Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio
2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso
discorso[1]
nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della
civiltà occidentale.
Un anno fa il vicepresidente Vance pronunciò nella stessa
occasione un vibrante discorso[2]
nel quale spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a quella dei
valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione era
impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia e
Ucraina” e che lo preoccupava “la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi
valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si era appena
vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione non
gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di
espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi
più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo
sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere
d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro
diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.”
Ora l’amministrazione americana ha mandato un funzionario di
livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a
dire una cosa diversa. Mentre Vance parlava di democrazia e di pace, Rubio
parla di scontro e di espansione. Gli elementi fondamentali del discorso sono
la fuoriuscita dalla cornice universalista, in favore di un approccio
“civilizzazionale”, che, al contempo, rifiuta di pensarsi come opzione tra
altre, e l’idea che esista qualcosa come l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti
ed ai quali l’Europa deve aderire per “sopravvivenza”. Inoltre, l’idea che
questo Occidente deve smettere di avere paura (un tema presente anche in Vance)
ed espandersi, di nuovo.
Tutto il discorso, pronunciato con un tono fermo e
assertivo, mostra una percezione difensiva del momento del mondo. E l’invito a
passare nuovamente all’offensiva. Coerente con una Conferenza che ha proposto
venti di guerra.
Richiamando l’origine della Conferenza, al tempo della
Guerra Fredda (1963), Rubio ha evocato la vittoria finale sull’Urss e, dopo di
questa, la “pericolosa illusione” per la quale la storia sarebbe stata finita.
Ogni nazione sarebbe, al termine di un percorso di apprendimento e crescita,
diventata “liberale” e “democratica”. L’altra grande idea settecentesca per la
quale i legami del “dolce commercio” avrebbero prevalso, sostituendo le
passioni obsolete e, con esse, le nazionalità. Queste venerabili, vecchie, idee
sono state definite, nel discorso, “sciocche”. Una idea che “ignora la natura
umana” e le “lezioni di 5000 anni di storia”.
Dopo aver evocato un’antropologia hobbesiana il Segretario
individua i quattro nemici dell’amministrazione e la meccanica della loro
azione: il libero commercio, colpevole di aver provocato la
deindustrializzazione e la perdita di controllo delle supply chain (ad esempio,
nelle terre rare), la deviazione di risorse dalla difesa allo Stato
Assistenziale e, il culto del clima, per il quale sono state imposte
politiche energetiche che “impoveriscono la nostra gente”. Quindi l’apertura ad
una immigrazione di massa che “minaccia la coesione delle nostre
società”.
Quattro temi che sono “fatti” nella mente del Segretario. Ma
tutti attribuiti a forze esterne e decisioni politiche, mentre si è trattato di
una dinamica dello stesso capitalismo americano, di quelle grandi aziende
internazionali monopolistiche che, loro, hanno delocalizzato per decenni per
ridurre il costo del lavoro, estrarre più profitti e nasconderli nei paradisi
fiscali (riciclandoli nell’alta finanza); della ricerca parossistica della
prossima migliore trimestrale, al prezzo di scegliere fornitori insicuri,
purché costassero un dollaro in meno; la necessità di diversificare le fonti di
approvvigionamento energetico in particolare dopo shock come le guerre
americane in Medio Oriente dell’amministrazione Bush (e qui, palesemente Rubio
parla da venditore, essendo l’Amministrazione Trump alla ricerca di acquirenti
per quello shale gas nel quale la grande finanza Usa di Black Rock e Vanguard
ha investito migliaia di miliardi negli ultimi anni); l’immigrazione è stata
per anni una risposta esattamente alla ricerca costante di minore costo del
lavoro e aumento del plusprofitto da parte del capitalismo monopolistico
occidentale.
Ad ogni conto, l’obiettivo esplicito del Segretario è di
invertire il declino, rigettare l’ordine multilaterale e riaprire la storia. Con
le sue parole, “rinnovamento e restaurazione”, un “futuro orgoglioso, sovrano e
vitale come il passato della nostra civiltà”. In questa battaglia, per Rubio
Stati Uniti ed Europa sono “intrecciati”, in quanto “parte della stessa
civiltà”. Ovvero “secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura,
patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno
fatto insieme”.
A seguito di questa ri-essenzializzazione dell’Occidente
come soggetto storico unitario si crea un campo polare “Noi/Altri”, che
fronteggia direttamente la visione cinese di “tutti sotto il cielo” e “destino
comune dell’umanità”. Nessuna dimensione planetaria viene ammessa come
legittima. Né il diritto di movimento (come visto l’immigrazione è
espressamente denunciata come minaccia identitaria), né la tutela del clima
come bene comune (anche qui la questione ecologica è derubricata a leva
geopolitica ed industriale). Il mondo immaginato da Rubio è piuttosto un’arena
nella quale grandi guerrieri combattono per la vita. Un “Grande spazio” da
occupare e contendere.
Se l’universalismo è abbandonato e la lotta tra civiltà è
l’unica verità del mondo, allora, per il Segretario di Stato, il centro
normativo deve essere a Washington e l’Europa si deve allineare. La migrazione
ed il clima sono minacce alla civiltà.
Quella civiltà che ha “piantato i semi della libertà che
hanno cambiato il mondo”, che ha concepito – qui, in Europa – “il diritto, le
università e la rivoluzione scientifica”, un continente che ha prodotto “Mozart
e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci, dei Beatles e
dei Rolling Stones”. Ma anche “i soffitti a volta della Cappella Sistina e le
torri imponenti della grande cattedrale di Colonia”. Una eredità, dunque, di
cui essere fieri, orgogliosi. Un sentimento, questo, che è l’unica condizione
necessaria per plasmare il futuro.
Emerge dal testo una specifica visione, la civiltà è
minacciata e il declino è alle porte, il male è da identificare non più
nell’autoritarismo (come nella posizione dell’universalismo liberale che Vance
ha rovesciato nel suo discorso di un anno fa), ma nella dissoluzione
identitaria, perdita di sovranità e declino, frammentazione. Ciò che ostacola
il male è solo la forza. Quella dell’Occidente a guida americana, un blocco
forte, orgoglioso, sovrano. Portatore di una forma di vita e di un ordine che
ha diritto di sopravvivere e usare la forza verso i “barbari”.
Questa antropologia tragica, questi toni drammatici, da
ultimo scontro, risaltano con l’antropologia armonica e relazionale proposta
dal mondo orientale, e cinese in particolare. Con l’idea di Dao, di tessitura
di destini, di riferimento all’unico Cielo. Con l’orientarsi alla stabilità,
all’equilibrio.
Il ritorno del tragico, nel discorso di Rubio, evidenzia ed
esplicitamente la fine della fase liberale. O meglio, la transizione nella
polarità liberale dal volto delle regole a quello del suprematismo
civilizzazionale (entrambi sempre presenti).
In uno dei passaggio più densi dice:
“L’unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare le
nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli.
Un’alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri
interessi e a preservare la libertà d’azione che ci consente di plasmare il
nostro destino – non un’alleanza che esiste per gestire uno stato sociale
globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. Un’alleanza
che non permette che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato
a sistemi al di fuori del suo controllo; un’alleanza che non dipende da altri
per le necessità critiche della sua vita nazionale; e un’alleanza che non
mantiene la cortese pretesa che il nostro stile di vita sia solo uno tra i
tanti e che chieda il permesso prima di agire”.
In un discorso di preparazione alla guerra, dentro una
Conferenza che ha solo questo scopo, Rubio parla di “difendere il nostro
popolo”, non la “libertà e democrazia” come i suoi predecessori, “salvaguardare
i nostri interessi” e preservare una specifica forma di libertà, quella “di
azione”.
Ciò che attacca è la visione per la quale l’Occidente
promuove universalmente il benessere (lo “stato sociale globale”).
Soprattutto, afferma che lo “stile di vita” occidentale (ma,
chiaramente, attaccando lo Stato Sociale, intende quello americano) non è “uno
dei tanti”. Non si affianca a quello russo, o cinese, quello iraniano,
africano, sudamericano, etc… ma viene prima, non deve “chiedere il permesso”.
Può agire (rivendica le azioni recenti). Rifiuta la contingenza e non riconosce
nessuna autorità sovranazionale, decide da solo. Invade, bombarda, rapisce.
Compete anche, con le economie del “Sud globale”. E lo fa
nei settori che definiranno il XXI secolo, che elenca così: “viaggi spaziali
commerciali e intelligenza artificiale all’avanguardia, automazione industriale
e produzione flessibile, una catena di approvvigionamento occidentale per
minerali critici non vulnerabile alle estorsioni di altre potenze”.
In uno dei passaggi più shoccanti del suo discorso Rubio,
dopo aver ricordato le aggressioni unilaterali in Iran e Venezuela, ha chiesto
all’Europa di unirsi all’America per ricolonizzare il mondo. Come ha detto,
“un percorso che abbiamo già percorso insieme e speriamo di
percorrere di nuovo. Per cinque secoli prima della fine della Seconda Guerra
Mondiale, l’Occidente si era espanso. I suoi missionari, i suoi pellegrini, i
suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per
attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che
si estendevano in tutto il mondo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di
Colombo, l’Occidente ha iniziato a contrarsi. L’Europa era in rovina. Metà di
essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a
seguirla. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale,
accelerato dalle rivoluzioni comuniste senza Dio e dalle insurrezioni
anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso il martello
e la falce rossa su vaste aree della mappa negli anni a venire”.
Dunque, molti credettero che “l’era di dominio dell’Occidente” fosse terminata. Che restasse da “espiare i presunti peccati delle generazioni passate”.
Questo “dominio” è ciò che gli USA vogliono riattivare,
contro la paura, “del cambiamento climatico, della guerra, della tecnologia”.
Vogliono restituirsi “un posto nel mondo” (centrale, ovviamente) e respingere “le
forze di cancellazione della civiltà che oggi minacciano sia l’America che
l’Europa”.
I due discorsi, separati solo da un anno, segnano uno
spartiacque: dalla destra “populista” di Vance, che cercava accordi esterni per
concentrarsi sulla cura delle fratture interne ed il disciplinamento ideologico
dell’Europa si passa, con Rubio alla destra “imperiale”, che cerca proiezioni
di potenza esplicitamente neocoloniali e le rivendica. Una posizione molto meno
sicura di sé, divenuta incapace di pensarsi nel mondo e aggressivamente
rivolta a imporsi sopra questo.
[1] –
Qui il video dell’intervento, https://www.youtube.com/watch?v=yOjBJ89aeXA
qui l’abstract del Governo americano, https://www.state.gov/releases/2026/02/secretary-of-state-calls-on-european-leaders-to-defend-western-civilization-in-munich-security-conference-speech-2/
qui il testo trascritto www.astrid-online.it/static/upload/marc/marco-rubio-remarks-at-msc-2026.pdf
[2] – https://it.insideover.com/politica/letture-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco.html