Il libro di Pino Arlacchi[1]
tenta un’impresa di notevole ambizione, fornire un quadro generale dell’Universo
Cina partendo da una prospettiva storica comparativa e accedendo, nella Seconda
e Terza parte, ad analizzarne le specificità interne di lungo e breve periodo.
Il punto di partenza dell’autore è molto noto: la Cina e l’India, prese nel
loro insieme, sono sempre state nel corso della storia umana il centro
gravitazionale centrale per così dire ‘oggettivo’, solo da duecento anni sono
divenute periferia e ora stanno ‘riemergendo’. Al contrario, solo per periodi
limitati (come durante la fase apicale dell’Impero romano) quello che
chiamiamo, con formula che contiene in sé il confronto e la polarità,
“Occidente”[2] ha potuto confrontarsi alla
pari con lo splendore “orientale”, fino a che negli ultimi trecento anni ha
preso il sopravvento, seguendo un percorso che gradualmente ha acquistato
energia a partire dalla ‘scoperta’ cinquecentesca dell’America e dal dominio
dei commerci di lunga percorrenza e poi delle colonie. Per la gran parte del
tempo, migliaia di anni, questo è stato, invece, economicamente,
demograficamente ed in termini culturali, periferia.
Fino al 1820, il polo orientale vedeva presenti, in un’area
tutto sommato ristretta, oltre la metà del genere umano e della produzione (soprattutto
dopo i massacri americani condotti in America da spagnoli, portoghesi e
anglosassoni ai danni di circa un quarto della popolazione mondiale dell’epoca).
A quella data solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5%
nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita, ci racconta Arlacchi, era
superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia, come
mostrano diversi autori[3],
era più avanzata sotto molti profili, salvo quella militare. Tale condizione
cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati
dalle guerre dell’oppio (1840 e 1860)[4], è
ciò che normalmente viene definito la “Grande divergenza”[5].
Concentrandosi sulla Cina, i fattori che la resero stabile
per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia
politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico
non-capitalistico. Questi tre fattori sono oggetto specifico del libro.
A questa stabilità plurimillenaria che attraversa invasioni
e sostituzioni di dinastie, fasi di oscuramento e anarchia, rivolte enormemente
sanguinose (come quella dei Taiping), conservando il percorso culturale, si
oppone un’esperienza del tutto diversa. In “Occidente” grandi imperi tramontano
e sorgono[6],
senza mai riuscire a consolidarsi o durare, e si impongono modelli politici
statuali che comportano una drammatica divergenza culturale e una teoria senza
fine di scontri.
Il testo si concentra in primo luogo sul fattore militare, ovvero
sulla sua assenza relativa nel sistema cinese. Per Arlacchi, sulla base di
solide evidenze fattuali la differenza fondamentale è questa: il mondo
cinese è centripteto e non aggressivo. Non tenta di espandersi ed è sempre
tendenzialmente pacifico. Come scrive, si tratta di “un cosmo che guarda a sé
stesso e che si considera al contempo universale, privo di perciò di una spinta
espansiva di tipo sia territoriale che economica e militare”[7].
Al contrario, la successione infinite delle guerre di conquista, nelle quali
l’Occidente europeo si è costantemente impegnato, a partire dal mondo greco,
mostra la psicologia aggressiva che connatura il suo modo di stare nel mondo.
Si tratta di una tesi abbastanza chiaramente polemica, e di
grande complessità. Se pure è quantitativamente dimostrabile (con un differenziale
che l’autore quantifica in uno a dieci) che il sistema europeo ed Occidentale
ha condotto molte più guerre di conquista gli uni contro gli altri, resta da
spiegare l’intreccio delle cause. Il testo per lo più propende per un’interpretazione
ontologica (ed a tratti onto-teologica) ed essenzialista. L’Occidente, dai
Greci in poi sarebbe in sé militarista e bellicista, la Cina no.
Metteremo alla prova questa assunzione nel seguito. Per ora
sottolineiamo solo che il generoso e coraggioso libro di Pino Arlacchi, con la
cui missione concordiamo (legittimare la transizione multipolare entro la quale
l’Occidente collettivo deve necessariamente fare un passo a lato e accettare di
essere parte tra le altre), sarebbe meglio servito da una più attenta scelta
dei registri teorici (culturalismo vs materialismo, realismo vs universalismo,
progressismo vs orientalismo) e dal sorvegliare la tendenza, connaturata alla
nostra cultura, di scivolare verso la filosofia della storia e la concezione
stadiale dello sviluppo umano.
Ad ogni conto, come ricorda anche Carlo Formenti, in una
recensione del medesimo testo[8], l’autore
ripercorre la medesima traccia sottolineando che la svolta nella considerazione
della Cina avviene dopo la fine del XVIII secolo, quando la conquista
dell’India e l’accresciuta pressione coloniale nell’estremo oriente resero
necessario legittimare verso le opinioni pubbliche la conquista. Come ricorda è
a partire da Hegel (che scrive all’avvio del XIX secolo) che il Celeste Impero
comincia ad essere descritto come afflitto dal “dispotismo orientale”. Da
allora, come ricorda ancora Arlacchi, “secoli di eurocentrismo, di razzismo e
di colonialismo globale hanno costruito un muro che impedisce agli occidentali
di vedere gli aspetti più salienti della civiltà cinese”[9].
Da allora, ricorda infine Formenti, il giudizio si consolida e non manca di
influenzare giganti come Max Weber e Fernand Braudel.
Nella Prima Parte, dunque, l’autore descrive questa
diversa natura e valorizza l’ideale della tianxia che postula un mondo
inclusivo e senza confini. Tutto sotto il Cielo, ovvero tutto-dentro[10].
Qualunque etnia, cultura, entità, che fosse posta fuori del perimetro Han (che,
come vedremo in seguito, è a sua volta una costruzione) è un problema
non un nemico. Per la postura politica e culturale cinese in linea di
principio tutto può essere incluso, se del caso assimilato. Come dice Confucio,
“all’interno dei quattro mari, gli uomini sono fratelli”[11]. In
conseguenza, per Arlacchi, chi è fuori non è “barbaro” nel senso greco-romano e
poi Occidentale, di inferiore e nemico, ma è solo diverso. Zhao Tiangyang
scrive che “il tianxia non è un sistema di conquista fondato sull’uso delle
armi quanto una concezione politica che trasforma l’ostilità in ospitalità, il
‘nemico in amico’ e il cui scopo non è costruire un’entità politica di
estensibilità illimitata, ma una rete politica di estensibilità illimitata”[12].
Porremo anche qui alcune glosse, in particolare sulla
specifica missione civilizzatrice propria della tradizione Han.
L’autore sostiene che ciò che proprio manca alla cultura
cinese è la “missione civilizzatrice”, condotta sempre in ultima istanza in
nome di Dio, ovvero della tensione all’Uno. Vedremo nel seguito che, se pure
mancasse ai cinesi, questa, però, non manca allo stesso Arlacchi (che, con ciò,
si mostra Occidentale, come del resto non potrebbe non essere). Ad ogni modo, secondo
la sua interpretazione è il fatto di avere una “missione” che porta con sé la
presunzione di possedere un accesso alla Verità, e con essa i semi del
colonialismo e del genocidio, comunque, della nozione di “razza”. Qui è la
radice di quello che arriva a chiamare, con linguaggio improvvisamente fattosi
teologico, “lato satanico dell’Occidente”[13].
Questi due concetti-chiave, “razza” e “razzismo”, sono secondo
il libro specifiche costruzioni ontologiche create nell’antichità greco-romana
e poi diffusesi e consolidatesi nel medioevo europeo (secondo altri a partire
dal medioevo e poi nell’era moderna, in quanto la civiltà classica, almeno
romana, era molto più interraziale e l’integrazione era essenzialmente di
natura politica[14]). Queste nozioni sono,
comunque, inesistenti nel pensiero cinese, o, più modestamente, meno connotate.
Un termine rilevante per mettere alla prova questa ipotesi, è quello di 夷
(yi), normalmente tradotto con “barbaro”, che implica una tensione alla
civilizzazione, oltre alla distinzione tra centro e periferia. Ovviamente yi
non significa “barbaro”[15] e
non implica una inferiorità per natura, ma qualcosa che deve essere assimilato
(e può esserlo). Per la cultura politica tradizionale cinese, e qui torniamo al
tianxia, il mondo non è un oggetto da possedere, ma un soggetto unitario. La
ragione metafisica è che il cielo, tian, è un’entità completa, unica.
Per cui ciò che vi sta sotto, tian-xia, cielo-sotto, deve necessariamente
essere anch’esso una entità completa in modo da accordarsi. Secondo il Liji,
Hongzi hunju, 29, “nulla esiste che il cielo non ricopra, nulla esiste che la
terra non sostenga”[16].
Di qui deriva l’idea che nessuno possa essere, in via di principio, considerato
esterno, ‘altro’. Tingynag ritiene che sia differenziato da “qualunque modello
di pensiero legato al monoteismo”[17].
L’associazione tra yi e “barbaro” nasce storicamente dall’incontro,
e scontro, tra il mondo cinese e quello Occidentale nel XIX secolo in
particolare. Per i Greci, il barbaros (βάρβαρος) era colui che
non parlava greco e che emetteva suoni incomprensibili (“bar-bar”). Questo
concetto era fondato su una dichiarazione di superiorità culturale e
linguistica. Aveva una forte connotazione dispregiativa che resta, ancora oggi,
nel senso comune. ‘Barbaro’ è dunque termine che associa nella nostra mente
connotazioni selvagge, primitive, violente e minacciose.
夷 (yi) è, invece, un carattere antico, unisce “grande” (大)
e arco (弓). Potrebbe significare una persona che porta un arco,
ovvero un arciere. Nella tradizione confuciana fa parte del sistema 華夷之辨
(Huá Yí zhī biàn), che segnala una distinzione tra Hua (che sono
civilizzati) e altri. Quindi non è una distinzione razziale, ma culturale, non
linguistica ma morale. Chiaramente gli “arcieri” erano coloro che non
praticavano i Riti (禮, lǐ), la Giustizia/Moralità
(義,
yì) e i costumi della civiltà Zhou/Hua (華). Si
tratta, in sostanza, di uno Stadio di sviluppo, parte di un processo di
acculturazione, o civilizzazione. In un senso specifico è quindi elemento, o
parte, di una “missione civilizzatrice”. Quella di ricondurre la pluralità alla
sua unità metafisica. Cosa che non impediva di apprezzare alcuni caratteri di
qualche popolo yi (come l’onestà dei Dōngyí: gli Yi dell’Est, le
popolazioni della penisola coreana).
In definitiva, si può sostenere che la concezione cinese è
gerarchica, assimilazionalista, e civilizzatrice, ma non che sia razziale,
violenta e fondata su un’antropologia della differenza. Quello di popolo yi è, in
linguaggio contemporaneo, termine etnografico, relativo e contestuale.
Per Arlacchi, sulla base della sua analisi, l’assenza della
spinta espansiva, della “missione” e delle continue guerre di conquista,
produce una tendenza alla non-sovraestensione e determina quindi l’assenza
delle sue persistenti e cumulative conseguenze economiche e distruttive. Qui
sembra ricordare, in alcune pagine piuttosto argute, che le distruzioni e
l’assorbimento costante di risorse deviate da usi produttivi hanno effetti
cumulati e progressivi. Anche se non usa il termine, e sfortunatamente non sviluppa
completamente il concetto che consentirebbe di sfuggire alla sua tendenza
‘essenzialistica’ e ‘culturalista’, l’autore sembra alludere all’innesco di una
causazione circolare cumulativa[18],
come diceva Gunnar Myrdal, o ad una path dependence[19],
che progressivamente rende sempre più difficile in Occidente, dopo il collasso
dell’Impero Romano coevo alla formazione imperiale cinese, conservare una
tendenza centripteta. Ciò ha determinato la costante deviazione di risorse, per
effetto di instabilità, invasioni e guerre civili; ha disgregato l’unità
culturale, che sin dall’inizio era meno salda, e consolidato una cultura della
guerra ed individualista (in parte di provenienza germanica). La frammentazione
cumulativa ha determinato, infine, quei caratteri culturali permanenti,
aggressivi e imperialisti, sotto la veste universalista e provvidenzialistica
religiosa, che connotano l’Occidente.
Arlacchi fa tuttavia di seguito risalire questa tendenza sostanzialmente
a ragioni culturali, le quali secondo la sua visione provocano una divergenza che
in una lunga fase ha avvantaggiato la Cina (divenuta progressivamente più
ricca, coesa, e stabile), ma poi, al momento dello scontro ha favorito la maggiore
potenza bellica occidentale nelle Guerre dell’Oppio[20]. L’Occidente nelle sue lunghe guerre
avrebbe, insomma, sviluppato qualità che lo hanno danneggiato a lungo, ma poi favorito
al momento della necessità. Al momento dello scontro, la Cina era bloccata in
un percorso di efficienza interna, mentre l’Occidente era bloccato
in un percorso di efficienza militare ed espansionistica. In altre
parole, l’Occidente, per sua “natura” storica bloccata nel percorso storico
avviato, aveva sviluppato gli strumenti per sopraffare la Cina.
Si potrebbe concludere che, vedendo la cosa in termini
idealtipici, la cultura cinese (al contrario di quella Europea, originariamente
disseminata lungo le coste del Mediterraneo), ha carattere monocentrico e
centripeto. Tale carattere si è determinato per effetto di un insieme di
fattori concorrenti, la cui direzione causale è plurima:
- -da una parte per effetto di determinanti
geografiche e produttive (la produttività incomparabilmente superiore della
piana del Fiume Giallo, rispetto alle zone circostanti);
- -dall’altra scelte politiche (le
prime dinastie Xia, Shang e Zhou che si insediano qui, contrapponendosi a
popolazioni seminomadi circostanti e si sforzano di assimilarle
progressivamente);
- -infine ragioni culturali, seguite al
periodo dei “regni combattenti” che produce sulla classe intellettuale uno
shock simile a quello delle “Guerre di religione” in Europa.
Si determina al termine un monocentrismo politico, sociale e
culturale che ha resistito a tutte le ondate migratorie da Nord (Mongoli e
Manciù) e si è esteso gradualmente verso Sud (fondendosi con i popoli Baiyue)
assimilandolo. Bisogna notare che l’assimilazione, ad esempio dei Baiyue, non è
un processo necessariamente pacifico e privo di costrizione, ma è un processo
paziente e progressivo.
I fattori materiali, in altre parole, sono stati la presenza
di una popolazione densa nella pianura del Fiume Giallo e dello Yangtze,
un’area enormemente produttiva (assimilabile all’area del Tigri e dell’Eufrate,
alla Piana del Nilo, al delta del Gange) nel quale già in epoca protostorica
erano stati prodotti canali, fiumi navigabili, un bacino idrico integrato.
Quindi una popolazione densa in un’area compatta e limitata, continentale. Di
contro periferie meno produttive e abitate, nelle quali erano presenti deserti,
montagne, steppe (per cui c’era ben poco da conquistare e popolazioni difficili
da tenere soggiogate, anche perché nomadi). Nessun incentivo economico a farlo
e, d’altra parte, risorse abbondanti da concentrare nella difesa. In queste
condizioni materiali e strutturali, di lungo periodo, l’assimilazione culturale
è più efficiente della conquista militare in aree remote e poco interessanti.
Il coevo Impero romano, di converso, disponeva anche esso di
meccaniche di assimilazione delle élite, ma senza avere il centro della lingua
scritta e senza neppure disporre della potenza dell’ideologia zhongguo. È
difficile attribuire questa differenza ad un solo fattore, né la spiegazione
culturalista preferita dal nostro e basata sulla propensione alla guerra
basterebbe da sola (in quanto potrebbe essere piuttosto un effetto). Fatto è
che l’assimilazione romana, estendendo la Cittadinanza fino all’Editto di
Caracalla del 212 d.C.[21],
si fondava su una minore ambizione, servizio militare, diritto (con molte
esenzioni e differenze) e tasse. La lingua era divisa in tanti dialetti, poi
divaricatosi, e le élite conservavano loro caratteri a fianco di quelli
centrali. Per un romano quel che contava era di partecipare al medesimo sistema
politico e legale, non di avere la medesima etnia e cultura. Peraltro, l’Italia,
posta al centro del Mediterraneo che univa e separava allo stesso tempo, era
divenuta abbastanza presto un coacervo (e forse lo era sempre stato, per la sua
forma stretta ed allungata) di popoli, lingue e culture diverse.
Per tornare ai fattori geografico-strutturali (che non sono
determinanti ma neppure possono essere ignorati), il Mediterraneo è un mare
enorme, ma frammentato, che vede affacciarsi popoli diversi e potenti, che
favorisce i contatti ma anche le guerre, avvicina le risorse le quali sono
quindi sparpagliate (miniere, grano, legname, tutti separati). Non facilita
l’autosufficienza e l’investimento su di sé (perché rende più facile commercio
e saccheggio). In queste condizioni è presente un incentivo potente all’espansione
per avere accesso a risorse, la competizione tra realtà multiple, la guerra.
Una cultura coerente (quella assira, greca, romana, per fare qualche nome) è un
fattore di successo.
Questa differenza ha fatto sì che quando Roma entrò nella
sua lunga fase di dissoluzione la fragilità strutturale, amplificata dalla
geografia molto più frammentata e la dipendenza dalla coesione politica e
militare, portarono a divaricazioni le quali fecero cessare, e per sempre, la
“pax romana”. Dopo la caduta del sovraesteso e militarista (e quindi più
fragile) Impero Romano, in Occidente si sono succeduti regni più piccoli e sono
stati condotti numerosi tentativi di ripristino di una potenza imperiale, ma
mai durevole o abbastanza forte. Il più importante fu l’Impero Bizantino,
durato mille anni ma di decrescente potenza ed estensione, e poi il suo
successore, l’Impero Ottomano, ma la loro influenza fu locale, se pure
rilevante.
Viceversa, la Cina ha ricondotto sempre ogni tensione
all’unità materiale, produttiva, culturale e linguistica del ceppo che
chiamiamo Han. Ovvero ha condotto, ogni volta, un processo di “hanizzazione”
che è sempre stato anche progetto politico delle élite. In altre parole, dopo
ogni invasione dal Nord, il cuore agricolo degli Han tra il Fiume Giallo e lo
Yangtze, geograficamente più compatto e denso, ha recuperato l’unità. Le
invasioni portavano a un periodo di divisione interna, ma la pressione
culturale e demografica Han era tale da assimilare i conquistatori (anche se in
processi che qualche volta duravano secoli) o da ricompattarsi sotto una nuova
dinastia di origine Han (come avvenne dopo la caduta della Dinastia Han o del
periodo di divisione tra la Dinastia Tang e Song).
In conclusione, ciò determinò un processo di causazione
circolare e cumulativa che, nel tempo, ha stabilizzato un percorso di
deviazione delle risorse verso la guerra, il circolo vizioso delle distruzioni
e crolli demografici, la stessa polarizzazione politica, sociale e il clima di
ostilità reciproco, fonte di processi di frammentazione cumulative le quali, a
loro volta, hanno divaricato la traiettoria “Occidentale”, da quella cinese. Si
potrebbe opporre quindi ad una dinamica di “Frammentazione cumulativa”,
e progressiva crescita dell’attitudine all’aggressività diagnosticata da
Arlacchi, la “Coesione cumulativa” cinese, nella quale la centralità
ideologica ha riassorbito costantemente le tensioni.
Il punto di interpretazione politica, per porre termine a
questo lunga derivazione, è che questa tradizione è giunta fino a noi e
determina la difficoltà ad interpretare la postura cinese che tendiamo sempre
ad interpretare come insincera. Invece la Cina è perfettamente entro i suoi
termini. In sostanza sta cercando semplicemente di riattivare il tradizionale percorso
di “Coesione cumulativa” con strumenti moderni. Il Partito Comunista Cinese è,
sotto questo profilo, l’erede funzionale dell’élite burocratica confuciana: il
suo scopo primario è la stabilità interna, la coesione e la legittimità
attraverso lo sviluppo. La sua proiezione esterna è ancora vista attraverso la
lente del Tianxia (attrazione, assimilazione, dimostrazione di
superiorità), non attraverso la lente della conquista militare diretta tipica
della path dependence occidentale.
Nella Seconda parte il libro rintraccia un lascito di
lungo periodo che contribuisce a spiegare il successo cinese nel suo
acceleratissimo percorso di sviluppo economico dagli anni Settanta ad oggi. Si
tratta della “meritocrazia”, ereditata dal sistema imperiale di
selezione dei funzionari e ancora presente oggi nella selezione della classe
dirigente. La selezione di una classe dirigente di alto livello è necessaria,
nella prospettiva cinese, perché garantire a tutti i mezzi fondamentali per una
vita dignitosa è, dal tempo di Mencio[22]
una tradizione del Celeste Impero. Se è vero che “Quelli che
conquistano il cuore della gente conquisteranno il mondo”[23],
dal tempo dei Ming ciò si traduce nel costante sforzo di erogare servizi
tramite una rete di funzionari ben istruita. Ciò che è stato compreso è, in
altre parole, che la legittimità risiede nel consenso popolare e questo dai
mezzi di sostentamento.
La classe dei mandarini è stata da oltre duemila anni
selezionata tramite esami pubblici, la cui ultima sessione si teneva davanti
all’imperatore al termine di una selezione molto intensa.
Una selezione che contribuiva in modo molto significativo a
due effetti: la mobilità sociale, dato che era aperta a chiunque e di
tanto in tanto ascendevano anche meritevoli di classe diversa, e la coesione
etnica, in quanto la presenza di un’élite culturale che si era formata
sugli stessi testi “canonici”, e nella medesima lingua, nei secoli fu un
elemento decisivo nella fusione delle tante etnie di partenza nel crogiuolo “Han”.
Infatti, quello Han (Hànzú, 汉族)
è oggi il gruppo etnico che individua il 92% della popolazione della Repubblica
Popolare Cinese, ma la sua formazione e provenienza è articolata. In
origine dovrebbe essere la popolazione Huaxia insediata presso il Fiume Giallo,
dal cui nome provenne la Dinastia Han (206 – 220 a.C.) che introdusse la
scrittura logografica (ideogrammi) e la lingua ufficiale (Pŭtōnghuà, o
Mandarino), ma affiancato dal Wu (parlato a Shanghai), il Cantonese (nel
Guangong e a Hong Kong), il Min (a Taiwan e nel Fujian), l’Hakka (nel sud-Est),
il Gan. Tutti questi gruppi linguistici sono ora considerati “Han”. È un
mosaico formato per assimilazione culturale e processi migratori interni che
dice in realtà molto sul carattere della formazione cinese in relazione alla
divaricazione occidentale. Dunque, Han è il gruppo etnico che domina a Pechino
e parla il Mandarino, il più grande, ma anche il cantonese del Sud, le altre
lingue che spesso (come italiano e francese) non sono reciprocamente comprese.
La circostanza che la lingua rappresenta visivamente concetti (e non suoni) fa
sì che due diversamente parlanti possono comprendere il medesimo testo, così
persone diverse si sentono connessi dalla lingua. Questa costruzione,
enormemente rafforzata nei secoli da una selezione unitaria degli
intellettuali, è stata storicamente funzionale alla costruzione dello Stato, e
quindi integrata nel concetto di Zhonghua Minzu (Nazione Cinese), che
include tutte le 56 etnie riconosciute. Questa costruzione è, sin dall’inizio,
un progetto politico consapevole e perseguito instancabilmente per quasi
duemila anni, che ha superato ogni crisi riconducendo tutte le dominazioni
esterne alla radice assimilazionistica. Una tendenza centripteta e totalizzante
di qualità unica. Basata sulla scrittura, quindi la letteratura, la legge e
l’amministrazione, il sistema del merito che garantiva la formazione di élite
interconnesse con un’ideologia che attraversava le diverse etnie e linguaggi
parlati, sul concetto di Civiltà (Zhongguo).
Nel prosieguo del testo viene descritto il percorso storico
della Cina comunista, dalle lotte per ridurre la povertà nelle campagne, e per
la riduzione, ad esempio, della tradizionale discriminazione sessuale verso le
donne, alla fase di crescita impetuosa e i problemi di corruzione conseguenti.
Dinamiche che la leadership di Xi Jimping, dal 2013, ha affrontato in modo
drastico (espellendo 900.000 persone dal Partito e ponendo sotto inchiesta
quasi sei milioni, fino a colpire vertici come Zhao Yongkong) con una sequenza
di operazioni di contrasto alla corruzione. Operazioni anticorruzione che,
spesso, sono lette in Occidente come “purghe” politiche, e che sono in effetti
difficili da distinguere nella pratica. Anche da noi, l’arresto o la condanna
di esponenti protetti potrebbe essere il segno della loro perdita di influenza,
o di lotte di potere. Questa correzione di rotta è comunque coerente con la
traiettoria complessiva del Partito Comunista Cinese, che sin dalla fase di
lotta rivoluzionaria ha sempre avuto un approccio flessibile e pragmatico. Va
compreso che la storia del PCC è intrecciata con la storia della
decolonizzazione della Cina dal dominio occidentale, dall’aggressione
giapponese, e successivamente alla vittoria allo sforzo di costruire un corpus
teorico che si inserisse nel movimento internazionalista senza perdere le
specificità date dalla situazione e tradizione culturale. I problemi originari
sono la situazione derivante dalla dialettica città-campagna, la dominazione
economica occidentale, la lotta antimperialista e per la sopravvivenza come
nazionale, la lotta di classe. La rivoluzione è la risposta complessiva all’esigenza
di sviluppare istituzioni efficienti in un’epoca di disgregazione ed
umiliazione e, d’altra parte, di governare una modernizzazione ineguale che
produceva effetti disgreganti profondamente sentiti dalle strutture comunitarie
contadine. Alla fine, contrariamente alla vulgata marxista, questo è il mix di
tutte le rivoluzioni affermate, invariabilmente avvenute durante fasi di
accelerazione e trasformazione disordinate.
Certo, la rivoluzione riempie un vuoto culturale, mettendosi
al posto dell’autorità imperiale, Arlacchi chiama “Imperatore collettivo” il
Partito e “Nuovi mandarini” i funzionari, ma nella prima fase distrugge
intenzionalmente la base economica del potere sociale nei villaggi, i lignaggi,
le associazioni religiose e le società segrete, e collettivizza eliminando o
ponendo sotto strettissimo controllo il commercio privato. La prima parte della
storia ideologica marxista cinese è caratterizzata dal confronto e scontro con
la prospettiva russa, e stalinista in specie. La prima recezione, intorno alle
figure di Li Dazhao (1889-1927) si concentrò sull’applicazione della
prospettiva del materialismo storico all’analisi delle radici sociali e
strutturali della crisi, ma negli anni Trenta il modello stalinista di lettura
del processo storico (il “diamat”) venne contestato da alcuni intellettuali
marxisti come Jian Bozan (1898-1968), Fan Wenlan (1893-1969), Li Shu
(1916-1988), che misero a tema il carattere “europeo” del marxismo e quindi il
suo carattere di “modello generale”. Lo scontro formativo è quello tra Wanh
Ming, il leader dei cosiddetti “Ventotto bolscevichi” (di stretta osservanza
staliniana) e lo stesso Mao, che oppose la tesi dell’assenza di un solo
marxismo “astratto”, in favore di un marxismo che si articolava e dispiegava
nelle forme nazionali e locali. Dunque, di un “marxismo sinizzato” (che, come
si vede, è tema di lungo periodo).
A partire dalla Conferenza di Zunyi del 1935 la linea di Mao
si affermò (per consolidarsi a partire dal 1941 e, infine, consolidarsi nel
1944) sostenendo la tesi che bisogna legare strettamente la teoria generale del
marxismo-leninismo con la pratica della lotta rivoluzionaria nelle campagne e
la mobilitazione della piccola borghesia. Linea maoista che, a parere di Li
Zheou, alla fine affondava le proprie radici in una rivisitazione della
tradizione cinese e non nel marxismo originario. In questo senso, il marxismo
cinese non è solo un adattamento, ma una vera e propria reinvenzione del
progetto moderno, nella quale il Partito prende il posto dell’Impero, e la
dialettica storica si intreccia con la continuità profonda del pensiero
politico e cosmologico cinese.
Il rapporto tra marxismo sinizzato[24],
sin dall’origine, e tradizione confuciana riscritta è dialettico, selettivo e
strategico al tempo. Fino agli anni Settanta si tratta di un conflitto esibito,
poi, da Deng in poi, con la messa in sordina della lotta di classe in favore di
una più esibita spinta alla modernizzazione, i valori di ’armonia (和),
gerarchia funzionale, culto dell’educazione e del bene pubblico, ma anche la
centralità del dovere comunitario, vengono in primo piano.
Confucio in Xi e nei suoi predecessori è letto come un
nazionalista morale, in tensione potenziale con il carattere egualitario e
universalista del marxismo. Tu Weiming definisce questa sintesi “umanesimo
confuciano con caratteristiche cinesi moderne”. Dunque, si deve riconosce che il
maoismo – pur nella sua retorica iconoclasta – non si limitava a distruggere la
tradizione, ma la reinventava, attraverso un processo di dislocazione e
reinsediamento del marxismo all’interno dell’universo culturale cinese. Ciò che
viene assunto dal confucianesimo, anche nella sua fase di critica, è il valore
della totalità etico-politica, l’idea di una moralità pubblica fondata su
relazioni armoniche. Quindi la centralità del bene comune, la responsabilità
dell’intellettuale e del sovrano come guida morale della collettività. Una
delle principali traslitterazioni è quindi tra Partito e Impero, garante della
stabilità, mediatore tra Cielo e Terra, custode della continuità culturale. In
questo senso, la risemantizzazione del confucianesimo non è semplicemente
ideologica, ma ontopolitica: serve a garantire la legittimità profonda dello
Stato come autorità morale oltre che politica. Lo sforzo è di creare una forma
alternativa di modernità che sia imperniata su un’etica pubblica post-individualista.
In questo quadro, il confucianesimo stesso smette di essere una tradizione
“chiusa” e viene risignificato come dispositivo moderno, selezionato, scolpito,
talvolta manipolato, ma comunque riattivato come forma di memoria utile al
governo del presente. La tradizione, come la rivoluzione, non viene
semplicemente “subita”, ma usata come archivio di senso, campo di battaglia,
risorsa strategica. Un punto di equilibrio tra i più importanti tra l’impulso
universalista e storicista del marxismo e la prospettiva morale e umanista
cinese è nell’immagine di tianxia.
La Cina conserva della sua tradizione, costantemente
rigenerata e reinterpretata nelle mutate condizioni, il carattere
meritocratico. Ma, come sottolinea Arlacchi, è una meritocrazia socialista[25]. La forza
dell’iniziativa privata, e il famoso motto denghiano “diventare ricchi è motivo
di gloria”, è sempre orientata e finalizzata al perseguimento della traiettoria
definita dal Partito nel contesto di un complesso processo di decisione che ha
livelli diffusi e concentrati. Ovvero, finalizzata al percorso di transizione,
lungo e secolare, verso il socialismo. Un sistema flessibile, ma, in ultima
istanza, sempre nelle mani dello Stato-Partito. È precisamente questo che non
viene perdonato.
Come sintetizza Arlacchi, “la società cinese viene
tenuta insieme da un livello di prosperità diffusa senza precedenti che forma
la base di una libertà civile senza precedenti”[26]. Questa
definizione sorprendente per orecchie Occidentali, poggia su una distinzione
implicita tra “libertà individuale” e “libertà civile”, che merita qualche
chiarimento. La “libertà civile”, o libertà del cives, del cittadino, si
riferisca ad una tradizione teorica ben presente anche nella cultura
occidentale, in Lineamenti di filosofia del diritto[27], Hegel
ricorda come “non si è unilateralmente in sé stessi, ma ci si limita volentieri
in relazione a un altro, e nondimeno in questa limitazione ci si sa come
se stessi. Nella determinatezza l’uomo non deve sentirsi determinato, perché
solo nel considerare l’altro come altro si ottiene il proprio sentimento di sé”[28].
Per comprendere questa frase occorre fare mente al significato di
“determinatezza” nella sua teoria filosofica; esserlo significa sia essere
limitato (il secondo significato di “non deve sentirsi determinato”) sia
definirsi (“ottiene il proprio sentimento di sé”). Quindi, non si può essere se
stessi individualmente, da soli, o “unilateralmente”, ma si può esserlo
(ottenendo il relativo “sentimento”) solo quando ci si limita in relazione a un
altro. Ma “altro” qui significa il non-medesimo, e, nel contesto
specifico nel sistema dei bisogni, nella giustizia e nello Stato. Dunque, la
cooperazione sociale è la condizione ed il modello della libertà[29]. Solo nella
modalità della rispettiva autorealizzazione i soggetti si completano
reciprocamente.
L’Occidente pienamente dispiegato, o uno dei suoi
telos possibili, che reca la centralità del medium della forma-denaro e la
dissoluzione dei rapporti sociali, porta con sé realizza con la stessa mossa la
“libertà individuale” e la privazione di “libertà civile (o sociale)”. L’intermediario
esterno fa perdere di vista anche le relazioni di reciproco riconoscimento e
alla fine ognuno si ritrova solo con sé stesso, come un essere proteso soltanto
al proprio arricchimento e al proprio utile. In un passaggio degli appunti di
Parigi scrive che nella produzione individuale l’uomo si afferma, ma, al
contempo, nell’avere prodotto qualcosa utile ad altri e quindi essere divenuto
“intermediario fra te e il genere”, ovvero “di aver confermato e realizzato
immediatamente nella mia attività, la mia vera essenza, la mia essenza comune
e umana”[30]. Dunque, il capitalismo
in cui l’elemento mediatore è la circolazione del denaro, invece della
cooperazione, produce l’effetto di relazioni sociali in cui la nostra
reciproca integrazione è soltanto una pura e semplice apparenza, che serve da
base al reciproco spogliamento. Questa critica di fondo permane fino a Il Capitale[31] in cui la società
capitalista è criticata perché, di fondo, essa “produce l’apparenza materiale
di relazioni sociali mediate solo di fatto, che impediscono di scorgere la
struttura intersoggettiva della libertà”[32].
Questo background, che è anche un ponte tra
tradizioni, mostra come Arlacchi suggerisca non tanto una semplice, se pure
importante, crescita di valori materiali in sé (che potrebbe portare anomia e
dissoluzione sociale, via ‘consumismo’), quanto la ricerca attraverso lo
sviluppo delle forze produttive, in quanto necessariamente cooperative in senso
sociale, si generi ed intenzionalmente una forte coesione sociale. La
prosperità, opportunamente diretta, realizza insomma una forma di Sittlichkeit
(eticità) o di libertà civile che l’Occidente, focalizzato sull’individuo e sul
denaro, ha smarrito.
Nella Parte Terza Arlacchi prende una posizione netta
su un tema spinoso: la Cina attuale è socialista o è, semplicemente, una
diversa forma di capitalismo? Magari di ispirazione socialdemocratica, come
era tale, ad esempio, quello scandinavo?
Qui viene presa una posizione netta, che condivido
completamente: il “socialismo di mercato” … “include l’idea che non è
necessario abbattere il capitalismo se lo si può piegare ai propri fini,
trasformandolo in una forza propulsiva del socialismo. Le ‘caratteristiche
cinesi’ di questa operazione non sono altro che la concettualizzazione dei modi
attraverso cui essa si è dispiegata nella concreta straordinaria esperienza
storica della Cina comunista post 1949”[33].
Questa posizione, che in effetti richiama l’autocomprensione
cinese (derivante da una creativa ricezione dell’esperienza leninista e
stalinista, e, soprattutto dalla lezione data dalla stagnazione sovietica prima
e dal crollo dopo), prende atto che la teoria marxista “sinizzata” contraddice
una delle tesi centrali della teoria di Marx. Quella secondo la quale per far
affermare il socialismo era necessario dialetticamente superare il capitalismo.
L’interpretazione di dialettica di Mao, e della leadership rivoluzionaria
cinese, è più ampia. Si tratta di un processo di lungo periodo, nel quale le
due polarità in contraddizione permangono e progressivamente si superano.
Secondo la metafora proposta, si “cavalca la tigre”
(ovviamente, correndo tutti i rischi del caso, in particolare a medio termine).
Ne deriva un sistema fondato attualmente su una base di
proprietà pubblica di imprese di Stato, concentrate in settori guida e
strategici come le infrastrutture, l’energia, le risorse naturali, la maggior
parte della finanza. Queste coprono il trenta per cento del Pil e il cinquanta
per centro degli asset industriali, in modo non dissimile da quanto era
presente, ad esempio, nell’Italia del boom economico (non per caso molto
studiato dai cinesi durante gli anni Sessanta). A partire dal 2008, in
direzione anticiclica e di equilibrio territoriale, per risolvere in un sol
colpo la deflazione delle esportazioni in occidente e gli squilibri sociali e
territoriali accumulati durante la trentennale cavalcata di crescita pos-Deng, il
venticinque per centro del Pil venne concentrato in edilizia e infrastrutture.
Il punto è che il governo centrale (che è, al contempo,
molto decentrato) procede sempre a dirigere il sistema economico tramite
l’innesto di “capitale paziente”[34],
investimenti di lungo periodo entro progetti strategici (spesso oltrepassanti
gli stessi Piani Quinquennali), e un modello alternativo alla
finanziarizzazione occidentale. Ovvero un’originale e potente integrazione tra
politica creditizia e industriale[35].
Ciò genera una capacità estremamente efficace di ridurre i rischi per effetto
di un calibrato ed estensivo coordinamento di sistema. Ovvero grazie alla
capacità di coordinare, tramite strumenti legislativi e regolatori (come
cerchiamo di fare anche noi), ma anche semplicemente autoritativi, creditori,
debitori e autorità locali.
In un successivo blocco viene descritta l’etica che guida, o
che è sbandierata, da parte di “capitalisti rossi”, come la proprietà di Huawei
(colosso che è al 98,6% detenuto dalla “Unione dei dipendenti”, formata da
novantamila persone e solo al 1,4% dal vecchio fondatore), o l’ecosistema
digitale di Pony Ma. Ma anche il vantaggio che questo ecosistema “ammaestrato”,
porta agli stessi capitalisti e investitori, grandi e piccoli. Vantaggio che
deriva, secondo Arlacchi, da cinque fattori:
- –il minor costo del capitale, per effetto
di politiche monetarie e ruolo delle banche di sviluppo pubbliche;
- –la disponibilità di infrastrutture,
quindi i minori costi selle aziende, stimabili nell’ordine del venti per cento;
- –la configurazione dei mercati di sbocco,
per effetto del mercato interno ormai più grande del mondo;
- –l’equilibrio dei rapporti di forza tra
capitale e lavoro, che rende ancora competitivo in presenza di alta
efficienza il costo dei fattori produttivi;
- –la gestione del rischio economico, che è
ridotto per effetto del coordinamento macroeconomico e la capacità di
anticipare i cicli e gestire in modo coordinato le filiere produttive.
Come dice Arlacchi:
“La combinazione di questi fattori crea un ambiente dove il
capitale privato può conseguire rendimenti superiori con rischi inferiori
rispetto alle economie Occidentali”[36].
Si tratta di vantaggi strettamente radicati nell’architettura istituzionale e
nel “sistema tecnico”, ovvero di una vera e propria diversa “Piattaforma
tecnica”. “Un ambiente dove l’interesse privato del capitale e l’interesse
pubblico dello sviluppo nazionale non sono contrapposti ma allineati,
attraverso una sofisticata architettura istituzionale che canalizza lo spirito
animale dell’imprenditore verso obiettivi socialmente utili”[37].
In sé questo non è completamente anomalo. Anche la
Costituzione Italiana cerca di canalizzare le forze del capitalismo verso
obiettivi sociali, riconoscendo limiti, ad esempio, alla proprietà privata e
dichiarando espressamente obiettivi e beni pubblici sovaordinati. Ma a partire
in particolare dalla rivoluzione neoliberale questi elementi sono stati
depotenziati, e, comunque, non hanno mai avuto preminenza politica effettiva.
In Italia non c’è stata una rivoluzione.
Il “capitalismo” cinese non è dunque “selvaggio” e non lo
è mai stato. È sempre stato parte di un processo graduale e necessario,
progressivo, che ha visto crescere salari, affermarsi una classe media, e
generare progressive protezioni per il lavoro stesso.
Infine, il “socialismo” cinese è un “fatto sociale
totale”, che travalica ed incorpora i mercati. Controlla i prezzi-chiave
(energia, materie prime cruciali, capitale, terra, servizi di rete, salari
minimi, tassi di cambio) e li governa in modo organico[38],
seguendo una “pianificazione indicativa”, la quale ha appreso le lezioni
sovietiche (e, forse, anche la programmazione socialdemocratica italiana e
scandinava). L’economia è, insomma, percepita nel sistema cinese come entità
immersa in strutture sociali e politiche, e a servizio della crescita umana e
politica.
Nell’ultima parte del testo l’autore riconosce la sfida
posta al sistema cinese, esposto al consumismo, di disgregare lo spirito
comunitario, verso processi di individualizzazione di tipo “occidentale”.
Ovvero il rischio di “anomia”[39].
Ma auspica anche che l’autoritarismo politico si orienti verso forme di
democrazia. Questa è chiaramente una contraddizione incorporata nel testo; in
quanto nominare “democrazia” implica l’accettazione del modello Occidentale e implica
quindi sia un whisfull thinking sia, e soprattutto, una postura eurocentrica
che il resto del testo è attento a criticare. Se la pretesa universalista e
monista dell’Occidente è la radice del suo colonialismo e violenza, con essa la
“missione civilizzatrice” in senso provvidenzialistico e se la Cina rappresenta
un’alternativa ontologica a tutto ciò, allora questa evoluzione non è scritta
nella sua storia. Ciò presupporrebbe che la democrazia (occidentale, non la
forma attuale descritta da Bell[40])
sia il necessario, o auspicabile per tutti, punto di arrivo universale.
Inoltre, con ciò viene implicato che gli altri sistemi siano “immaturi” o siano
comunque “in transizione”. Necessariamente qui è supposta l’esistenza di una
teleologia della Storia operante e quindi di una provvidenza (o uno Spirito di
marca hegeliana).
Ma se la Cina fosse davvero diversa, e in senso ontologico,
non situazionale, perché dovrebbe convergere? Perché il metro di giudizio
siamo alla fine sempre noi?
Ancora più problematico, nell’ultima parte Arlacchi descrive
la posizione del suo ‘maestro’ Giovanni Arrighi, in Adam Smith a Pechino[41]e nel Poscritto a Il lungo XX secolo[42].
Cita l’auspicio del nostro per un “Commonwealth delle civiltà” per ipotizzare
che lo strumento militare abbia perso “gran parte della sua rilevanza come
levatrice del potere politico e della ricchezza su scala nazionale e globale”[43].
Per farlo “salta fuori”, per così dire, dal registro che aveva praticato nella
Terza parte (ma non nella Prima e Seconda) e rifiuta le analisi realiste sui
cicli del capitalismo (care ad Arrighi[44] e
Braudel[45])
e le analisi marxiste per introdurre “un elemento cruciale ma finora trascurato
– il progresso etico-politico, l’incivilimento dei rapporti umani”[46].
Di seguito, tuttavia, non si vede su cosa poggi questo
“progresso” (e per di più di natura “etica-politica”), se non sulla ribadita
postura tradizionale cinese e su una “pacificazione e declino della violenza”
che sarebbe in corso nell’area estremo-orientale (dalla Guerra Fredda ad oggi).
Oppure, poche pagine dopo, quando identifica “un trend di lungo periodo verso
la fine delle guerre internazionali”, la cui rara eccezione sarebbe la guerra
in Ucraina e il genocidio di Gaza. Eccezione al fatto che “la pace interna ed
internazionale si consolida ogni giorno che passa”[47].
E ciò dal 1989 (ovvero dalla caduta dell’Urss e dalla insorgenza della fase
unipolare del dominio pseudo-imperiale statunitense).
In due pagine successive, quella 450 e 451, si trova
descritto il “progresso” e le sue fonti. Si tratta di una letteratura datata
per lo più in un periodo tra il 2015 ed il 2019, anglosassone, due libri editi
a Oxford e Cambridge, due riviste. Il primo, del “Journal of Peace Research”,
di Goldstein e Pinker, sostiene che le spese militari stanno scendendo[48];
il secondo, edito a Oxford, di Goertz, Diehl, Balas, sostiene nel 2016 che la
violenza non è più la forza ordinatrice dei rapporti internazionali e che la
società del nostro tempo si confronta con, cito, “regole più evolute, prodotte
dal progresso etico-politico collegato all’aumento della civilizzazione dei
rapporti umani”[49]. Regole e norme che si
diffondono per “cascata normativa”, ovvero un punto dopo il quale diventano
automatiche anziché calcolate[50].
Un “progresso etico-normativo” che si manifesta attraverso
la crescente delegittimazione dell’uso della forza come strumento di politica
estera. Insomma, ora il nostro abbandona il registro realista e materialista
che aveva per lo più praticato (con qualche scivolamento culturalista) per
ricadere nell’idealismo normativo di stampo progressista. Sulla base di questa
letteratura Arlacchi può continuare: “il costo reputazionale dell’aggressione
militare è aumentato significativamente, rendendo la guerra un’opzione sempre
meno praticabile per gli Stati che aspirano ad un ruolo rispettato nel sistema
internazionale”[51].
Qualcuno si deve essere dimenticato di avvertire George W.
Bush, Putin e Netanyahu.
Ma forse no, perché in fondo “le logiche di potenza
continuano a persistere, ma sono sempre più contestate da visioni alternative
fondate sulla cooperazione e sull’interdipendenza”[52].
Ovvero, sono tradotte in competizione economica. Vale a dire,
come vediamo in questi giorni e mesi, in uno scontro economico crescente:
sanzioni, dazi, controllo delle catene di approvvigionamento e in particolare
delle materie prime cruciali, es. terre rare e materiali ferrosi[53]. Guerra
tecnologica: corsa alla IA, all’indipendenza sui semiconduttori, al
controllo delle infrastrutture critiche, ai corridoi logistici. Guerra ibrida e
per l’informazione. Scontro per il controllo degli organismi
internazionali di cooperazione (Onu, Brics).
In definitiva, possiamo concludere che alla luce dell’interessante,
e coraggiosa, analisi di Pino Arlacchi la Cina sta semplicemente puntando ad
aumentare la sua coesione interna, la crescita economica e la sua capacità di
influenza sistemica diretta e soprattutto indiretta, applicando la sua
tradizione di “Coesione cumulativa”. Essa si pone nel conflitto
attraverso la cura della tendenza, l’amplificazione della capacità intrinseca
di attrazione economica, e di resilienza sistemica. L’Occidente, coerentemente
con la sua traiettoria, ha, invece, un atteggiamento molto più frontale e
aggressivo. Ma lo maschera da missione civilizzatrice che riconduce tutto
all’Uno (mentre per un cinese tutto è già “cielo-sotto”).
Il problema nasce direttamente quando in un’analisi condotta
coraggiosamente e meritoriamente sui caratteri della civiltà cinese,
rivendicata come diversa da quella Occidentale, le categorie essenziali di
quest’ultima fanno nuovamente capolino. La nozione di “Progresso”, è, infatti, il
termine più inevitabile della costellazione mentale liberale-moderna. Il
concetto è legato ad una duplice radice: da una parte è
un’interpretazione-ricostruzione dell’esperienza storica della tecnica e della
scienza nella fioritura cinque-seicentesca e nell’estensione
sette-ottocentesca, dall’altra è ancora un progetto di rottura delle relazioni
tradizionali e di liberazione delle forze del lavoro e dell’industria dai
vincoli storici. Programma storicamente nato come contrasto e reazione, del
tutto giustificata, alle strutture logiche e alle prassi dell’Ancien Régime
nell’Europa del XVIII secolo, e segnalato già da Hegel come
“furia del dileguare”[54]. Si
tratta di un progetto negativo, che conosce ciò che non vuole, ma non ciò verso
cui tende. Un programma intrinsecamente “illimitato”, e quindi anche, e
necessariamente, in-umano e carico di hybris. Non avendo, infatti, un telos (fine
ultimo) definito, il suo unico imperativo è andare “avanti”, dove “avanti”
significa semplicemente “oltre” l’esistente. Quella hybris che Arlacchi
riconosce nella postura occidentale nasce, o si consolida, qui. Un progetto solo
negativo che ha trovato i suoi strumenti nella scienza moderna (che mira a
dominare la natura) e nel capitalismo (che libera le forze del lavoro e del
capitale dai vincoli morali e comunitari). La tecnica, da mezzo, diventa essa
stessa il fine del progresso, in una spirale auto-legittimante. L’hybris sta
proprio in questa pretesa di un dominio totale sulla natura e sulla società,
senza un criterio esterno (come la virtù, la tradizione o il sacro) che ne
guidi e limiti l’applicazione[55].
Diversa è la posizione cinese, nella quale esistono fini e vincoli, sia morali
sia comunitari. Vincoli che scaturiscono dal rapporto tra cielo e terra.
Soffermiamoci un attimo. Questa posizione cinese affonda il
suo senso in un diverso atteggiamento e nozioni: il riferimento alle tradizioni
storiche (ad esempio, al confucianesimo), come contrappeso ai potenziali
dissolutori e anomici della modernità contemporanea, si radicano nel rapporto
“archeologico-archivistico” della tradizione cinese, un repertorio di modelli e
forme (法, fǎ) che mantengono la propria validità.
Quindi si tratta costantemente di attualizzare (通今, tōng
jīn) una saggezza e non di oltrepassare, dissolvere, progredire. Quando il
Partito Comunista Cinese invoca la “tradizione culturale cinese di eccellenza”,
non sta “copiando” o “strumentalizzando” qualcosa di morto;
sta attualizzando un modello civile (文, wén)
per orientare il presente. È un processo di continuità creativa, non di
rottura o di uso strumentale. Non esiste nella cultura cinese una nozione di
rottura epistemologica con il passato, che è invece radicata così profondamente
nella nostra da essere evocata automaticamente nelle nozioni di “nuovo”,
“attuale”, “progresso”. Ciò cui mira la temporalità orientale è, piuttosto, uno
stato di pienezza (复兴, fùxīng) che non è posto
da qualche parte lungo una linea. Il tempo è immaginabile più come una sorta di
spirale, qualcosa nel quale si avanza tornando e si progredisce
recuperando. Di qui la nozione di Tianxia.
Se si considera questa interpretazione è chiaro che non si
tratta di valutare lo scostamento da un percorso verso il “progresso etico”
complessivo dell’umanità, quanto di osservare un confronto tra logiche di
civilizzazione e percorsi storici di apprendimento diversi. Si dovrebbe
trattare di “provincializzare l’Europa”[56]
riconoscendone la parzialità. Inclusa la parzialità della nozione di
“progresso” (che la Cina vede come strumento e non come fine[57]).
Tutte queste nozioni sono presenti nello studio di Arlacchi
e possono essere mobilitate dalla sua lettura, in questo preziosa, sorvegliando
solo qualche ‘riemersione’ della mente Occidentale in sé legittima, se compresa
nei suoi limiti.
Nella conclusione l’autore spende, sulla base di queste
generose posizioni, alcune pagine per contrastare la tesi che vede la Cina e
l’Occidente a guida Usa necessariamente orientati allo scontro militare (la
cosiddetta “Trappola di Tucidide”[58]),
che vede come mera proiezione Occidentale. Per effetto della sua diagnosi sul
diverso carattere dei due sistemi culturali e per l’indisponibilità, a suo
dire, del sistema degli stati estremo-orientali a seguire una logica di
polarizzazione. Se la Pax asiatica regge gli Usa, da soli o con l’Europa ed i
loro alleati di quadrante (Australia), non avranno la forza di sfidare il
potere continentale cinese[59].
Ne deriverà un’Era Post-Occidentale.
[1] – Pino
Arlacchi, 74 anni, è stato un deputato e senatore, inoltre parlamentare europeo
di area PD nel 2014, candidato nel 2024 con Pace Terra Dignità e non eletto con
2.299 voti. Sociologo con una lunga attività istituzionale nell’ONU
(vicesegretario generale del programma antidroga). Presiede il Forum
Internazionale di criminologia e diritto penale con sede a Pechino.
[2] – Cfr.
Josephine Quinn, Occidente. Un racconto lungo 4000 anni, Feltrinelli,
2024 (ed. or. 2024); Alessandro Vanoli, L’invenzione dell’Occidente,
Laterza, Bari, 2024.
[3] – Kenneth
Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia
mondiale moderna, Il Mulino 2004 (ed. or. 2000); Joseph Needham, Scienza
e civiltà in Cina, Einaudi, 1981 (ed. or. 1954).
[4] – Si
veda nota 20.
[5] –
Convincente tesi di Kenneth Pomeranz per il quale la Grande Divergenza
tra Europa ed Asia è resa possibile, in ultima analisi, dal superamento della
Trappola malthusiana per effetto dell’importazione dei frutti di un immane
sfruttamento di terre aggiuntive grazie alla manodopera schiavile. Cfr. Kenneth
Pomeranz, La Grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia
mondiale moderna, Il Mulino 2004 (ed. or. 2000). Contesta l’idea di
superiorità intrinseca europea: fino a ca. 1750–1800 regioni “core” come
Inghilterra e Bacino dello Yangzi mostrano livelli comparabili di produttività,
mercati e consumo (“Smithian growth”). Lo scarto nasce da vantaggi
contingenti:carbone accesso prossimo e a basso costo riduce vincoli
energetici e di terra. Colonie/“ecological relief” spazio e risorse
atlantiche (cotone, zucchero, terre) alleggeriscono i limiti ecologici europei
e finanziano investimenti. Path dependence una serie di svolte
(tecnologiche, militari, commerciali) cumulative. Il suo metodo predilige la
comparazione regionale contro le narrazioni civilizzazionali; la centralità
di fattori ecologici ed endowment più che di “cultura” o istituzioni
astratte. Stato Qing è visto come efficiente nell’ordine agrario, non come
“blocco” dello sviluppo.
[6] –
Basti pensare all’Impero romano, a meteore come quello dei Franchi, ed il Sacro
Romano Impero, come noto “non sacro” e “non impero”, il più longevo fu l’Impero
Bizantino cui seguì l’Impero Ottomano.
[7] – Pino
Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente, Fazi editore, Roma, 2025, p.
39.
[8] –
Carlo Formenti, “Arlacchi spiega la Cina all’Occidente. Ma l’Occidente è
disposto ad ascoltare?”, in Per un socialismo del secolo XXI, https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/
[9] – Pino
Arlacchi, op.cit., p. 39.
[10] – La
fonte principale è Zhao Tingyang, Sotto il cielo. Tianxia. Un antico sistema
per un mondo futuro, Ubaldini editore, Roma, 2024 (ed. or. 2016).
[11] – Cit.
in Pino Arlacchi, op.cit., p. 50. Analects 12.5
[12] – Zhao
Tingyang, Sotto il cielo., op.cit., p.8.
[13] – Cit.
in Pino Arlacchi, op.cit., p. 64.
[14] – Si
veda Cedric J. Robinson, Black marxism. Genealogía della tradizione radicale
nera, Alegre, Roma 2023 (ed. or. 1983).
[15] –
Perché il termine incorpora la sua storia culturale (termine greco barbaros) e
questa è specifica dell’ambiente mediterraneo nel quale è nato. Un luogo di
scambi e conflitti tra civiltà molto denso.
[16] – Zhao
Tingyang, Sotto il cielo., op.cit., p.17.
[17] – Zhao
Tingyang, Sotto il cielo., op.cit., p.18.
[18] – Cfr.
Alessandro Visalli, Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare,
Meltemi, Milano 2020, p.55 e seg.
[19] – Dipendenza
dal percorso. Le decisioni passate, spesso casuali o specifiche e
contestuali, non necessariamente vincolate, limitano le scelte future, creano
un blocco (lock-in) che favorisce alcune prosecuzioni e impedisce, o rende
molto costose, altre. Nel caso cinese la precoce unificazione (dinastie Qin e
Han) in un nucleo geografico compatto e iper-produttivo in senso comparato, e
le scelte di standardizzazione compiute per unificare gli Han determinano un
sistema iper-stabile che cumula vantaggi alla fine decisivi per cui nessuno li
abbandona. A fronte del Circolo Virtuoso della Coesione in Occidente si
prende l’opposto Circolo Vizioso della Frammentazione. Questo, nelle
condizioni della geografia frammentata e policentrica del Mediterraneo e della
caduta dell’Impero romano d’Occidente lascia come sola alternativa il
consolidamento di unità politiche in competizione. Ciò porta ad un’ipertrofia
militare, sottosviluppo e specifiche forme culturali (imperiali e razzistiche).
Tutti coloro che tentano un’unificazione falliscono, Carlo Magno, Carlo V,
Napoleone.
[20] – Guerre dell’Oppio. Nel 1939 l’imperatore ordinò di distruggere l’oppio che la Gran Bretagna contrabbandava in Cina dall’India ed era ormai una fonte decisiva del suo commercio estero. Il governo inglese dichiarò guerra e ventitrè navi da guerra salparono da tutto l’Impero britannico. Il 25 giugno 1840, a Canton, la flotta inglese avviò le ostilità, terminate due anni dopo con il bombardamento a Nanchino. Il 29 agosto la Cina si arrese. Negli anni successivi, l’allargamento del traffico e le indennità accordate drenano la ricchezza liquida dall’economia e provocano un drastico impoverimento dei contadini nella Cina meridionale. Di fatto gran parte del surplus affluì in Occidente (in particolare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti). Le tensioni che si accumularono innescarono nel 1851 una vastissima rivolta contadina Han. Venne proclamato il Taiping Tianguo (“Celeste regno della grande pace”) il quale, sulla base di una radicale riforma agraria di tipo religioso e comunistico, si impossessò della Cina meridionale e centrale e minacciò la capitale Manciù a Nord. La rivolta durò fino al 1864 e costò decine di milioni di morti. Seguirono anni di espansione in tutto il mondo dei domini coloniali occidentali e l’avvio della Prima Guerra Mondiale.
[21] – Con
l’Editto l’imperatore Caracalla rese tutti i sudditi liberi dell’Impero
cittadini romani.
[22] – Mencius
7B:14
[23] – Cit.
in Arlacchi, op.cit., p. 152 (parafrasi).
[24] – Il marxismo, in termini di formazione ideologica
originaria, è sicuramente ed interamente occidentale. Come mostra efficacemente
Cedric Robinson in Black marxism, ciò a partire dalla “concezione
materialista della storia” di Marx (poi trasposta in “materialismo dialettico”
da Engels e successivamente, ovvero positivizzato) innervata nella filosofia
della storia hegeliana, che viene messa “sui suoi piedi”. Ma anche alla visione
incentrata sulla “interna officina” del capitalismo che sottostima i rapporti
di con-fusione e contaminazione che da sempre contraddistinguono la storia
europea e la nativa e strutturale importanza della relazione costitutiva
dell’accumulazione capitalista con il sistema-mondo (non solo “originaria”). Le
due cose innervano la scelta, e caratterizzazione, della “classe lavoratrice”
(senza attribuzioni) come motore della rivoluzione e di questa come movimento
che promana dall’interno (secondo una rilettura della tradizione filosofica
europea, di Aristotele in particolare). Secondo questa declinazione
razionalista e universalista (specificamente connessa con la tradizione ebraica
che giunge a Marx dalla madre e cristiana nella quale è immerso), la società
borghese è interpretata come compimento della storia precedente e trampolino
del salto finale e veicolo di una compiuta razionalizzazione di tutte le
relazioni sociali. Alcune declinazioni della tradizione marxista, in
particolare sulla linea delle concrete rivoluzioni nel Novecento (ovvero quella
da Lenin a Mao, e poi il marxismo caraibico, quello africano e via dicendo), e
riarticolazioni teoriche (il marxismo newyorkese di Baran e Sweezy e la
seguente “teoria della dipendenza” di provenienza sia Sud Americana sia
Africana o le teorie del capitalismo razzializzato e post-coloniale intorno a
figure come Maurice Thorez, José Carlos Mariategui, Ceril James, Huey Newton,
Amilacar Cabral, Raymond Williams, Gayatri Spivak, e altri) hanno cercato di
superare alcuni di questi limiti. Limiti riconducibili soprattutto alla
posizione storicista, teleologica e universalista che presuppone il modello
Occidentale storicamente dato come modello.
[25] –
Arlacchi, op.cit., p. 201.
[26] –
Arlacchi, op.cit., p. 208.
[27] –
George Wilhelm Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto,
Bompiani, 2017 (ed. or. 1820).
[28] –
Hegel, op.cit., p.57.
[29] – Come
vedeva anche il primo Marx i cui attraverso il lavoro tutti diventano legati
reciprocamente da rapporti di riconoscimento attraverso i quali confermano a
vicenda la propria reciproca dipendenza.
[30] – Karl Marx, Note su
James Mill, (ed.or. 1844), cit. In
Gregory Claeys, Marx e il marxismo, Einaudi 2020 (ed.or. 2018), p. 62.
[31] – Karl Marx, Il Capitale, Einaudi, 2024, I, 1,
§4.
[32] – Axel Honneth, Il diritto della libertà, Codice
2015 (ed. or. 2011)
[33] –
Arlacchi, op.cit., p. 278.
[34] – Si
intende capitale che si accontenta di una remunerazione minore, più lunghi
tempi di rientro, e persegue finalità non solo economiche. Tipicamente capitale
pubblico.
[35] –
Arlacchi, op.cit., p. 322.
[36] –
Arlacchi, op.cit., p. 360.
[37] –
Arlacchi, op.cit., p. 361.
[38] –
Arlacchi, op.cit., p. 392.
[39] –
Arlacchi, op.cit., p. 413.
[40] –
Daniel Bell, Modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia,
Luiss, 2019 (ed. or. 2016).
[41] – Giovanni
Arrighi, Adam Smith a Pechino.Genealogia del ventunesimo secolo,
Feltrinelli, Milano 2008 (ed. or. 2007).
[42] – Giovanni
Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il
Saggiatore 1996 (Poscritto, 2009).
[43] –
Arlacchi, op.cit., p. 424.
[44] – Arrighi,
Giovanni. Economista italiano. Teorico dei sistemi-mondo. Ha spiegato
l’evoluzione del capitalismo come sequenza di cicli sistemici di accumulazione
guidati da egemonie successive: genovese-iberica, olandese, britannica,
statunitense. Ogni ciclo attraversa una fase di espansione materiale
(commercio/produzione) e una di espansione finanziaria (rendita/finanza) che
segnala l’esaurimento dell’egemonia (signal crisis) e prelude a una
crisi terminale con transizione di potere. Il potere è concettualizzato come
doppio: “capitalista” verso “territorialista”, la cui ciclica competizione
determina l’ordine mondiale. Storicamente la fuga verso la finanza indica
declino egemonico (da Venezia ai USA), cui segue una fase di transizione e
normalmente guerre. Nella sua ultima opera Adam Smith a Pechino, propone
una possibile egemonia asiatica fondata su sviluppo “smithiano” (mercati +
Stato coordinatore), distinto dal capitalismo finanziario occidentale.
[45] – Braudel,
Fernand. Storico francese dell’“École des Annales”, ha rifondato la
storiografia con l’attenzione alla longue durée: strutture lente
(geografia, demografia, tecnologia) che condizionano eventi e congiunture. Ha
spostato il baricentro dalla storia-evento alla storia-struttura, influenzando
economia storica e sistemi-mondo. Costruisce un quadro potente per leggere spazio,
tempo e capitalismo come totalità storiche articolate. Nodi concettuali: “Tempi
storici plurali” eventi (breve), congiunture economiche/sociali (medio),
strutture di lunga durata (lento). “Économie-monde” sistemi
storico-geografici con un centro dominante e periferie; il Mediterraneo del
’500 come caso paradigmatico. “Tripartizione dell’economico”, Vita
materiale (autoconsumo, routine), Economia di mercato (scambi concorrenziali),
Capitalismo (sfere oligopolistiche/monopolistiche, spesso anti-mercato). “Spazio/ambiente
come vincoli attivi” il paesaggio e le reti regolano costi, ritmi,
possibilità d’azione. “Metodo seriale” uso massivo di serie quantitative
(prezzi, noli, demografia), cartografie, comparazioni.
[46] – Arlacchi,
op.cit., p. 424.
[47] –
Arlacchi, op.cit., p. 449.
[48] – J.
Goldstein, S.Pinker, “War and Peace in the 21st Century: an empirical survey”,
in “Journal of peace reserach”, vol. 60, n.4, 2023. Un testo che è stato
ampiamente criticato per la sua selezione dei dati.
[49] – G. Goertz, P.F.
Diahel, A. Balas, The puzzle of peace. The
evolution of peace in the international system, Oxford, Oxford pressi, 2016.
[50] –
M.Finnemore, K. Sikkin, “International Norm dynamics and political change”, in
“International organization”, vol. 73, n.4, 2019. Il concetto di “cascata
normativa”, un esercizio di idealismo giuridico davvero eroico in questi anni
tragici, è singolare in un’epoca nella quale il diritto internazionale è
chiamato solo quando conviene, in Ucraina ma non a Gaza, gli organismi multilaterali
tacciono impotenti, la logica dei blocchi e della guerra per procura domina
ovunque.
[51] – C.
Reus-Smit, On cultural diversity. International theory in a World of
difference, Cambridge, University Press, 2018. Come si vede nulla ha
fermato Putin o Netanyahu, o Bush nel 2003.
[52] –
A.Wendt, Quantum Mind and Social Science. Unifying physical and social
ontology, Cambridge university Presso, 205.
[53] – Si
veda la ricerca dell’autosufficienza tecnologica nel nuovo Piano Quinquennale
cinese, e i vari fronti di lotta su terre rare e altre materie prime tra i
blocchi.
[54] –
Nella Fenomenologia dello spirito scrive: “L’universale senza contenuto è pura
distruzione; esso è la furia del dileguare (die Wut des Verschwindens)”.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, La fenomenologia dello spirito, Rusconi,
Milano, 1995 (ed. or. 1807), p.791.
[55] – Cfr.
Andrea Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, 2020.
[56] –
Gesto teorico di decentramento: riconoscere Europa come provincia del mondo,
non suo centro teleologico. Non “negare Europa” ma contestare sua pretesa
universalità: (1) temporalità lineare (sviluppo→modernità→progresso) come unica
storia; (2) categorie politiche europee (cittadinanza, stato, diritti) come
naturali; (3) secolarismo come unica razionalità. Metodo: mostrare pluralità
storie, temporalità, modernità (sempre al plurale, situate, ibride). Esito:
Europa = cosmologia particolare storicamente efficace, non Ragione incarnata.
Opera: Dipesh Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Milano,
2004 (ed. or. 2000). Nel libro: operazione analoga per cosmotecnica
occidentale.
[57] – In
quanto il fine è l’armonia e la stabilità della collettività e il ripristino
(reinterpretazione) dell’Ordine sotto il Cielo. Il Dàtóng (Grande
Unità): un ordine mondiale armonioso, guidato non da una potenza egemonica
predatoria, ma da un centro civilizzatore virtuoso.
[58] – Graham
Allison, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla
Trappola di Tucidide? Fazi editore 2018.
[59] – Un altro testo interessante su questo tema, se pure meno ottimista, ma pur speranzoso di evitare uno scontro è quello dell’ex premier australiano, Kevin Rudd, Usa-Cina. Una guerra che dobbiamo evitare, Rizzoli, 2023 (ed.or. 2023).
Fonte articolo: https://tempofertile.blogspot.com/2025/10/pino-arlacchi-la-cina-spiegata.html