la violenza é la levatrice della storia”, Karl Marx).
    Ma sono sempre più convinto che se non si parte da qui, dalla sobria e realistica consapevolezza della pessima condizione presente della lotta di classe (per lo meno in Occidente) e della strada lunghissima, tortuosa, faticosissima, dolorosissima che solo può forse, senza alcuna garanzia di successo, portarcene fuori, se si cercano impossibili scorciatoie si finisca sempre puntualmente per deludere lavoratori e sfruttati e irrobustire quei demagoghi reazionari che li adescano per conto delle classi dominanti, come di fatto già accaduto fin troppe volte:
    errare humanum est, perseverare diablicum!).

    Grazie per l’ attenzione.

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